Teologia fondamentale – Appunti in corso d’opera

Che cos’è la Teologia?

Teologia deriva dal greco “theòs” e “logia”. Il termine può indicare “discorso su Dio” (Uomo > Dio), “discorso di Dio” (Dio all’uomo), “discorso con Dio (uomo e Dio).

 

La Teologia è un modo di portare nel terreno del mistero le orme della ragione, sotto la guida della Rivelazione.

 Il termine teologia nasce in Grecia, dunque, in un contesto pagano e nasce con Platone che ne parla nella Repubblica II, 379 A: “Va bene – disse – ma tali direttive inerenti alla teologia quali potrebbero essere?” “Più o meno queste – risposi – come Dio si trova ad essere, così andrebbe sempre raffigurato, sia che lo si faccia in versi epici, o lirici, o nel testo di una tragedia”. Teologi erano i poeti che parlavano delle gesta e delle azioni degli dei greci.

La teologia, con l’affermarsi della filosofia, si intreccia strettamente con la metafìsica, in quanto diviene, già in Platone, la ricerca di Dio come Essere perfetto e Causa di tutti gli altri. Platone mette la teologia al primo posto perché  ha per oggetto “ciò che è ottimo ed eccellente”. Tutte le altre scienze sono inferiori ad essa.

In Aristotele la teologia diventa metafisica, studio della filosofia prima, quella che si occupa dell’Essere per eccellenza, cioè di Dio. (Un Dio inteso come motore immobile, che attrae a sé tutte le cose, anche se non partecipa della creazione).

Gli Stoici, secondo i quali “il cosmo intero e il cielo consistono di sostanza divina”, affermano che i teologi sono coloro che “offrono culto agli dei”. Con gli Stoici si può parlare di “panteismo monista”: Dio è in tutto ed è tutto perché coincide con il cosmo intero e con le sue parti » l’essere di Dio è tutt’uno con l’essere del mondo = unicità del divino.

La teologia in senso cristiano sorge con la Scuola Alessandrina e con i Padri della Chiesa e si fonda su:

  1. Assidua frequentazione della Scrittura
  2. Fede incarnata nel vissuto
  3. Predicazione

Per Eusebio di Cesarea, la teologia è la “dottrina di Dio rivelata a  Cristo”.

Con i Concili di Nicea (325) e di Calcedonia (451) la teologia si occupa del MISTERO TRINITARIO DI DIO E DELL’INCARNAZIONE.

TEOLOGIA CRISTIANA ORIENTALE:

“apofàtica” e “catafàtica”

La teologia apofatica sceglie la via della negazione per parlare di Dio, dicendo che cosa NON è Dio (non è mortale, non è bino, ecc.). Il termine apofatico deriva dal greco (ἀπό φημι) apofemì, che significa letteralmente “lontano dal dire”, “non dire”) ed implica un metodo teologico secondo il quale Dio è del tutto inconoscibile attraverso la razionalità, perché trascende la realtà fisica e le capacità cognitive umane. In quest’ottica, l’approccio più adeguato a Dio consiste nel silenzio, nella contemplazione e nelll’adorazione del mistero. Non può esserci alcuna indagine filosofica in merito.

La teologia catafatica è l’esatto opposto. Può essere definita “teologia affermativa”, perché la possibilità di conoscere  Dio attraverso la ragione e l’intelletto.

La teologia catafatica è, dunque, la teologia affermativa e spiega che cosa è Dio. Il termine deriva dal gr.  catafaticòs (καταϕατικός) «affermativo», e dal verbo  katafemì (κατάϕημι) «affermare». La teologia catafatica sviluppa il discorso su Dio attribuendogli  tutti i valori positivi. Sostiene la conoscibilità di Dio attraverso la ragione e il contatto con la realtà.La realtà e la natura infatti, riflettono l’azione creatrice di Dio.

Per S. Agostino la teologia è un discorso intorno alla divinità. Egli parla di intellectus fidei, indagine della fede. La fede ha bisogno dell’intelletto. Si mette in risalto l’interazione tra fede e ragione.

A partire dall’anno 1000, la teologia comincia ad assumere il carattere di opera sistematica dedicata alle “cose di Dio”.

San Bonaventura da Bagnoregio distingue tra Sacra Scrittura, come Parola di Dio rivelata e teologia, come discorso di Dio. Nell’ Itinerarium mentis in Deum,  egli delinea il  percorso ascetico dell’anima verso Dio che si svolge attraverso tre fasi momenti.

I tre stadi sono definiti extra nos (fuori di noi), intra nos (dentro di noi), super nos (sopra di noi).

In un primo stadio l’anima ama Dio attraverso le cose esteriori e vede nei beni materiali del creato un suo dono. In questa fase la felicità scaturisce dal mondo esterno. (Extra nos)

Poi la felicità la si trova tutta dal di dentro dell’anima stessa, dal piacere di amare Dio. (Intra nos)

Infine, la gioia di  amare eleva infine l’anima al di sopra di se stessa, sino a ricongiungerla con Dio. (Super nos)

Bonaventura mette, dunque, in luce tre passaggi fondamentali per l’ascesa dell’anima: in un primo momento essa avverte la presenza di Dio nelle cose esteriori (extra nos); poi ricerca la felicità nella propria interiorità  (intra nos); infine, nel terzo stadio, si eleva al di sopra dell’uomo per ricongiungersi a Dio (super nos).

Teologia apologetica e Teologia fondamentale

La teologia dei Padri della Chiesa era “apologetica”, cioè difensiva, in quanto puntava a difendere la Chiesa e il cristianesimo dagli attacchi ad extra (esterni, come quelli dei non cristiani) e ad intra (interni, come quelli delle eresie). Per noi fare teologia significa “dialogare con Dio in una prospettiva ecumenica”.

Per molto tempo la teologia ha mantenuto questo carattere apologetico che si è rafforzato soprattutto nei periodi in cui la Chiesa cattolica era maggiormente sotto attacco: basta pensare al periodo della nascita del luteranesimo e, pochi secoli dopo, all’affermazione del materialismo e dell’Illuminismo.

Nel corso del Novecento, ci si è resi conto che una teologia apologetica, come era stata fino a quel momento, rischiava di essere troppo polemica e divisiva rispetto alle altre fedi e rispetto alle altre chiese cristiane. Si passò dunque alla nuova definizione di teologia fondamentale che, piuttosto che limitarsi alla difesa dell’esistente, doveva puntare ad una riflessione sui fondamenti della teologia cristiana, in una prospettiva ecumenica e di dialogo con gli altri.

Per meglio definire i caratteri di questa disciplina e la sua vocazione unificante e dialogante, possiamo pensare all’immagine di un uomo che sta sulla soglia di casa sua. Quest’uomo è attento sia a ciò che succede in casa sua, sia, soprattutto, a ciò che succede al di fuori. E così deve essere il teologo fondamentale in una prospettiva di una vera e propria teologia di frontiera. Si è capito che c’era bisogno di una nuova teologia in sintonia con le esigenze attuali, che tenesse presente che il nostro compito è quello di conquistare le anime e di impegnarci nella difesa e nella promozione del Vangelo (Giovanni Paolo II) anche sulla scorta di quanto leggiamo in  I Pt., 3.15: “Siate pronti a dare risposte”.

Alla disciplina di “teologia fondamentale” si è arrivati negli anni ’70.

La teologia deve avere le seguenti finalità:

  1. Adorante (preghiera)
  2. Esplicativa (spiegare la Parola di Dio agli uomini di oggi)
  3. Apolegetica (spiegare e difendere le ragioni della nostra fede)
  4. Ecumenica (unificante nel quadro dei rapporti con le altre religioni)
  5. Profetica (giudicare e interpretare la storia alla luce del Vangelo)

Fonti della Teologia sono la Sacra Scrittura e la Tradizione che costituiscono un “unico sacro deposito della Parola di Dio affidata alla Chiesa” (DV 10).

La tradizione ha consentito la diffusione della Rivelazione fino ad oggi e su di essa si basa il magistero della Chiesa.

Magistero

Magistero e teologia devono insegnare, esporre e difendere il Sacro deposito della Rivelazione. Sono entrambi vincolati dalla Parola di Dio e dai documenti della Tradizione.

Differenza tra magistero e teologia

Il magistero difende l’integrità cattolica contro le eresie

La teologia fa da mediatrice tra magistero e popolo di Dio e aiuta il magistero a diffondere la verità insegnata dal magistero stesso.

L’autorità del magistero viene dai tria munera che si fondano sul sacerdozio di Cristo che viene trasmesso ai sacerdoti.

I tria munera sono: il munus docendi Ecclesiae (insegnamento), munus sanctificandi (amministrazione dei sacramenti) e il munus regendi (governo della chiesa).

La funzione di insegnare  è dunque direttamente collegata alla Divina Rivelazione,  alla Sacra Scrittura e alla Tradizione. Il munus docendi Ecclesiae garantisce ai fedeli il diritto di ricevere la parola di Dio.   Le altre due funzioni di santificare e di governare  la Chiesa sono a loro volta collegate alla prima e contribuiscono  all’ integrità della fede.

Nell’ambito del magistero, i vescovi sono i vicari di Cristo nella loro diocesi. Esercitano anche loro le tre funzioni dell’insegnamento, dell’amministrazione dei sacramenti e del governo pastorale.  Collaboratori dei vescovi sono i presbiteri, o sacerdoti, e i diaconi.

Ministero petrino

Si riferisce alla funzione del Papa.Il romano pontefice è centrale nel governo della Chiesa. Distingue la Chiesa occidentale dalla tradizione orientale.

La tradizione orientale è legata a S. Ignazio di Antiochia e prevede che dove c’è il vescovo, c’è tutta la chiesa. La nostra tradizione occidentale si fonda su una visione verticista e piramidale, così strutturata:

  1. Papa (vescovo di Roma = vicario di Cristo e successore di Pietro a cui Cristo aveva dato autorità con la consegna delle chiavi del regno dei cieli (Matteo 16, 19)
  2. Vescovo (ogni vescovo nella sua diocesi è vicario di Cristo. Prima del C.V.II contava poco)
  3. Consacrati: sacerdoti e diaconi
  4. Totalità dei fedeli

La Chiesa ortodossa vede nel patriarca un “primus inter pares”, riconosce il primato di Pietro, ma solo parzialmente. Per gli ortodossi Cristo aveva effettivamente investito Pietro di autorità superiore, ma tutti gli apostoli avevano comunque un incarico di guida nella Chiesa. In una tale visione organizzativa Pietro governava insieme all’intero collegio degli apostoli e doveva dare conto del suo operato (cfr.  Atti 10, 34, e Atti 11, 1-18).

Il magistero petrino può essere

  • Ordinario: lo esercita il vescovo, guidando la comunità e insegnando ad essa. Lo esercita il Papa, attraverso la sua persona, con le encicliche, le lettere pastorali, i discorsi, le udienze, ecc.
  • Straordinario solenne: entra in azione in circostanze straordinarie, come un concilio ecumenico a cui sono invitati tutti i vescovi. Può essere “cum Petro” e “sub Petro”. Cioè, un concilio o un sinodo può agire insieme a Pietro, cioè insieme al Papa, e sotto Pietro, cioè sotto la giurisdizione del Papa. Modalità del magistero straordinario solenne sono i concili e il parlare del Papa “ex cathedra” di argomenti di fede (anche dogmi) e di morale. “Infallibilità” del Papa.

 

Le encicliche, che rientrano nel magistero ordinario, sono atti papali che offrono consigli su alcuni aspetti o fanno luce su alcune conoscenze. Rientrano nella tradizione.

Le lettere apostoliche contengono insegnamenti di carattere sociale e pastorale

Le esortazioni post sinodali: esortazioni del Papa dopo un sinodo

La costituzione apostolica: documento in forma solenne.

Motu proprio: lettera apostolica su questioni importanti che non necessitano di un’enciclica[1]. Per motu proprio ( = “di propria iniziativa”) si intende un documento, una nomina o in generale una decisione presa autonomamente da chi ne ha il potere o la facoltà. In ambito ecclesiastico, si intende un documento (decisione) del Papa in piena autonomia.

Secondo il Diritto canonico, infatti, al pontefice spettano tutti i poteri di sovranità immediata sulla Chiesa universale e su ciascuna chiesa particolare (ad esempio le diocesi). Il magistero del papa fruisce dell’infallibilità in materia di fede e di morale quando viene espresso ex cathedra, cioè quando definisce il dogma di fede o un articolo di morale, oppure quando prepara una canonizzazione. “Di questa infallibilità fruisce il romano Pontefice, capo del collegio dei vescovi, in virtù del suo ufficio, quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli che conferma nella fede i suoi fratelli (Lc 22,32), sancisce con atto definitivo una dottrina riguardante la fede o la morale. Perciò le sue definizioni giustamente sono dette irreformabili per se stesse e non per il consenso della Chiesa, perché esse sono pronunziate con l’assistenza dello Spirito Santo, promessagli nel beato Pietro, per cui esse non abbisognano di alcuna approvazione di altri né ammettono appello alcuno ad altro giudizio. Infatti allora il romano Pontefice pronunzia la sentenza non come persona privata, ma quale supremo maestro nella Chiesa universale, singolarmente insignito del carisma della infallibilità della stessa Chiesa, espone o fende la dottrina della fede cattolica” (LG 25)

Ecco come Papa Francesco descrive ciò che per lui è il magistero (17 ottobre 2015)

«Chiesa e Sinodo[2] sono sinonimi». (sinodalità «come dimensione costitutiva della Chiesa»). E «Il fatto che il Sinodo agisca sempre cum Petro et sub Petro — dunque non solo cum Petro, ma anche sub Petro — non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità». Del resto, «I vescovi sono congiunti con il vescovo di Roma dal vincolo della comunione episcopale (cum Petro) e sono al tempo stesso gerarchicamente sottoposti a lui quale capo del collegio (sub Petro )». Se dunque la Chiesa «non è altro che il “camminare insieme” del gregge di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore», al suo interno, tuttavia, nessuno possa essere «elevato al di sopra degli altri». Al contrario, secondo Francesco, «nella Chiesa è necessario che qualcuno “si abbassi” per mettersi al servizio dei fratelli lungo il cammino». Il Papa, seguendo fedelmente il dettato del C.V.II, che si basa sul rapporto Dio – mondo – Chiesa, ha offerto un esempio di immagine della «piramide capovolta», dove «il vertice si trova al di sotto della base», per sottolineare appunto che per servire il popolo di Dio «ciascun Vescovo diviene, per la porzione del gregge a lui affidata, vicarius Christi, vicario di quel Gesù che nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi degli apostoli». E «in un simile orizzonte — ha aggiunto Franceso — lo stesso successore di Pietro altri non è che il servus servorum Dei» (discorso pronunciato sabato 17 ottobre, durante la commemorazione del cinquantesimo anniversario del Sinodo dei vescovi – Osservatore Romano – 18 ottobre 2015).

TEOLOGIA DELLA FEDE: HOMO CAPAX DEI

Differenza tra fede e atto di fede

la fede è un dono speciale di Dio. Proviene dall’alto e non rientra nelle prerogative dell’uomo, né può definirsi possesso dell’uomo.

La risposta dell’uomo può essere positiva, quando egli aderisce al dono, affidandosi totalmente all’amore di Dio (conversione). Può essere negativa quando non accoglie questo dono speciale di Dio.

La risposta positiva dell’uomo è l’atto di fede. L’atto di fede è, nell’A.T., abbandono totale a Dio; nel N.T. è un cammino – assenso al messaggio ricevuto; nei Vangeli sinottici è la condizione per la salvezza; in Paolo, l’atto di fede è l’adesione personale al kerygma, è veicolo  di Salvezza (Rom. 10,9), è speranza contro ogni speranza (Rom. 4,18), è obbedienza (Rom. 1,5). L’uomo non può salvarsi da solo, ma è giustificato attraverso la fede (Rom. 1,17). La fede deve fondarsi sulla carità (1Cor 13). In Giovanni, esso significa incamminarsi verso Cristo, attraverso l’adesione al dono di Dio. L’atto di fede non si “cristallizza nel tempo, ma procede” (F. Testaferri, Il tuo volto Signore io cerco, Assisi 2013, p. 275), è un continuum. Nella Lettera agli Ebrei la fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. Senza fede è impossibile essere uniti a Cristo ed essergli graditi.

Nella Lettera di S. Giacomo apostolo, invece, la fede viene collegata alle opere. L’apostolo sostiene che, come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere muore (Gc. 2,17 e 2,26). La fede non può condurre da sola alla salvezza se non è sostenuta dalle opere, secondo lo stesso insegnamento di Gesù, in Matteo 25, 31-46. La fede, secondo Giacomo, non può essere un qualcosa di astratto, ma deve essere disponibile ad agire. Le stesse opere, però, senza la fede sono vuote. L’atto di fede, secondo Giacomo, investe anche la sfera pratica e attiva.

Nella DV si parla di obbedienza della fede, in termini di ascolto, adesione, fedeltà e amicizia. Ciò implica un atto umano e personale in senso pieno, oggettivo e soggettivo allo stesso tempo. La Fede trasforma l’esistenza di chi la pratica ed ha come fine ultimo la “sequela Christi” (1Cor. 2,1-2). Nella Dei Filius de Fide Catholica  e nella Dei Verbum essa è consegna  e abbandono totale dell’uomo a Dio. Si riprende il concetto dell’uomo che si abbandona totalmente e liberamente a Dio (Homo se totum libere Deo committit). La fede pertanto implica assenso volontario totale, intellettuale, umano e personalistico a Dio che “nel Suo grande amore Dio parla agli uomini come ad amici” (DV 2).

La DV riprende ed avalla quanto già era stato detto nella Dei Filius de Fide Catholica, costituzione dogmatica del Concilio Vaticano I approvata il 24 aprile 1870. Il tema era affrontato nel cap. III, dopo il capitolo sulla Rivelazione, che era per i padri sinodali del Vaticano I la chiave di lettura della fede.

La fede veniva esaminata in relazione all’iniziativa di Dio e in relazione all’azione umana.

Come frutto dell’iniziativa di Dio come suo dono e presupposto per la salvezza, la fede  era definita:

  1. inizio della salvezza umana
  2. virtù soprannaturale
  3. dono di Dio
  4. celeste dono

Nell’ottica della risposta dell’uomo, la fede era definita come

  1. libera e piena sottomissione
  2. ossequio
  3. assenso
  4. offerta di libera obbedienza, acconsentendo e cooperando.

FEDE E RAGIONE NELLA DEI FILIUS

La fede è al di sopra della ragione umana. Quest’ultima non può accedere alla conoscenza dei misteri di Dio che possono essere recepiti solo dalla fede attraverso la Rivelazione. Fede e ragione, dunque, nella Dei Filius sono su piani diversi; la seconda è subordinata alla prima, anche se, tuttavia, non c’è una netta divergenza, dal momento che è anch’essa un dono di Dio (Denz 3017: Verum etsi fides sit supra rationem, nulla tamen umquam inter fidem et rationem vera dissensio esse potest: cum idem Deus, qui mysteria revelat et fidem infundit, animo humano rationis lumen indiderit).

LA FEDE NEL CCC

Nel CCC la fede è un dono soprannaturale che implica adesione personale totale. Essa è un atto personale e inalienabile, la risposta a Dio che si rivela. “La fede è un atto personale: è la libera risposta dell’uomo all’iniziativa di Dio che si rivela. La fede però non è un atto isolato. Nessuno può credere da solo, così come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno da se stesso si è dato l’esistenza. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere. Il nostro amore per Gesù e per gli uomini ci spinge a parlare ad altri della nostra fede. In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli altri” (CCC: cap. III, art. 2, 166 “Noi crediamo”).

La fede implica quanto detto da S. Agostino:

  1. Credere Deum: “credere Dio”, onorare Dio. Dio è oggetto, contenuto e pienezza della nostra fede (CREDO CHE DIO ESISTE)
  2. Credere Deo: “credere a Dio” che mi parla che mi dona la grazia della fede. Dio è l’Autorità e la garanzia, è colui che attesta e conferma la mia fede sincera e autentica (CREDO A DIO CHE MI PARLA, credo alla sua Parola).
  3. Credere in Deum[3]: affidarsi, consegnarsi interamente a Dio. Orientare il cammino della nostra esistenza verso di Lui. Dio = destinazione, scopo della mia fede. (MI AFFIDO A DIO).

Per Agostino,  credere Deum rappresenta la certezza che Dio esiste; credere Deo comporta l’accettazione di Dio come fonte di verità e, quindi, come autorità; credere in Deum significa abbandonarsi totalmente a Dio con fiducia e amore.

Possiamo in pratica dire che Dio è allo stesso tempo:

1) oggetto della fede (credere Deum = aspetto oggettivo, conoscitivo, il contenuto della fede, cioè l’adesione alla verità rivelata)

2) testimone e garante della fede (credere Deo = aspetto soggettivo, ma anche ‘interpersonale’ dell’atto di fede, investe il rapporto uomo-Dio)

3) il fine ultimo della fede (credere in Deum = aspetto finalistico o escatologico, nel senso di “tendere verso Dio”, verso la salvezza.  Agostino diceva anche che “credere in Deum plus est quam credere Deo”, poiché è un atto che implica e supera i due precedenti. Per S. Tommaso, invece, credere in Deum rappresenta l’inizio di un atto di fede, adesione prospettica o la predisposizione a credere).

La Fede ha due dimensioni:

  1. Fides qua (FIDES QUA CREDITUR) Dimensione personale ed esistenziale. Fides qua: ) = “la fede per la quale si crede”, cioè l’atto di fede nella sua dimensione personale ed esistenziale. Può essere definita anche come la “fede dei credenti”. L’UOMO SOGGETTO DEL CREDERE e attua la propria fede, come obbedienza di cuore a Dio che gli è venuto incontro e si è rivelato in Gesù Cristo .
  2. Fides quae (= FIDES QUAE CREDITUR), “la fede che viene creduta”, la fede per i credenti. L’uomo è il beneficiario della fede, è l’oggetto, il dono della fede, nella sua dimensione intellettuale, conoscitiva e dottrinale)[4].

In questo rapporto dinamico  l’uomo assume un ruolo importante e si fa “capax Dei”, cioè in grado di entrare in comunione con Dio. Egli infatti tende per sua natura, in quanto imago Dei, al desiderio di Dio, alla ricerca della verità e all’aspirazione all’infinito, come aveva illustrato anche S. Bonaventura da Bagnoregio.

SINTESI

  • credere Deum: Dio è oggetto, pienezza e contenuto della fede
  • credere Deo: Dio è autorità e garanzia di fede autentica. La fede umana esiste grazie a Dio
  • credere in Deum: la fede si proietta verso Dio per tutta la durata della vita dell’uomo ed è finalizzata alla comunione dell’uomo con Dio
  • fides qua: l’uomo attua la propria fede, coinvolgendo tutto se stesso nell’abbandono a Dio
  • fides quae: l’uomo accoglie il contenuto, l’oggetto della propria fede, credere cioè che la Verità è Dio.

Credere Deo = indica l’Autorità, fonte e garanzia della fede

Fides qua = l’atto umano di fede

Credere Deum = credere Dio, accettare il dono della fede, accogliere la Verità

Credere in Deum = proiettare la fede verso la meta finale a cui l’uomo aspira: Dio e il suo progetto di Salvezza.

L’uomo, in quanto capax Dei, avverte il bisogno di conoscere, vedere, incontrare e amare “Colui che è all’origine della sua vita, il suo Creatore, Dio”, come leggiamo nel salmo 63 (62): “O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne, in terra arida, assetata, senz’acqua” (v. 2). L’anima, ma anche la “carne” dell’uomo desidera realizzarsi in Dio, in un percorso che coinvolge tutti gli aspetti della vita dell’uomo anche quando nega o rifiuta Dio.

Il desiderio di Dio è inscritto nel cuore dell’uomo, perché l’uomo è stato creato da Dio e per Dio; e Dio non cessa di attirare a sé l’uomo e soltanto in Dio l’uomo troverà la verità e la felicità che cerca senza posa” (CCC, 27). Nella realizzazione piena di questo rapporto con Dio consiste la felicità dell’uomo, perché Dio è la vocazione di ogni uomo (l’uomo è fatto per Dio). Ma l’uomo da solo non è in grado di arrivare a Dio, che, quindi, resta Mistero. È per questo che Dio si rivela e si rende presente nella storia. Dio si rivela per amore (“Piacque a Dio rivelare se stesso [DV2]. La Rivelazione è un dono di Dio all’uomo

Dio parla all’uomo come a un amico: la Rivelazione. (CCC)

  1. a) Dio si rivela attraverso le sue creature. L’uomo attraverso la creazione (il mondo materiale – CCC, 32 – e la persona umana – CCC, 33 – ) “può giungere alla conoscenza dell’esistenza di una realtà che è la causa prima e il fine ultimo di tutto <e che tutti chiamano Dio>” (CCC, 34), perciò “Dio può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create. Senza questa capacità, l’uomo non potrebbe accogliere la Rivelazione di Dio. L’uomo ha questa capacità perché è creato <a immagine di Dio> (ndr. anche questa capacità non è sua, ma gli è stata data). Tuttavia, nelle condizioni storiche in cui si trova, l’uomo incontra molte difficoltà per conoscere Dio con la sola luce della ragione” (CCC, 36; 37).

In questo modo la Chiesa esalta il ruolo della responsabilità dell’uomo nell’atto di fede ma anche nel rifiuto di Dio. 

  1. b) “Per questo l’uomo ha bisogno di essere illuminato dalla Rivelazione di Dio, non solo su ciò che supera la sua comprensione, ma anche sulle <verità religiose e morali che, di per sé, non sono inaccessibili alla ragione, affinché nella presente condizione del genere umano possano essere conosciute da tutti senza difficoltà, con ferma certezza e senza mescolanza di errore>” (CCC, 38).

Nella DV leggiamo che “Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini, per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono così resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé. Questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi …” (Dei Verbum, 2).

La Rivelazione di Dio è la risposta alle domande dell’uomo.

Modelli di fede (sintesi)

Modello proposizionale: fede = qualcosa che si crede, risalto all’autorità di Dio che si rivela (modello simile a quello proposto dal CVI)

Modello trascendentale: la fede agisce sulla persona e la predispone all’ascolto di Dio

Modello fiduciale: abbandono totale a Dio, fiducia nella sua azione salvifica

Modello affettivo – esperienziale: la fede è un’esperienza da assaporare (risalto al valore dell’esperienza umana)

Modello obbedenziale: l’uomo si abbandona all’azione salvifica di Dio, rinnegando se stesso e le sue ambizioni di gloria. l’opposto di chi ritiene di essere autosufficiente e di potercela fare senza l’aiuto di Dio.

Modello della prassi: fede = consapevolezza delle ingiustizie nel mondo, desiderio di prassi, di azione. Aspetto positivo: il risvolto pratico e concreto della fede. Aspetto negativo: rischio di cedimento eccessivo alla prassi.

Modello personalistico: modello proposto dalla DV, fondato sull’espressione homo se totum libere Deo committit (modello simile a quello proposto dal CVII). La fede coinvolge la persona nella sua interezza.

 

 

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NOTE

[1] Questi i motu proprio di Papa Francesco: Motu Proprio

Lettera Apostolica in forma di ‘Motu Proprio’ Mitis et misericors Iesus, sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali (15 agosto 2015)

Lettera Apostolica in forma di ‘Motu Proprio’ Mitis Iudex Dominus Iesus, sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio nel Codice di Diritto Canonico (15 agosto 2015)

Lettera Apostolica in forma di ‘Motu Proprio’ «L’attuale contesto comunicativo», per l’Istituzione della Segreteria per la Comunicazione (27 giugno 2015)

Statuti dei nuovi Organismi Economici (22 febbraio 2015)

Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio – Trasferimento della Sezione Ordinaria dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica alla Segreteria per l’Economia (8 luglio 2014)

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» Fidelis dispensator et prudens per la costituzione di una nuova struttura di coordinamento degli affari economici e amministrativi della Santa Sede e dello Stato della Città del Vaticano (24 febbraio 2014)

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» con la quale è approvato il nuovo Statuto dell’Autorità di Informazione Finanziaria (15 novembre 2013)

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» per la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio, del finanziamento del terrorismo e della proliferazione di armi di distruzione di massa (8 agosto 2013)

Lettera Apostolica in forma di «Motu Proprio» sulla giurisdizione degli organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano in materia penale (11 luglio 2013)

[2] Sinodo (da Wikipedia): Il concilio o sinodo è, nella vita di alcune Chiese cristiane (come quelle ortodosse orientali, quella cattolica romana, e diverse Chiese riformate), una riunione di rappresentanti delle diverse chiese locali, per raggiungere un consenso attorno a un argomento riguardante la fede o per prendere decisioni di natura pastorale. Il termine sinodo deriva dal greco synodos, composto dalla particella syn (che significa: insieme) e dal sostantivo odòs (che significa: cammino). Questa etimologia fa capire immediatamente che il sinodo è un organismo avente il preciso scopo di permettere una partecipazione ampia di tutte le componenti ecclesiali (per esempio, tra Cattolici e Ortodossi: vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi, laici) alla vita della Chiesa: attraverso il sinodo, cioè, il “cammino” viene percorso “insieme”. L’equivalente latino di synodos è concilium.

[3] La Fede è, nella risposta al dono di Dio, un atto autenticamente umano, ma con due dimensioni: La fede ha una dimensione personale ed esistenziale (fides qua); La fede ha una dimensione intellettuale e dottrinale (fides quae).

“Credere Deo, credere Deum, credere in Deum”. S. Agostino usa quest’espressione e fa una sintesi tra le due predette dimensioni della fede (quella esistenziale e quella dottrinale): la fede è innanzitutto credere a Dio che ci parla (ti credo), in secondo luogo la fede è anche credere Dio (credo te) come oggetto della nostra fede (perché Dio comunica se stesso, non parla di un altro o di una concezione di vita), infine la fede è credere in Dio (consegno la mia vita a te perché ho fiducia in te) e perciò ci sottomettiamo a Lui e orientiamo il cammino della nostra esistenza verso di Lui.

[4] Credere in tutto quello che Gesù ci ha insegnato e ci ha comandato di fare. “La fede è accogliere la rivelazione di Dio, che ci fa conoscere chi egli è, come agisce, quali sono i suoi progetti per noi. Certo, il mistero di Dio resta sempre oltre i nostri concetti e la nostra ragione, i nostri riti e le nostre preghiere. Tuttavia, con la rivelazione è Dio stesso che si autocomunica, si racconta, si rende accessibile. E noi siamo resi capaci di ascoltare la sua Parola e di ricevere la sua verità” (Benedetto XVI, Udienza di mercoledì 17 ottobre 2012).  “La fede è decidere di stare con il Signore per vivere con Lui. E questo <stare con Lui> introduce alla comprensione delle ragioni per cui si crede. (…). La conoscenza dei contenuti di fede è essenziale per dare il proprio assenso, cioè per aderire pienamente con l’intelligenza e la volontà a quanto viene proposto dalla Chiesa. La conoscenza della fede introduce alla totalità del mistero salvifico rivelato da Dio (cfr. Benedetto XVI, Motu Proprio Porta fidei,10). L’atto di fede ha in sé l’esigenza di “comprendere” ciò che si crede per mostrare la ragionevolezza del messaggio cristiano, per consentire una conoscenza sempre più profonda della dottrina e dei misteri della fede, della loro intima unità e delle loro implicazioni, per illuminare il credente nel suo sforzo quotidiano di “fare la verità” (vita di fede). Per pervenire a una fede “adulta e pensata” il cristiano deve saper dare e dire le ragioni della propria fede. Solo così non sarà, come i fanciulli, “in balia delle onde”, trasportato “qua e là da qualsiasi vento di dottrina” (Ef 4,14).

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