Tracce seconda prova scritta Liceo Classico: greco, testo, traduzione e commento

Versione di greco di Aristotele, il PDF ministeriale pubblicato sul Corriere della Sera online

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Tracce seconda prova scritta: greco, testo e traduzione

dal sito http://www.tg1.rai.it/dl/tg1/2010/articoli/ContentItem-273ee6ab-c861-43c2-865f-7b4689d44514.html

ARISTOTELE De partibus animalium I,( A), 5, 645 a
Διὸ δεῖ μὴ δυσχεραίνειν παιδικῶς τὴν περὶ τῶν ἀτιμοτέρων ζῴων ἐπίσκεψιν. Ἐν πᾶσι γὰρ τοῖς φυσικοῖς ἔνεστί τιθαυμαστόν· καὶ καθάπερ Ἡράκλειτος λέγεται πρὸς τοὺς ξένους εἰπεῖν τοὺς βουλομένους ἐντυχεῖν αὐτῷ, οἳ ἐπειδὴπροσιόντες εἶδον αὐτὸν θερόμενον πρὸς τῷ ἰπνῷ ἔστησαν (ἐκέλευε γὰρ αὐτοὺς εἰσιέναι θαρροῦντας· εἶναι γὰρ καὶ ἐνταῦθαθεούς), οὕτω καὶ πρὸς τὴν ζήτησιν περὶ ἑκάστου τῶν ζῴων προσιέναι δεῖ μὴ δυσωπούμενον ὡς ἐν ἅπασιν ὄντος τινὸςφυσικοῦ καὶ καλοῦ. Τὸ γὰρ μὴ τυχόντως ἀλλ’ ἕνεκά τινος ἐν τοῖς τῆς φύσεως ἔργοις ἐστὶ καὶ μάλιστα· οὗ δ’ ἕνεκασυνέστηκεν ἢ γέγονε τέλους, τὴν τοῦ καλοῦ χώραν εἴληφεν. Εἰ δέ τις τὴν περὶ τῶν ἄλλων ζῴων θεωρίαν ἄτιμον εἶναινενόμικε, τὸν αὐτὸν τρόπον οἴεσθαι χρὴ καὶ περὶ αὑτοῦ· οὐκ ἔστι γὰρ ἄνευ πολλῆς δυσχερείας ἰδεῖν ἐξ ὧν συνέστηκε τὸτῶν ἀνθρώπων γένος, οἷον αἷμα, σάρκες, ὀστᾶ, φλέβες καὶ τὰ τοιαῦτα μόρια. Ὁμοίως τε δεῖ νομίζειν τὸν
περὶ οὑτινοσοῦν τῶν μορίων ἢ τῶν σκευῶν διαλεγόμενον μὴ περὶ τῆς ὕλης ποιεῖσθαι τὴν μνήμην, μηδὲ ταύτης χάριν, ἀλλὰτῆς ὅλης μορφῆς, οἷον καὶ περὶ οἰκίας, ἀλλὰ μὴ
πλίνθων καὶ πηλοῦ καὶ ξύλων· καὶ τὸν περὶ φύσεως περὶ τῆς συνθέσεως καὶ τῆς ὅλης οὐσίας, ἀλλὰ μὴ περὶ τούτων ἃ μὴσυμβαίνει χωριζόμενά ποτε τῆς οὐσίας αὐτῶν.

Ecco la traduzione proposta dal medesimo sito

Perciò non bisogna disprezzare scherzosamente l’osservazione di quegli esseri stimati indegni. In tutte le nature infatti c’è qualcosa di mirabile. E come Eraclito, si dice, parlò agli stranieri che volevano incontrarlo, i quali si fermarono dopo che, entrati, videro che lui si scaldava presso una stufa (ordinava infatti loro di entrare senza esitare; infatti anche lì c’erano dei), così anche nella indagine su ciascuno degli animali bisogna procedere senza disprezzare, essendovi in tutti qualcosa di naturale e bello. Non infatti il caso ma una qualche finalità è nelle opere della natura e massimamente: il fine per il quale si sono costituite o sono nate ha occupato la regione del bello. E se qualcuno ha ritenuto che l’osservazione degli altri animali sia indegna, bisogna che pensi allo stesso modo anche riguardo a se stesso. Non è possibile infatti vedere senza molto disprezzo da quali cose si è costituito il genere degli uomini, come sangue, carni, ossa, vene e cose siffatte. Allo stesso modo bisogna ritenere che chi discute intorno a una qualsiasi delle parti o delle cose non fa riferimento alla materia né al fine di essa, ma alla forma totale, come riguardo a una casa, ma non dei mattoni, della calce, del legno; e anche chi (discute) riguardo alla natura (discute) dell’insieme e della sostanza totale, non di quelle cose che si dà il caso che non siano mai separate dalla loro sostanza.

Traduzione riportata dal sito

http://www.corriere.it/scuola/speciali/2012/maturita/seconda/classico-versione-greco-gusmini_93814eb0-bb98-11e1-b706-87dd3eab4821.shtml

Non il caso ma la finalità regna
nelle opere della natura
Il brano di Aristotele tratto da «Sulle parti degli animali»

«Non bisogna provare repulsione, come i bambini, per l’osservazione degli esseri viventi più umili: in tutte le manifestazioni della natura c’è qualcosa di stupefacente; e come si racconta che Eraclito parlasse ai forestieri che volevano incontrarlo, i quali, avvicinatisi, dopo averlo visto scaldarsi davanti al fuoco, si bloccavano sulla porta (li invitava infatti a farsi coraggio e a entrare: anche lì c’erano dei); allo stesso modo, bisogna affrontare la ricerca su ogni essere vivente senza farsi impressionare, poiché in tutti c’è qualcosa di naturale e di bello. Nelle opere della natura c’è non il caso ma una finalità, e al massimo grado; e il fine per cui si sono formate o sono nate ha preso il posto del bello. Se poi uno si è convinto che l’osservazione degli altri esseri viventi sia indegna, è il caso che assuma lo stesso atteggiamento anche riguardo a sé stesso: non si può infatti vedere da cos’è costituito il genere umano senza provare molto disgusto: sangue, carne, ossa, vene, e le altre consimili parti. Allo stesso modo, bisogna ritenere che chi discute di una qualunque delle parti o degli oggetti non parla della materia né in funzione di essa, ma della forma complessiva; per esempio, (si parla) di casa, non di mattoni, calce, legno; e chi discute di natura parla della composizione e dell’essenza nel suo complesso, non delle parti, che non accade mai siano separate dalla loro essenza».

Franca Gusmini
Liceo Classico «Tito Livio», Milano

Aristotele: rinunciabile, con difficoltà profonde
Sintassi complessa e lessico ostico: si fatica a comprendere la scelta del brano per la versione dal greco

Che il brano fosse di Aristotele era prevedibile, pur tra timori e tremori, e scongiuri, ma la scelta del brano è, perlomeno, sorprendente. Aristotele è un autore che già si traduce poco, e non certo dal De partibus animalium, opera molto frequentata nel Medioevo ma poi relegata a interessi specifici, quasi settoriali; non foss’altro perché a scuola, sempre in lotta col tempo, con la spada di Damocle del programma «da finire», a qualcosa si deve pur rinunciare, e il De partibus animalium è, nell’economia scolastica generale, tra le opere rinunciabili.

Viene da chiedersi se chi ha scelto (a proposito, chi l’ha scelto?) quest’opera, e questo passo, si sia reso conto delle oggettive e profonde difficoltà di fronte alle quali si sono sicuramente trovati gli studenti, e quale sia il télos (lo scopo), aristotelicamente parlando, di tale proposta.

La sintassi del brano è decisamente complessa, e oppone fin dall’inizio una teoria di subordinate inanellate lungo una similitudine (katháper… oúto) asimmetrica, in cui il «come» si riferisce all’infinito (eipein) della riga successiva e viene poi spiegato (tra parentesi) in forma di discorso indiretto; e così via, passando per copiosi participi congiunti, temporali, genitivi assoluti, interrogative indirette, fino al periodo che occupa le ultime due righe, correlato al precedente, in cui tutto è sottinteso, e il lessico si fa, se possibile, ancora più tecnico.

Ed è proprio il (paventato) lessico ostico, rigorosamente filosofico, ad avere di certo reso improba agli studenti l’impresa di dipanare la matassa sintattica; su tutto svetta un articolo (Tò) sostantivato prima con un avverbio e poi con un complemento di fine, nemmeno espresso da un sostantivo bensì dal pronome più indefinito che esista (tinos). Insomma: un passo che sicuramente Heidegger avrebbe molto amato, perché anche qui si pone la profonda, vertiginosa questione della «ousia», dell’essenza: cioè ciò per cui una cosa è quel che è; ma che pure Boezio esitava nel tradurre, oscillando tra i termini essentia e substantia. Figuriamoci i nostri studenti… E lo dico con manzoniana, piena sympátheia.

Franca Gusmini
Liceo Classico «Tito Livio», Milano

Traduzione dal sito di Repubblica.it

Non il caso ma la finalità regna nelle opere della natura

Non bisogna affrontare a malincuore, come fanciulli, l’indagine sugli esseri viventi meno nobili; infatti in tutte le opere della natura c’è qualcosa di mirabile. E come si racconta di Eraclito che abbia detto agli stranieri che volevano incontrarlo, i quali, poiché avvicinandosi lo videro scaldarsi vicino al forno, si fermarono (infatti li esortava ad avvicinarsi, senza timore, poiché (diceva) che anche lì c’erano gli dei), così bisogna avvicinarsi anche alla ricerca su ciascun essere vivente senza avversione, dal momento che in tutti c’è qualcosa di naturale e bello. Infatti soprattutto nelle opere della natura nulla è a caso, ma è per uno scopo; per questo fine si sono costituite e generate e hanno ottenuto la condizione del bello. Se dunque qualcuno ha pensato che l’osservazione degli altri esseri viventi è degna di disprezzo, allo stesso modo deve ritenere anche su se stesso. Non è possibile infatti osservare senza molto disgusto da quali elementi si costituì il genere umano, cioè sangue, carne, ossa, vene e parti simili. Allo stesso modo bisogna anche ritenere che colui che ragiona su qualsivoglia delle parti o oggetti faccia menzione non della materia, né al suo fine, ma della forma nel suo complesso, come ad esempio anche per la casa, ma non per i mattoni, l’argilla e il legno; così anche colui (che ragiona) sulla natura (faccia menzione) della composizione e dell’essenza nel suo complesso, ma non di questi elementi che mai accade siano distinti dalla loro essenza.

( da Aristotele P.A. 645a 32)

(traduzione a cura di Di Lorenzo Laura, docente di Latino e greco

del Liceo classico statale A. di Savoia di Tivoli)

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