Archiloco

Animo, animo mio (il grande Archiloco): una parziale introduzione
Animo, animo mio (Archiloco)

Animo, animo mio, sconvolto da sventure senza rimedio,
sorgi, opponi il petto ai nemici e difenditi;
non indietreggiare di fronte alle loro insidie.
E, se vinci, non inorgoglirti in pubblico,
se sei vinto, non piangere prostrato in casa.
Godi delle gioie, ma non troppo, e nel dolore per le sventure
non perdere il senso della misura.
Riconosci quale ritmo domina gli uomini.

Archiloco fu uno dei più famosi poeti della letteratura greca arcaica.
Visse nel VII secolo a.C. ed è oggi considerato l’iniziatore della poesia giambica. Nativo di Paro, isola delle Cicladi, sull’Egeo, era figlio del nobile Telesicle e di Enipò, una schiava della Tracia o, secondo altri, una sacerdotessa. E’ probabile, però, che il nome della madre fosse una finzione letteraria, visto che il nome Enipò si richiama al termine greco ἐνιπή, che significa “rimprovero”, “oltraggio”, “ingiuria”, che costituisce una componente fondamentale della produzione giambica archilochea.

Si trasferì a Taso, a sud della costa tracia. Qui dovette adattarsi a vivere in condizioni disagiate. Spinto da motivazioni economiche, legate allo stesso suo sostentamento, ma anche dalla necessità di difendere la colonia dagli attacchi di alcune popolazioni della Tracia, intraprese la dura professione del soldato mercenario. La sua vita fu molto segnata dalla storia d’amore con Neobule promessa in sposa al poeta dal padre di lei Licambe, che poi, però, venne meno alla parola data. Questa vicenda trova uno spazio non irrilevante nella produzione poetica archilochea e viene rappresentata con toni polemici tanto accesi, nei confronti di Licambe e della sua famiglia, da spingere lo stesso Licambe e la figlia al suicidio. E, in effetti, il suo carattere fu piuttosto impetuoso ed indomito. Questo aspetto della sua personalità traspare con chiarezza nei suoi versi (la produzione archilochea giunta fino a noi consta di diversi frammenti di varia estensione), improntati al biasimo (ψόγoς), all’invettiva mordace (la iambikè idéa) ed all’enipé (ingiuria). Tra i temi trattati spicca l’individualità del poeta, posta in chiave centrale nei suoi componimenti, come attestano i versi del fr. 128 W.)
Nel componimento sopra citato, presentato nella traduzione di G. Tarditi, il poeta sembra colloquiare con se stesso. Impiegando diverse metafore, ispirate al linguaggio militare (cfr. versi sottolineati), egli incoraggia il suo animo a “combattere” contro gli ostacoli e gli imprevisti della vita. Il testo, poi, si chiude con un invito a ricercare una forma di equilibrio e a non travalicare i confini della moderazione e della misura. E’ la filosofia dell’antichissimo precetto delfico “medén àgan”, del “niente di troppo” e del “γνῶθι σαυτόν”, cioé del “conosci te stesso”.
Altri temi affrontati da Archiloco sono: a) il ripudio anticonfomista della gloria, della ricchezza e del potere; b) il rovesciamento dell’ideale della καλοκαγαθία, dell’eroe prestante e generoso, tipicamente omerico (fr. 114 W); c) il senso della realtà che lo spinge, nel corso della guerra, ormai data per persa, contro i Sai (popolazione della Tracia) ad abbondonare lo scudo vicino ad un cespuglio (fr. 5 W.). Questi aspetti li ritroviamo nei seguenti versi:

a) Non mi interessa una vita come quella del ricchissimo Gige
e mai ne ho provato invidia: non aspiro
ad azioni divine, né desidero un grande potere:
queste cose son lontane dai miei occhi
(Archiloco, fr. 19 W.)

b)Non mi piace un comandante d’alta statura, né piantato a gambe larghe,
né fiero dei suoi riccioli o ben rasato:
me ne andrebbe bene uno piccolo, con le gambe
storte a vedersi: però ben saldo sui piedi, pieno di cuore.

(Archiloco, fr.114 W)

c) Qualcuno dei Sai si fa bello del mio scudo, che accanto a un cespuglio,
arma senza difetto, ho dovuto abbandonare.
Però ho salvato me stesso: che m’importa di quello scudo?
Al diavolo! Me ne procurerò uno (non peggiore) migliore.

(Archiloco, fr. 5 W).

Altri temi importanti sono la riflessione sui disagi dell’esistenza umana e l’amore. Non mancano “favole”, o racconti paradigmatici, che mirano a fornire degli esempi morali di vita.
Dal punto di vista stilistico, Archiloco, si ispira alla tradizione poetica, anche omerica, ma ne varia i moduli espressivi e linguistici.
Archiloco, però, resta famoso soprattutto per l’uso del giambo e di un tipo di poesia fortemente polemica ed aggressiva che, alcuni secoli dopo, il poeta latino Orazio imiterà negli Epodi.

Lo ψόγος archilocheo

Lo ψόγος, definibile anche λοιδορία o βλασφημία, svolge una funzione basilare nell’ambito della poesia giambica archilochea e di quella giambica in generale. Tale funzione può ricollegarsi allo scontro politico e sociale all’interno delle poleis greche dell’età arcaica, scontro in virtù del quale appariva fondamentale ridicolizzare il proprio avversario politico per provocarne l’ αἰδώς, cioè la vergogna all’interno della propria comunità di riferimento e per sanzionarne, se possibile, anche l’allontanamento. Più violente sono le invettive, più aspre sono le conseguenze che possono portare all’emarginazione o all’auto emarginazione del bersaglio degli attacchi, ma anche al suicidio. E’ esattamente ciò che accade ai bersagli preferiti di Archiloco: Licambe e la figlia Neobule. Licambe, che apparteneva alla stessa eteria di Archiloco, aveva promesso in moglie al poeta la propria figlia Neobule, per poi negargliela per motivi politici o legati alla rottura tra le due famiglie.

Sulla veridicità di Licambe, tuttavia, non tutti gli studiosi sono concordi: alcuni ritengono che sia un personaggio fittizio, un bersaglio generico, un topos della poesia giambica. Secondo altri potrebbe trattarsi di una persona realmente esistita, ma il nome Licambe sarebbe, in realtà, uno pseudonimo facilmente riconoscibile all’interno della comunità. Anche Neobule sarebbe un nome fittizio, o meglio un “nome parlante”, in quanto potrebbe derivare da “neos” = nuova e “boulé” = volontà, decisione e potrebbe alludere alla volubilità ed all’incostanza della donna soprattutto nei progetti matrimoniali.

Non sempre, però, lo psogos nasceva da vero risentimento. Spesso rientrava nella pratica abituale della cosiddetta “zuffa simpotica”, cioè “litigio tra i convitati” che, più volte, erano originate da semplici motti scherzose e degeneravano in veri e propri scontri fisici.

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