L’Italia da Odoacre a Giustiniano

La situazione in Italia dopo il 476: dal regno di Odoacre alla Prammatica Sanzione

In Italia, nel 476, Odoacre aveva deposto Romolo Augustolo, governando per 13 anni in qualità di re dei barbari con il titolo di patrizio. Odoacre era riuscito a mantenere il potere anche col tacito consenso di Zenone, l’imperatore d’Oriente. Tuttavia, la sua politica espansionistica nel Norico (Austria centrale, Baviera, Slovenia nord-occidentale e parte dell’arco alpino italiano nord-orientale), in Sicilia e in Dalmazia aveva suscitato la preoccupazione dello stesso Zenone, il quale permise al re degli Ostrogoti, Teodorico (che già si era insediato in Pannonia e in Mesia), di marciare verso l’Italia e di dare inizio ad un’opera di conquista iniziata nel 489 e conclusasi nel 493 con la sconfitta e l’uccisione di Odoacre. La vittoria decisiva su Odoacre fu conseguita nella battaglia di Verona (489).

Teodorico si propose come il restauratore della romanità contro il dominio di Odoacre. Attraverso gli Ostrogoti, popolo federato all’impero, Zenone ristabilì formalmente il potere imperiale in Italia messo in discussione da Odoacre negli anni precedenti. Con Teodorico (493–526) abbiamo il secondo regno romano – germanico nel nostro territorio. In politica estera, pur mostrando ossequio nei confronti dell’imperatore di Oriente, il nuovo sovrano fu autonomo nelle sue scelte e decise di intavolare buone relazioni con i barbari dell’Occidente. Estese il suo regno alla Provenza (che sottrasse ai Burgundi) e alla Pannonia (dove consolidò la sua posizione ai danni dello stesso impero bizantino). Pose l’Italia al centro di un sistema di alleanze, esercitando un ruolo di primo piano tra Vandali, Franchi, Visigoti e Burgundi.

In politica interna, Teodorico promosse il più possibile la coesistenza pacifica tra Goti e Romani: a tal fine, era necessario che i due popoli conservassero la propria cultura, la propria religione (la fede ariana per i Goti e quella cattolica per i Romani) e le proprie tradizioni. Si crearono, in tal modo, due società parallele, distinte tra loro (quella germanica e quella romana), tenute insieme, però, dalla figura di Teodorico che veniva considerato un sovrano a tutti gli effetti dalla componente gotica e un rappresentante dell’imperatore d’Oriente da parte dei Romani. Un’analoga separazione caratterizzò anche l’organizzazione del regno: ai Goti fu assegnato il potere politico – militare, ai Romani, invece, l’amministrazione, la burocrazia e le magistrature civili.

In generale, ci si accordò anche sul fatto che ai Romani fosse impedito di indossare le armi, ai Goti di frequentare le scuole pubbliche latine. Teodorico puntò a collaborare con la parte romana della popolazione, avvalendosi di importanti punti di riferimento nel campo culturale e filosofico, quali, ad esempio, Cassiodoro e Boezio, che egli volle coinvolgere nel consistorium, o concistoro. Questo termine deriva dal latino consisto, “fermarsi”. Questo organismo era così denominato fin dall’epoca di Diocleziano, probabilmente perché i ministri “stavano in piedi”, alla presenza dell’imperatore.

 Oggi con il termine “concistoro” si indicano, in ambito ecclesiastico, le riunioni dei cardinali cattolici presiedute dal papa. Il concistoro dei cardinali deputato ad eleggere il nuovo pontefice prende il nome di conclave. Il termine conclave deriva dal latino e indica sia la sala che può essere “chiusa a chiave”, cioè cum clave, sia la riunione vera e propria. L’avvenimento che diede il nome di Conclave  alla riunione per l’elezione dei Pontefici risale al 1270, e ricorda la reazione degli abitanti di Viterbo  (a quel tempo sede papale) che, stanchi di anni di indecisioni dei cardinali, ridussero loro il vitto, li chiusero a chiave nella sala grande del Palazzo Papale e ne scoperchiarono parte del tetto in modo da costringerli a decidere chi eleggere a nuovo pontefice. Alla fine, il nuovo papa fu Gregorio X, eletto il 1 settembre 1271, dopo ben 1006 giorni di sede rimasta vacante dalla morte di Clemente IV, avvenuta nel 1268.

La convivenza tra Barbari e Romani fu perseguita, oltre che attraverso la ripartizione delle specifiche competenze, anche attraverso il mantenimento delle leggi delle rispettive comunità, secondo il sistema del “duplice diritto”, noto anche come sistema della “personalità del diritto”, che venne sancito dal cosiddetto “Editto di Teodorico”, detto anche Lex Romana Ostrogothorum. La componente romana della popolazione, in pratica, avrebbe continuato a seguire le sue leggi. I Goti, invece, avrebbero seguito le proprie. Costoro avrebbero continuato ad avere i propri magistrati (i conti) e le proprie consuetudini giuridiche orali; i Romani avrebbero, invece, continuato ad avere i propri giudici, secondo il principio della “personalità del diritto”. In caso di contrasti giuridici tra Goti e Romani era prevista la designazione di un magistrato speciale, affiancato da un  prudens romano.

Personalità della legge (o del diritto): istituto in base al quale le diverse componenti che abitavano uno stesso territorio non erano soggetti alla stessa legge: ciascuna comunità mantiene la propria legge “personale” o “etnica”.

 

Personalità del diritto:

Espressione che indica un sistema in cui, mancando un’unica legge territoriale vincolante per tutti i soggetti di un medesimo ordinamento, viene a questi ultimi concesso di vivere secondo le leggi della natio o della stirpe di appartenenza. Tale sistema, già adottato dai romani nei confronti degli stranieri (peregrini) o dei barbari stanziatisi entro i confini dell’impero, ai quali era consentito di vivere secondo le proprie consuetudini, fu ampiamente utilizzato nei regni romano – barbarici. In Italia fu applicato anche al tempo dell’invasione dei Longobardi sino all’età dei comuni. (Fonte: Wikipedia).

L’editto, nella versione di cui siamo in possesso, risale ad una trascrizione francese del 1579, non sappiamo se sia quello originale e se veramente queste norme siano state codificate in un “Edictum Theodorici” oppure no. La versione dell’editto di cui disponiamo si compone di 154 capitoli che raccolgono leges (costituzioni imperiali) e iura (massime giurisprudenziali).

Sul piano religioso, gli Ostrogoti continuarono a professare la fede ariana (che, in base agli insegnamenti di Ario, negava la natura divina di Cristo), pur cercando di non innescare conflitti religiosi con i Romani cattolici. Importanti furono, come si è visto, le norme contenute nel cosiddetto editto di Teodorico, con cui il sovrano lasciò in vigore per gli Ostrogoti il diritto barbarico e per i Romani quello latino, anche se cercò di introdurre nel diritto barbarico alcuni elementi del diritto romano.

Tuttavia, il sogno di Teodorico di fondere i due elementi della popolazione non poté realizzarsi in pieno per diverse ragioni che vanno ricondotte essenzialmente alla profonda differenza culturale e ai dissidi religiosi. Lo stesso Teodorico rifiutò di convertirsi al cattolicesimo, lasciando che l’arianesimo restasse un elemento centrale forte del suo regno. Tuttavia, egli nutrì grande rispetto per la Chiesa romana e per il suo ruolo. Per questo motivo, la sua posizione religiosa non fu osteggiata dai vescovi cattolici.

Però, quando il nuovo imperatore d’Oriente Giustino I, salito al potere nel 518, emanò, contro gli ariani, nel 524, un decreto che avrebbe dovuto essere esteso anche all’Italia, considerata parte integrante dell’impero, Teodorico cercò dapprima di indurre l’imperatore a ritirare il decreto, avvalendosi della mediazione dello stesso Papa Giovanni I a Bisanzio, ma poi, fallito questo tentativo,  mise in atto una politica di persecuzione contro i cattolici romani, mietendo vittime illustri, tra cui lo stesso pontefice, il capo del Senato Simmaco, e Severino Boezio, che in carcere scrisse il De consolatione philosophiae, un prosimetro, cioè un’opera in prosa e versi, che costituisce uno dei più importanti documenti della tarda letteratura latina e una delle più vigorose proteste contro la barbarie, in cui l’autore immagina di essere consolato dalla filosofia, personificata da una donna.

In quest’opera Boezio affronta il tema della sofferenza dei giusti che vengono puniti sempre e ingiustamente e dell’intoccabilità degli ingiusti e dei peccatori che riescono sempre a farla franca e a trionfare sui buoni. Una vera e propria ingiustizia terrena, dunque, a cui fa da contraltare la “consolazione provvidenziale” della filosofia, l’ “unica dea degna di essere amata”. La composizione dell’opera si colloca tra il 523 ed il 525, anno in cui l’autore fu giustiziato.

Cassiodoro, invece, continuò a collaborare con il potere ostrogoto anche dopo la morte di Teodorico. Al termine della guerra gotica, conflitto che segnerà, nel 553, la vittoria dei Bizantini sugli Ostrogoti, tornerà nella sua Calabria dove fonderà nei pressi di Squillace il monastero di Vivarium, che sarebbe diventato uno dei più importanti centri di studio e di trascrizione dei codici antichi nell’arco di tre secoli e più precisamente tra il VI e il IX, sino a quando cioè non ne venne distrutta e dispersa la ricca biblioteca.

La  politica di odio e di rappresaglia messa in atto da Teodorico in questa ultima fase del suo regno compromise ogni possibilità di conciliazione e spinse sempre più la componente romana a simpatizzare con l’Oriente e ad attendere dall’imperatore la liberazione. Tuttavia, come si è visto a proposito di Cassiodoro, la collaborazione romano – ostrogota sarebbe continuata ancora fino alla conquista bizantina dell’Italia nel 553.

 Teodorico morì il 30 agosto del 526. Destinato a succedergli era il nipote Atalarico, figlio di Amalasunta, figlia a sua volta di Teodorico. Tuttavia, essendo Atalarico troppo giovane, governò la madre in sua vece e improntò la sua azione ad una politica di collaborazione con l’Oriente bizantino, dove, ormai, era divenuto imperatore Giustiniano (527 – 565), nipote di Giustino. Amalasunta fu ostacolata in questa politica dai settori più conservatori dei Goti che, tra l’altro, imposero per Atalarico un’educazione militare troppo rigida per la sua fragile costituzione. Così il giovane morì nel 534 ed Amalasunta fu costretta a sposare, in segreto, il cugino Teodato che poi la fece uccidere nel 535, dopo averla fatta relegare in un’isola del lago di Bolsena.  Di ciò approfittò Giustiniano (che aveva posto Amalasunta sotto la sua protezione) per muovere guerra all’Italia al fine di riconquistarla e di ricomporre l’unità dell’impero.

Guerra greco – gotica (o Guerra gotica) e annessione dell’Italia all’impero bizantino. La Prammatica sanzione

L’uccisione di Amalasunta fornì a Giustiniano il pretesto per portare guerra agli Ostrogoti in Italia. L’opera di riconquista dell’Italia rientrava in un più generale indirizzo espansionistico della politica estera di Giustiniano che aveva già indotto l’imperatore a combattere contro i Bulgari, a riconquistare, con il generale Belisario, l’Africa, la Sardegna, la Corsica e le Baleari, nonché, avvalendosi questa volta della collaborazione dell’anziano patrizio Liberio, la parte meridionale della Spagna che fu sottratta ai Visigoti. La guerra in Italia fu, però, molto più lunga e difficile e si protrasse per circa venti anni. Essa può essere suddivisa in due fasi:

1)    La prima fase (o prima guerra gotica) durò dal 535 al 540. Flavio Belisario, uno dei più grandi generali bizantini, sconfisse nel 540 Vitige, il nuovo re degli Ostrogoti. Teodato morì nel 536 durante gli scontri. Gli succedette Vitige che aveva sposato Matasunta, la figlia di Amalasunta. In questa prima fase del conflitto i Bizantini conquistarono la Sicilia (535 – 536), poi Napoli e Roma (536 – 538) e, infine, Milano e di Ravenna, la capitale ostrogota (538 – 540).

2)    La seconda fase (o seconda guerra gotica) fu combattuta dal 544 al 553 contro Totila (541 – 552), il nuovo re degli Ostrogoti, che era riuscito a riconquistare l’Italia. Questa volta, a sconfiggere i Goti fu il generale Narsete  che uccise in battaglia lo stesso Totila a Tagina (l’odierna Gualdo Tadino, in Umbria) e poi, spingendosi verso la Campania, sconfisse Teia, divenuto re dei Goti, tra il 552 ed il 553, dopo la morte di Totila.

L’Italia fu ridotta a provincia dell’impero bizantino e fu sottoposta ad una pesante politica fiscale. L’annessione della nostra penisola all’Impero d’Oriente fu suggellata, nel 554, dall’emanazione, da parte di Giustiniano, della Prammatica sanzione, con cui si estendeva all’Italia la legislazione imperiale e si istituivano nuovi assetti amministrativi. L’Italia fu trasformata in una prefettura dell’impero bizantino. Negli anni successivi la Prefettura d’Italia fu trasformata in esarcato, con capitale Ravenna. La Prammatica sanzione prevedeva, tra le altre cose, la restituzione alla Chiesa cattolica delle terre confiscate, la divisione dell’Italia in distretti amministrativi, a cui venne preposto un “magistrato” (iudex), l’affidamento dell’amministrazione militare a un dux, una drastica politica di tagli alla spesa pubblica e di forte imposizione fiscale.  Nella penisola, tuttavia, crebbe il malcontento soprattutto per la politica economica e alcune aree si distaccarono dal controllo dell’esarca bizantino, dando vita al frazionamento politico che avrebbe caratterizzato la storia della penisola per molti secoli, fino alla sua unificazione.

  Prammatica sanzione: “pragmatica sanctio”. Con questa espressione si intendeva una costituzione o anche un singolo decreto che aveva valore per un determinato ambito  territoriale o sociale.

              Prefettura bizantina d’Italia suddivisa in province

Prefettura bizantina d’Italia suddivisa in province

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che avevano caratterizzato l’impero d’Occidente. In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Il suo potere era assoluto, perché si riteneva che derivasse direttamente da Dio. Egli era considerato il vicario di Cristo in Terra ed aveva il compito di “vegliare” sui suoi sudditi e di guidarli. Il carattere assoluto e la concezione “teocratica” del potere imperiale spingevano i Romani d’Oriente a vedere nell’impero un’istituzione universale chiamata da Dio ad assolvere ad una missione storica ed eccezionale: quella di portare (spesso di imporre) la fede cristiana a tutti i popoli.

Mentre in Occidente, dopo la costituzione dei regni romano – germanici, i vescovi ed il papa divennero sempre più autonomi dal potere imperiale, in Oriente la Chiesa, in ossequio alla concezione teocratica del potere imperiale, finì con l’essere sempre più sottomessa al sovrano. L’imperatore d’Oriente si propose come il vero ed unico capo della Chiesa e si riservò la legittimazione ad intervenire in tutte le questioni religiose e a presiedere i diversi concili che venivano convocati per difendere l’ortodossia cristiana dalle eresie. Ne scaturì il principio del cesaropapismo (da Caesar = imperatore e papa: imperatore – papa, sul modello della figura del re – sacerdote delle antiche civiltà orientali), in base al quale il sovrano era la massima autorità non solo politica, ma anche religiosa. L’orgoglioso attaccamento dei sudditi al loro sovrano nasceva anche dal fatto che i Bizantini si definivano unici custodi e continuatori dell’antico impero romano, della sua cultura e della sua tradizione. I Bizantini continuarono a chiamarsi “Romaioi” e definivano “Romània” il loro territorio.

Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente, però, oltre che nella stabilità del potere politico, vanno ricercate anche nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Altri aspetti non meno importanti furono:

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta da Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molti secoli, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco.

Il fuoco greco

Il fuoco greco

 Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Il fuoco greco consentì ai Bizantini di difendersi per decenni dagli attacchi nemici, fino all’invenzione della polvere da sparo, inventata, secondo alcuni, nel 1044 dai Cinesi, secondo altri, nel 1267.

Sul piano militare, inoltre, avevano giovato alla tenuta dell’impero d’Oriente il distacco definitivo dell’impero d’Oriente rispetto all’Occidente, già ai tempi di Arcadio, e, soprattutto, l’abbandono della tradizionale politica di accoglienza che nei secoli precedenti imperatori come Valente e Teodosio avevano riservato ai barbari come “federati”. L’intransigenza dei sovrani orientali verso ogni tentativo dei comandanti germanici di prendere il potere riuscì ad evitare a Bisanzio lo sfaldamento e l’implosione che avevano caratterizzato gli ultimi decenni dell’impero d’Occidente. Certo, non mancavano soldati barbari negli eserciti di Bisanzio, ma erano arruolati come mercenari ed erano sempre posti sotto il diretto controllo degli ufficiali imperiali. Infine, per controbilanciare la presenza dei barbari mercenari, l’impero d’Oriente si avvalse dell’arruolamento degli Isauri, una popolazione non germanica stanziata in Isauria, nel sud dell’Asia Minore, oggi corrispondente alla parte sudoccidentale dell’attuale provincia turca di Konya.

 

L’imperatore bizantino e i rapporti con la Chiesa

L’impero bizantino si estendeva dall’Egitto al Danubio, dalla Siria al Mar Nero. La figura dell’imperatore acquisì caratteri di onnipotenza ed era venerata come un sole che illuminava con la sua presenza tutta l’umanità. Il sovrano era onorato da tutti gli strati della società, con un rituale che culminava nella proskynesis. Il palazzo imperiale era considerato sacro. Sacri erano anche i vestiti di porpora, simbolo del potere imperiale. La porpora stessa divenne emblema della grandezza dell’imperatore per discendenza diretta, al punto che l’imperatore poteva essere definito Porfirogenito, cioè “nato nella porpora”.

L’origine di questa espressione è anche da ricollegare al fatto che esisteva nella residenza imperiale di Costantinopoli la Sala della Porpora in cui la moglie dell’imperatore dava alla luce i figli destinati a guidare l’Impero. Anche per queste ragioni, l’imperatore venne accentrando nelle sue mani poteri sempre più vasti che afferivano non soltanto alla sfera politica, ma anche a quella religiosa ed ecclesiastica, di cui si vantava di essere l’autorità più alta e rappresentativa. Compito precipuo del sovrano era quello di difendere l’ortodossia religiosa, vale a dire le verità dei precetti religiosi ufficiali contro le eresie, cioè le scelte o le interpretazioni di gruppi o di singoli uomini. Per questo motivo, l’imperatore assunse, come si è visto, il pieno controllo dell’organizzazione e delle strutture ecclesiastiche, attraverso il cesaropapismo, cioè il potere sacro e religioso dell’imperatore. Ad esempio, Giustiniano intervenne nella contesa legata al monofisismo, eresia che attribuiva a Gesù la sola natura divina (monos + fusis) e non anche quella umana. Questa eresia, pur essendo già stata ufficialmente condannata nel Concilio di Calcedonia del 451, persisteva, ai tempi di Giustiniano ancora in Siria e in Egitto.

Giustiniano

Giustiniano dominò la scena politica bizantina dal 527 al 565. La sua azione politica fu legata al progetto di restaurazione dell’impero romano e delle sue vecchie frontiere. Progetto che non contrastava necessariamente con la mutata situazione storico – politica dei regni romano – germanici, in quanto Giustiniano considerava i sovrani germanici non come re autonomi, ma come delegati dall’imperatore stesso a governare nei territori occidentali dell’Impero.  Il suo progetto politico era legato inscindibilmente alla sua visione religiosa: il concetto di impero veniva a coincidere con il concetto di mondo cristiano. Il tutto nel quadro di quella visione cesaropapista che concentrava nelle mani del sovrano il potere temporale e quello spirituale. In  quanto rappresentante della Chiesa, Giustiniano intervenne nelle controversia teologica che opponeva da tempo i nestoriani ai monofisiti.

I nestoriani, seguaci del patriarca di Costantinopoli  Nestorio (428 – 431), credevano nella compresenza in Cristo di due nature e persone distinte, quella umana e quella divina. I monofisiti, invece, attribuivano a Gesù la sola natura divina. Giustiniano cercò di mediare tra le due posizioni e, consapevole del fatto che i monofisiti erano molto forti in aree importanti dell’impero, quali la Siria e l’Egitto ed avevano anche il consenso della moglie Teodora, condannò in parte, nel 544, la dottrina nestoriana nell’ Editto dei Tre Capitoli.

La riconquista dell’Occidente e la situazione in Italia

Nel 533, grazie all’azione militare del generale Belisario, Giustiniano in un solo anno riuscì a porre fine, in Africa, al regno dei Vandali che era stato costituito nel 429 da Genserico. L’Italia fu riconquistata, come si è visto, nel corso della guerra greco – gotica.

                     L’impero bizantino alla morte di Giustiniano (565 d.C.)

L’impero bizantino alla morte di Giustiniano (565 d.C.)

L'impero romano d'Oriente nel 527 e nel 565

L'impero romano d'Oriente nel 527 e nel 565

L’opera legislativa di Giustiniano: il Corpus iuris civilis

Il recupero della tradizione romana raggiunse il suo apice nel riordinamento generale del diritto romano affidato da Giustiniano al giurista Triboniano (500 – 542). Il lavoro di Triboniano fu lungo e faticoso e si protrasse dal 528 al 533. Il giurista consultò le opere di oltre duemila autori e redasse il Corpus iuris civilis, la Raccolta del diritto civile, recuperando la smisurata tradizione giuridica romana e adeguandola ai nuovi tempi. Grazie al preziosissimo lavoro di Triboniano, vennero cancellate le contraddizioni e le ripetizioni di leggi dovute ai cambiamenti nelle diverse epoche storiche.  Il Corpus iuris civilis influì molto sulla storia e sulla cultura europea dei secoli successivi, fino a diventare il cardine della giurisprudenza di molti popoli.

frammento del Corpus iuris civilis

frammento del Corpus iuris civilis

Il Corpus, pubblicato tra il 529 ed il 533, è un’ imponente raccolta di tutte le leggi imperiali e di altri testi giuridici.

È così suddiviso:

1)     Digesto (o anche Pandectae), in  50 libri, in cui troviamo i frammenti di opere di giuristi romani, soprattutto i pareri tecnici dei giuristi del passato.

2)     Institutiones, opera didattica in 4 libri destinata agli studioso del diritto. Era un vero e proprio manuale scolastico di diritto romano.

3)     Codex in cui troviamo una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano in poi (dal II secolo d.C. in poi).

4)     Novellae Constitutiones contenevano le costituzioni emanate da Giustiniano dal 533 in poi.

Le prime tre parti del Corpus sono scritte in latino mentre l’ultima parte, quella delle Novellae Constitutiones, è composta in greco.

I longobardi in Italia. Ridimensionamento del dominio bizantino nella penisola.

Il dominio dei Bizantini in Italia si mantenne omogeneo fino al 568 d.C., allorché i Longobardi, dalla Pannonia (regione in cui si erano insediati agli inizi del V secolo), sotto la guida di re Alboino, attraversarono le Alpi, dilagando, nel 569, nella nostra penisola. Anche in ragione della scarsissima resistenza opposta dalle popolazioni locali, i Longobardi poterono impadronirsi senza molte difficoltà di gran parte dell’Italia settentrionale (tutta l’area del nord ovest e del nord est), occupando importanti città come Treviso, Vicenza, Verona, Brescia, Bergamo e Milano. Essi, nel giro di pochi anni, presero anche Pavia, che divenne la capitale del regno, ampia parte della Toscana, nonché Spoleto, Benevento e Salerno.

Tuttavia, il carattere non organizzato di quest’opera di conquista fece sì che ai bizantini rimanesse ancora il controllo di un’ampia parte della penisola, come le regioni attorno a Ravenna, alle Marche, alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla Sardegna. La nuova situazione politica, che vedeva la nostra Penisola divisa tra aree longobarde e aree bizantine, fu ratificata nel 603 con il riconoscimento ufficiale della Romània, cioè della parte bizantina, e della Longobardia, da cui deriva il nome dell’attuale Lombardia. La capitale dell’esarcato bizantino continuò ad essere Ravenna. I Bizantini controllavano anche le città di Ancona, Senigallia, Fano, Pesaro e Rimini (la pentapoli adriatica) e Gubbio, Jesi, Cagli, Fossombrone e Urbino (la pentapoli dell’entroterra). Contrariamente a quanto avvenuto con Teodorico, quella dei Longobardi fu una dominazione senza integrazione. Anzi, gran parte dell’aristocrazia romana e dello stesso clero non solo venne estromessa dalla macchina amministrativa, ma fu addirittura eliminata fisicamente. Inoltre, non furono pochi i beni ecclesiastici sequestrati.

Società dei Longobardi

I Longobardi erano divisi in fare, ciascuna delle quali comprendeva più gruppi familiari che si consideravano discendenti da un antenato comune. Il termine potrebbe ricollegarsi al verbo tedesco fahren, viaggiare, migrare. Ogni fara era guidata da un duca, termine che, in origine, indicava il capo tribale e che poi, in seguito, assunse il significato di capo militare. Infatti, nei momenti di emergenza, come quelli legati alle grandi emigrazioni o alle guerre, un duca veniva eletto re dell’intero “esercito – popolo” ed assumeva il comando militare delle operazioni. Quella dei Longobardi era un tipo di società fondata su un’aristocrazia guerriera, i cosiddetti arimanni, che aveva anche il compito di scegliere il re, dal quale dipendevano gli altri comandanti militari, i duchi. La parte rimanente della popolazione era composta da servi, che si occupavano di agricoltura e di allevamento e non godevano di alcun diritto, e da uomini semiliberi, gli aldi che, pur possedendo il diritto alla libertà personale, erano costretti a lavorare le terre dei signori.

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