Il tramonto del mondo antico

Il tramonto del mondo antico

Il III secolo d.C. evidenzia una crisi gravissima per l’impero romano che rischia di scomparire del tutto. La fine viene evitata, o se vogliamo ritardata, dagli imperatori Diocleziano e Costantino. Ma molti problemi restano sul tappeto e, principalmente, la questione della successione al trono imperiale, l’individuazione di nuove risorse economiche e di manodopera dopo la fine delle conquiste, il contenimento dei popoli barbari che incalzano sempre di più alle frontiere dell’impero, a partire dal IV secolo d.C.

La fine delle conquiste aveva determinato anche la fine del “reclutamento” della manodopera schiavile e, di conseguenza, un graduale, ma inarrestabile impoverimento dell’economia. Tutto ciò produsse fattori crescenti di instabilità politica e rese Roma più vulnerabile di fronte di fronte alle pressioni dei barbari. L’impero dovette ripensare la sua struttura politico – amministrativa in modo netto ed irreversibile. Si distinsero, in questa direzione, Diocleziano (284 – 305) e Costantino (“Augusto” d’Occidente dal 312 al 324; imperatore unico dal 324 al 337).

L’introduzione della tetrarchia ad opera di Diocleziano contribuì ad arginare, almeno per un certo periodo, il tracollo dell’impero. L’introduzione della tetrarchia nacque dalla consapevolezza di Diocleziano dell’impossibilità di affidare il comando dell’impero romano ad una sola persona. Egli comprese benissimo che un unico imperatore non avrebbe mai potuto gestire e controllare un impero così vasto. Ciò era stato dimostrato dai gravi avvenimenti che avevano caratterizzato, nel corso del III secolo, il periodo dell’anarchia militare, culminato, tra il 260 ed il 274, nella divisione dell’impero in tre Stati indipendenti: Regno delle Gallie in Occidente (dal 260 al 274); Regno di Palmira ad Oriente (262 – 273); impero romano.

Giunto al potere nel 284, Diocleziano associò, nel 286, al potere il generale di origine pannonica Massimiano, avvalendosi del sistema dell’adozione. Diocleziano e Massimiano divennero i due AUGUSTI, cioè i due imperatori in carica. Massimiano ottenne l’Italia e l’Africa, Diocleziano tenne per sé l’Asia e l’Oriente. Con Diocleziano prese corpo, dunque, una sorta di diarchia che prevedeva una suddivisione del potere per aree geografiche. Qualche anno dopo, apparve sempre più forte l’esigenza di associare a ciascuno dei due AUGUSTI un CESARE, cioè un collaboratore, scelto anch’egli con il sistema dell’adozione, che potesse succedere al proprio AUGUSTO dopo la morte di quest’ultimo. Questa decisione, segnò, in qualche modo, il ritorno al principio di successione dinastica fondato sulla “scelta del migliore”, come accadeva durante il principato adottivo. Massimiano designò come suo Cesare il prefetto del pretorio Costanzo Cloro, al quale fu affidato il controllo della Spagna, della Gallia e della Britannia; Diocleziano scelse come suo Cesare il militare Galerio, a cui andarono la Pannonia (Ungheria), la Mesia (Serbia, Bulgaria ed attuale Macedonia) e la Tracia (nord – est della Grecia, sud della Bulgaria e Turchia europea).

Le persecuzioni messe in atto da Diocleziano nei confronti dei cristiani rischiavano di minare la pace e la coesione sociale in un contesto nel quale il Cristianesimo si diffondeva sempre di più e non solo tra i ceti meno abbienti della popolazione. Costantino comprenderà per primo che la pace e la coesione sociale passavano anche attraverso una politica di tolleranza verso i cristiani e con l’Editto di Milano del 313 concesse la libertà di culto, ponendo fine alle persecuzioni, favorendo il cristianesimo come punto di forza e non di debolezza della stabilità politica e sociale ed ordinando la restituzione ai Cristiani di tutti i beni e di tutti gli edifici religiosi che erano stati loro confiscati.

I suoi provvedimenti in favore della Chiesa cristiana non si limitarono, però, solo alla libertà di culto e alla restituzione dei beni sequestrati, anzi si spinsero ben oltre fino a concedere ai vescovi il potere di giudicare le cause civili e a dichiarare come giornata consacrata al Signore la domenica, precedentemente dedicata al dio Sole.

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio. Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma.

Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione.

In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”.

La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi e ciò lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani. Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo.

Il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra e condannavano lo schiavismo, che era, invece, un pilastro fondamentale dell’economia romana, in quanto consideravano gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, figli di Dio e, in quanto tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

 

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi. Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)     l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)     Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo da determinare la progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)     Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso incentivare e finanziare l’introduzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché si temeva che l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)     Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province. La nostra penisola, in epoca repubblicana spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi nel II secolo a.C.. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito.

La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendo l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”.

Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto trovate nella condizione di subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio.

Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero Vespasiano ad allargare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero.

 

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

 

La diffusione del Cristianesimo

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo. Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente, e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime.

Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

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