Secondo triumvirato – età di Augusto

Il secondo triumvirato

Dopo l’uccisione di Cesare i contrasti politici tra i suoi sostenitori ed i suoi avversari si accesero notevolmente. I cesaricidi, tra i quali Caio Cassio Longino e Marco Giunio Bruto, videro deluse le loro aspettative di un appoggio incondizionato da parte del popolo, mentre tra i sostenitori di Cesare particolarmente duro sarebbe stato, di lì a poco, lo scontro tra Marco Antonio e Caio Ottavio, il futuro Ottaviano.

Marco Antonio, che nel 44 a.C. era console, si appropriò dei beni di Cesare e fece ampie elargizioni al popolo, a cui lesse anche le numerose disposizioni favorevoli che Cesare aveva inserito nel suo testamento. Durante la celebrazione dei funerali, tenutisi il 20 marzo, Antonio impiegò parte del patrimonio di Cesare in elargizioni al popolo e pronunziò un’orazione tanto appassionata e ricca di elogi per il dittatore ucciso da sollevare un grande focolaio di protesta del popolo contro i congiurati che furono costretti a rifugiarsi in Grecia.

Intanto Caio Ottavio, un pronipote di Cesare, adottato come figlio e come erede di ampia parte del suo patrimonio, pretese da Marco Antonio la restituzione di quanto gli spettava.

Al suo rifiuto, Ottavio (che assunse il nome adottivo di Caio Giulio Cesare Ottaviano) avvicinatosi alle posizioni del senato e di Cicerone, vendette la restante parte del patrimonio di Cesare, non ancora consumata da Antonio, oltre che il proprio patrimonio, per assolvere agli obblighi del testamento e conquistarsi il favore popolare. Antonio, che ambiva a succedere a Cesare si fece assegnare dai comizi il governo della Gallia Cisalpina che fu tolto al congiurato Decimo Bruto, al quale quel territorio era stato assegnato da Cesare. Lo scontro tra Decimo Bruto e Marco Antonio fu aspro, ma breve, e si concluse a Modena, con la vittoria di Marco Antonio, nel dicembre del 44 a.C…

 

Modena, (Mutina), fu il teatro di un nuovo scontro, nel 43 a.C., tra Ottaviano e Marco Antonio, terminato, questa volta, con la sconfitta di Antonio e la sua fuga in Gallia Narbonese, dove si unì alle truppe di Marco Emilio Lepido, governatore di quella legione.

 

Alla seconda battaglia di Modena, del 43 a.C., si era giunti in seguito alla decisione del senato di inviare Ottaviano contro Marco Antonio, accusato dall’organismo senatorio di complottare contro lo Stato.

Dopo quel fulmineo successo, Ottaviano, a soli venti anni e senza aver ricoperto cariche inferiori, decise di candidarsi al consolato, sperando nell’appoggio del senato. Ma quando quest’ultimo glielo negò, egli, seguendo l’esempio di Silla, marciò su Roma con otto legioni e si fece attribuire la carica consolare dal popolo.

Per suggellare la sua ascesa al potere, si accordò segretamente con Marco Antonio e con Marco Emilio Lepido, ai quali condonò tutte la accuse ed i provvedimenti che erano stati assunti a loro carico.

Nacque così, nel 43 a.C., il secondo triumvirato che venne ad assumere, contrariamente al primo, l’aspetto di una vera e propria magistratura, dal momento che i triumviri avevano il compito di riorganizzare lo Stato (triumviri reipublicae costituendae). Gli accordi che furono alla base della costituzione del nuovo triumvirato prevedevano l’invio di Ottaviano ed Antonio in Oriente, con l’incarico di combattere contro Bruto e Cassio in Grecia, e la permanenza, in qualità di console, di Lepido in Italia.

Il secondo triumvirato si distinse anche per il rinnovo delle proscrizioni di stampo sillano, di cui cadde vittima, con 300 senatori e 3000 cavalieri, lo stesso Cicerone. La strage di un così ampio numero di cittadini fu il prezzo pagato dagli avversari dell’uno o dell’altro triumviro per l’accordo tra uomini politici che in precedenza avevano accanitamente combattuto in schieramenti contrapposti. Ottenuto il rinnovo della carica per un quinquennio, i triumviri si spartirono le province imperiali, assumendo Antonio il comando di quelle orientali, Ottaviano di quelle occidentali e Lepido dell’Africa.

Ottaviano e Antonio affrontarono i repubblicani guidati da Bruto e Cassio a Filippi (in Tracia, al confine con la Macedonia, chiamata così in onore di Filippo il Macedone dal quale era stata ingrandita e fortificata nel 356 a.C.).

Lo scontro terminò con la piena vittoria di Ottaviano e Antonio e con il suicidio di Bruto e Cassio.

A questa battaglia è legata la celeberrima espressione ci rivedremo a Filippi, ancora oggi usata per indicare l’imminenza di una resa dei conti.

Secondo la tradizione, queste parole furono rivolte, in sogno, a Bruto dallo spettro di Cesare alcune notti prima della battaglia di Filippi. La frase è citata anche nella celebre tragedia di Shakespeare (1564 – 1616), intitolata Giulio Cesare, in cui Bruto dapprima si oppone alla congiura contro il dittatore, poi si lascia convincere a partecipare.

(La tragedia si conclude con il suicidio di Bruto e Cassio e con un accenno all’imminente scontro tra Antonio e Ottaviano, che sarà poi più diffusamente narrato nel dramma Antonio e Cleopatra. In questa seconda tragedia, Shakespeare rievoca anche l’ascesa al potere di Ottaviano dopo la sconfitta di Antonio ad Azio, nel 31 a.C.).

Stabilitosi in Egitto, Antonio sposò Cleopatra, prese stabile dimora ad Alessandria e portò avanti una politica da sovrano orientale, assumendo dei comportamenti che offrirono ad Ottaviano, a Roma, facile gioco nel metterlo in cattiva luce presso l’opinione pubblica e presso lo stesso senato.

Fu, difatti, propagata la voce che Antonio volesse fare di Cleopatra la regina di un nuovo impero. Erano i primi segnali di una nuova guerra civile, accelerata, nel 36 a.C.,dalla grande

 

vittoria sui repubblicani guidati da Sesto Pompeo, dalla rimozione di Lepido dal governo dell’Africa e dalla trasformazione del triumvirato in un duumvirato.

Ottaviano poté così scontrarsi direttamente e frontalmente con Antonio che sconfisse ad Azio, sulla costa occidentale della Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. . Dopo la sconfitta, Antonio fuggì in Egitto, ma fu inseguito dallo stesso Ottaviano. Antonio e Cleopatra, per evitare la cattura, si uccisero nel 30 a.C. . L’Egitto, formidabile risorsa di grano, divenne un possedimento personale di Ottaviano. Con la morte di Antonio, il duumvirato si trasformò in un principato e si ebbe la fine irreversibile dell’indipendenza dell’Egitto ed il trionfo dell’Occidente sull’Oriente.

Il secolo di Augusto

Dopo il 31 a.C., Ottaviano si trovò ad essere l’unico protagonista della politica romana, nell’ambito della quale venne dunque assumendo la posizione di princeps, di arbitro indiscusso. Egli, forte dell’esperienza di Cesare, caduto vittima di una congiura repubblicana, per aver cercato di calcare eccessivamente la mano nella trasformazione politica della forma di governo, mirò soprattutto a presentarsi come il garante della pace e dell’ordine. Assunse il titolo di imperator. Suo obiettivo principale fu quello di creare un forte potere personale fondato sul controllo dell’esercito, realizzandolo, però, nel rispetto formale, anche se non sostanziale, degli ordinamenti repubblicani che, però svuotò di ogni potere, facendosi attribuire progressivamente le cariche di tribuno, di principe del senato, di censore, di console, di proconsole, di pontefice massimo ed, infine, il titolo di Augusto.

Si affermò, in tal modo, un governo repubblicano nella forma, ma monarchico nella sostanza che gli storici sono soliti definire principato, distinguendo questa fase da quella successiva dell’impero. Augusto governò dal 31 a.C. al 14 d. C., anno della sua morte avvenuta a Nola. Nel 4 d.C., scomparsi tutti i suoi eredi diretti, nominò come suo successore il figliastro Tiberio, figlio della sua terza moglie Livia, che egli adottò  e designò a succedergli.

L’età augustea fu caratterizzata, sul piano politico – militare, da un lungo periodo di pace, tant’ è che, nel 29 a.C., fu chiuso, per la prima volta dopo la prima guerra punica, il tempio di Giano e fu costruita, nel Campo Marzio, l’Ara Pacis. Augusto concluse anche la pace con i Parti, mentre dovette subire una dura sconfitta, nel 9 d.C., a Teutoburgo, a causa del malgoverno di Publio Quintilio Varo. Questi, sorpreso in un’imboscata da Arminio, capo dei Cherusci, fu duramente sconfitto, determinando, così, la fine del sogno di espansione romana a nord del Danubio.

Azione istituzionale, economica e sociale di Augusto

         rispetto formale della tradizione, sostanziale trasformazione dello Stato

         accentramento nelle sue mani delle cariche di tribuno (inviolabilità), console (potere esecutivo), censore (controllo della vigilanza sul censo e sui costumi), pontefice massimo (supremi poteri religiosi), princeps senatus (diritto di prendere per primo la parola nel Senato e di influenzarne le decisioni). Accettò il titolo di “imperator”, non, però, inteso nel senso tradizionale del termine. In genere, infatti, questo titolo era assegnato ai generali nel giorno del trionfo e solo in quella circostanza e subito dopo il trionfo doveva essere deposto.

         Per Augusto il titolo di imperator assunse una caratterizzazione completamente diversa. Non più di carattere transitorio e legato alla sola durata del trionfo, diventava una qualificazionedi carattere permanente, tanto da entrare a far parte del nome stesso della persona. Augusto, infatti, fu  chiamato: Imperator Caesar divi filius Augustus, Augusto Cesare imperatorefiglio del divino (Cesare).

         Riassetto delle finanze pubbliche, con imposizione di tre nuove tasse (sulle successioni notevoli, sulla liberazioni degli schiavi e sulle compravendite) i cui proventi vennero utilizzati per la creazione di un erario militare per stipendiare i soldati che venivano congedati, e valorizzazione dell’agricoltura (attraverso una politica puntata a consentire il ritorno alla vita dei campi delle molte persone che ne erano state allontanate a causa delle guerre).

         Riforma dell’esercito: congedo di oltre 150.000 veterani, riduzione da 60 a 25 legioni, istituzioni di nove coorti di pretoriani con un prefetto del pretorio, riorganizzazione della flotta, posta sotto il comando di due prefetti della flotta e dislocata in diverse basi, tra cui le due permanenti di Miseno e Ravenna, per il controllo, rispettivamente, del Tirreno e dell’Adriatico.

         Rafforzamento dei confini. Divisione dell’impero in province senatorie (affidate ad un proconsole di nomina senatoria) e imperiali (affidate a governatori individuati da Augusto, ed in genere, di estrazione equestre, o poste, sotto il comando dello stesso princeps, al fine di garantirsi un rapporto diretto e, quindi, il controllo dell’esercito). L’Egitto fu considerato dominio personale di Augusto, che ne controllava l’amministrazione attraverso la figura del prefetto dell’Egitto. Questa decisione era motivata dal fatto che l’Egitto era un’indispensabile fonte di grano per le frumentationes, con cui il princeps si assicurava il favore delle plebe romana. Sviluppo delle vie di comunicazione ed istituzione del cursus publicus.

         Periodo di pace offuscato dalla sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C.

         Mecenatismo culturale come organizzazione del consenso.

 Politica culturale e religiosa di Augusto

         Richiamo agli antichi valori repubblicani. Augusto colpì il lusso eccessivo con la legge suntuaria (da sumptuarius, derivato a sua volta da sumo, is, sumpsi, sumptum, sumere = prendere, spendere).

         Esaltazione dell’attaccamento alla famiglia e ai valori del matrimonio.

         Promozione della riscoperta delle origini di Roma e della sua leggendaria grandezza.

         Promozione delle arti, della letteratura e della cultura in generale. Augusto si avvale di grandi autori come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, ecc per la diffusione della sua politica culturale e di restaurazione morale. Attraverso il Circolo di Mecenate, il principe offre protezione ai grandi scrittori, dai quali viene spesso ricambiato con una più o meno esplicita esaltazione della sua politica di pace e di rinnovamento etico e culturale. Lo storico Tito Livio celebra nella sua monumentale opera la grandezza della Roma repubblicana destinata a consolidarsi e a rinnovarsi sotto Augusto. Virgilio, nelle Georgiche, esalta l’importanza dell’agricoltura e, nell’Eneide, celebra i valori della pìetas incarnati da Enea e nei quali il popolo romano tutto doveva identificarsi. 

         Rilancio dei culti religiosi tradizionali.

         Introduzione di un culto imperiale in Oriente, con templi e sacerdoti consacrati ad Augusto.

 

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