Pompeo e Crasso

Pompeo e Crasso

La morte di Silla, avvenuta nel 78 a.C., non placò i contrasti e le tensioni che scuotevano la società romana.

Dopo la scomparsa di Mario, molti suoi sostenitori si erano rifugiati in Spagna ed avevano ricostituito le loro forze attorno a Quinto Sertorio, un ex ufficiale di Mario che, tra l’ 83 e l’ 80 a.C., aveva istituito un governo autonomo con il consenso delle popolazioni locali. Nel 76 a.C. il Senato inviò in Spagna Pompeo Magno, di nobile famiglia italica[1], distintosi come luogotenente di Silla nella guerra civile contro Mario. Sertorio vinse più volte contro le truppe di Pompeo, prevalendo militarmente con le sue azioni di guerriglia sulla tattica troppo avventata e spregiudicata dell’avversario. Tuttavia, fu tradito da Marco Perperna, il suo maggiore collaboratore. Nel 72 a.C., quindi, Sertorio fu avvelenato durante un banchetto. In quello stesso anno la Spagna rientrò sotto il controllo romano.

                                       

Spartaco e la rivolta degli schiavi

In Italia Pompeo, insieme a Marco Licinio Crasso, affrontò le ultime fasi di una grave rivolta scoppiata nel 73 a.C.: quella degli schiavi e dei gladiatori. Questi ultimi erano schiavi di guerra e venivano costretti a combattere, per il divertimento del pubblico, nei ludi gladiatori o contro gli animali.

Questo nuovo fronte di guerra era iniziato con l’insurrezione degli schiavi della scuola di gladiatori di Capua contro le disumane condizioni di vita imposte loro dal lanista Lentulo Battiato.

Alla guida della rivolta si era posto Spartaco, uno schiavo proveniente dalla Tracia. Agli schiavi ribelli si erano uniti anche molti uomini liberi, scontenti delle loro condizioni economiche e, tra questi, in particolare, i piccoli contadini italici. L’esercito degli insorti, già forte di settantamila uomini, raggiunse le centocinquantamila unità. Spartaco inizialmente riportò diversi successi. Nel 71 a.C., però, i ribelli furono sconfitti da otto legioni guidate da Crasso in una battaglia combattutasi presso il fiume Sele, nella quale morirono 60.000 schiavi e lo stesso Spartaco. Sorte peggiore toccò a 6000 prigionieri che vennero crocefissi lungo la via Appia. Alla vittoria finale concorse anche Pompeo che stava tornando con le sue truppe dalla Spagna.

 

 

 

 

Il consolato di Pompeo e Crasso

I successi militari resero Pompeo e Crasso gli uomini più influenti della scena politica romana. Tra i due vi era una naturale rivalità politica: il primo, infatti, discendeva da una nobile famiglia del Piceno, il secondo, invece, era un importante esponente degli equites. Il Senato sperava che i due esponenti si combattessero e si neutralizzassero a vicenda. Ma così non fu: anzi, Pompeo e Crasso si allearono e si candidarono insieme al consolato per il 70 a.C., nonostante Pompeo non avesse ricoperto alcuna magistratura del cursus honorum.[2] Per guadagnare il consenso della plebe e di quei nobili moderati che si erano schierati contro Silla, Pompeo e Crasso, durante il consolato, smantellarono le leggi Cornelie, ripristinarono il potere di veto dei tribuni della plebe, il ruolo dei cavalieri nei tribunali, la censura abolita da Silla, nonché il ruolo degli equites nel sistema tributario delle province asiatiche. Allo scadere del mandato, Pompeo visse da privato cittadino fino al 67 a.C., quando gli venne conferito l’imperium infinitum per tre anni delle operazioni militari contro i pirati che infestavano le coste della Cilicia e del Mediterraneo, rendendo difficili i traffici marittimi da Roma e per Roma. Gli furono sufficienti solo tre mesi per porre fine alle incursioni dei pirati.

 

 

 

 

Nuova guerra mitridatica

Nel 66 a.C. Pompeo ottenne il comando di una seconda guerra contro Mitridate Eupatore. Il sovrano del Ponto si era impadronito del vicino regno di Bitinia, dopo che il re Nicomede III, morto nel 74 a.C. senza figli, aveva lasciato il regno in eredità al popolo romano.

Già nel 68 a.C. Roma aveva inviato delle truppe al comando di Lucio Licinio Lucullo. Questi, però, fu costretto ad abbandonare il comando per una insubordinazione dei suoi soldati. L’azione di Pompeo fu ancora una volta risolutrice, sia sul piano militare, sia su quello diplomatico. Su questo fronte, infatti, egli riuscì a dividere Mitridate e Tigrane, il re dell’Armenia che si era precedentemente alleato con l’Eupatore. Pompeo ottenne la vittoria definitiva nel 66 a.C., presso il fiume Halys, nell’odierna Turchia.

Tra il 64 ed il 62, Pompeo rese il Ponto, la Cilicia e la Siria province romane, mentre l’Armenia, la Cappadocia, la Galazia, la Colchide e la Giudea divennero stati vassalli di Roma. La Giudea era stata inglobata, dopo la morte di Alessandro Magno, nel Regno di Siria. Si era liberata dal giogo siriaco nel 168 a.C., sotto la dinastia degli Asmonei che avevano guidato la rivolta giudaica contro i Seleucidi.

 

Situazione a Roma durante l’assenza di Pompeo: la congiura di Catilina

Intanto, a Roma, corruzione e malcontento serpeggiavano un po’ dovunque. In questo contesto maturò la congiura di Catilina (108 – 62 a.C).

Lucio Sergio Catilina era nato da nobile famiglia nel 108 a.C. e aveva mosso i primi passi della sua carriera politica nelle file dei seguaci di Silla, dimostrando una grande brama di potere. Catilina aspirava al consolato, anche nella speranza di risolvere problemi economici personali. Una sua prima candidatura, nel 65, fu bocciata dal Senato perché sulla sua fedina penale gravava una denuncia per guadagni illeciti. Partecipò, quindi, ad un primo tentativo di congiura, che puntava all’assassinio dei consoli in carica quell’anno, cioè Lucio Manlio Torquato e Lucio Aurelio Cotta, ma questo piano eversivo fallì. Nel 63 Catilina si candidò nuovamente al consolato, appoggiato dalla plebe romana e da vecchi seguaci di Silla, poi caduti in disgrazia. Alla base del suo programma vi era la promessa di una più equa ripartizione delle terre dell’ager publicus e dei bottini di guerra. Ma fu sconfitto dal più grande oratore romano, Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.). Catilina accusò Cicerone di brogli elettorali ed organizzò una nuova congiura. Cicerone, scoperte le prove dei piani di Catilina, lo accusò pubblicamente in Senato, pronunciando le orazioni passate alla storia con il nome di Catilinarie. Fece arrestare molti congiurati e li fece giustiziare illegalmente, senza concedere loro il beneficio della provocatio ad populum. Catilina ripiegò verso l’Etruria dove continuò a combattere, allestendo un proprio esercito. Morì eroicamente a Pistoia, nel 62 a.C., nel corso degli scontri con l’esercito romano.

Come Caio Mario, anche Cicerone era un homo novus della politica romana. Egli, però, non fu un generale, ma un uomo di cultura e sosteneva gli ideali e gli interessi della nobiltà senatoria. Forte del grande prestigio personale acquisito, Cicerone cercò di promuovere un progetto politico fondato sulla concordia ordinum, cioè sull’accordo di tutti i ceti sociali e di tutte le fazioni politiche. L’oratore aveva individuato in Pompeo la figura più adatta per realizzare questo disegno. Tuttavia molti esponenti della classe senatoria diffidavano di Pompeo, timorosi che egli mirasse ad un potere personale e dispotico.

Il ritorno di Pompeo a Roma

Pompeo tornò dall’Oriente nel 62 a.C.. Giunto a Brindisi, aveva chiesto di poter entrare trionfalmente a Roma con il suo esercito, ma il Senato oppose un deciso rifiuto, dal momento che ciò avrebbe violato la norma sillana relativa al pomerium. Pompeo, contrariamente alle aspettative congedò l’esercito e si avviò verso Roma accompagnato solo da una folla di civili. A Roma, però, dovette subire un altro rifiuto del Senato. Questa volta il generale si vide negare la ratifica di tutti gli ordinamenti politici introdotti in Asia, delle alleanze, nonché della concessione del secondo consolato e  della distribuzione di terre per i suoi veterani. Fu in seguito al rifiuto opposto dal Senato che Pompeo passò dalla parte dei cavalieri e dei populares.


[1] Gneo Pompeo Magno (106 – 48 a.C.) apparteneva alla gens Pompeia, di tradizione rurale e plebea che solo da pochi decenni aveva raggiunto il lignaggio della nobiltà. Suo padre, Pompeo Strabone, era stato il primo della sua famiglia ad accedere, come homo novus, ai gradi più alti del cursus honorum romano. Era diventato console nell’89, durante la guerra sociale. In quel contesto si era distinto nella lotta contro gli alleati italici del Nord e del centro dell’Italia. Si era fatto inoltre promotore, sempre nell’ 89, della Lex Pompeia de Transpadanis, che prevedeva la concessione del diritto latino ai Transpadani. Il diritto latino (in latino: ius Latii o Latinitas o Latium) era una condizione giuridica intermedia tra lo stato di non cittadino e la piena cittadinanza romana. Secondo alcuni studiosi, fu proprio Strabone  a proporre a Roma di estendere il diritto latino anche ad altri alleati italici.

[2] Il cursus honorum prevedeva, come tappe iniziali, la questura, l’edilità e la pretura. Poteva diventare tribuno della plebe chi fosse già stato questore  ed edile. Gli ex consoli potevano accedere alla censura o alla dittatura.

Il primo passo era quello di Questore (quaestor). I candidati dovevano avere almeno 30 anni. I patrizi potevano anticipare la loro candidatura di due anni, per questa come per la altre cariche. I questori si occupavano dell’ amministrazione finanziaria di Roma oppure si ponevano al seguito dei governatori. L’elezione a questore comportava automaticamente l’accesso al Senato.

A 36 anni, gli ex questori potevano candidarsi  per la carica di Edile (aedilis). Gli edili erano solitamente due patrizi e due plebei. Questo passaggio era facoltativo.

I Pretori (Praetor) dovevano aver compiuto almeno 39 anni. Principalmente avevano responsabilità giudiziarie a Roma. Tuttavia potevano anche comandare una legione e avere l’incarico di governare, alla fine del loro mandato, province non assegnate ai consoli.

La carica di Console (consul) era la più prestigiosa e la più importante di tutte. L’età minima per accedervi era di 42 anni (con la riforma di Augusto fu abbassata a 33 anni). I nomi dei due consoli eletti identificavano l’anno. I consoli erano responsabili dell’azione politica, del comando di eserciti di grandi dimensioni e governavano, alla fine del loro mandato, province importanti. Un secondo mandato come console poteva essere tentato solo dopo un intervallo di 10 anni.

L’ufficio di Censore (censor) era l’unico con una durata di diciotto mesi anziché dodici. I censori venivano eletti ogni cinque anni ed erano responsabili dello vita morale dello Stato. Selezionavano i membri del Senato e potevano decretarne l’espulsione, la causa più frequente era l’indebitamento eccessivo di un membro del Senato. Si occupavano anche dei grandi lavori pubblici.

La carica di Tribuno della plebe era un passo importante nella carriera politica di un plebeo, anche se non faceva parte del cursus honorum. La sua rilevanza era dovuta all’assoluta inviolabilità della sua persona (tale norma sacra fu violata solo nella circostanza dell’assassinio di Tiberio  Gracco).

Altre importanti cariche Romane, al di fuori del cursus honorum, erano il Governatore (gubernator) (Proconsole), il Pontefice massimo (pontifex maximus), ed il Princeps senatus (presidente del Senato).

 

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