Mario e Silla

Guerra contro Giugurta e ascesa di Mario

Il regno di Numidia, corrispondente all’attuale Algeria orientale, era stato scosso da un’aspra lotta di potere dopo la morte del re Micipsa, tradizionale alleato di Roma. Questi aveva due figli, Aderbale ed Iempsale, ed un nipote, Giugurta, ai quali aveva lasciato in eredità il regno. Giugurta non volle condividere il trono con i cugini: appoggiato dall’aristocrazia romana, nel 112 a.C., si impadronì del potere, uccise Iempsale e provocò la fuga di Aderbale. Inoltre, occupò la capitale Cirta (corrispondente all’odierna Costantina, ad est di Algeri) e massacrò insieme alla popolazione locale ed un nutrito gruppo di mercanti italici e romani che svolgevano le loro attività in quella regione. Nonostante questo grave episodio,  il Senato fu, inizialmente, riluttante a reagire, anche perché in quello stesso periodo l’Italia settentrionale era minacciata dalle aggressioni dei Cimbri e dei Teutoni, popolazioni di area germanica. Gli equites, tuttavia, fecero pressioni sull’aristocrazia senatoria dando vita ad una forte mobilitazione delle masse popolari. Il tribuno della plebe Caio Memmio accusò il Senato di non voler combattere contro Giugurta perché corrotti dal suo denaro. Per tutte queste ragioni, il Senato fu costretto a dichiarare guerra a Giugurta.

Il conflitto iniziò nel 111 a.C., ma nella prima fase le operazioni militari furono mal gestite, al punto che i populares accusarono gli aristocratici di essersi lasciati ancora una volta corrompere dall’oro giugurtino.

Infatti, le truppe romane, guidate del console Lucio Calpurnio Bestia, invasero nel 111 a.C. il territorio di Giugurta Il console, però, venne rapidamente a patti con i nemici, anche per ragioni tattiche e militari, dal momento che la fanteria pesante dei Romani non fu in grado di fronteggiare l’assalto della cavalleria leggera dei Numidi.

 

Nel 110 a.C., la guerra continuò sotto la guida del console Spurio Postumio Albino, ma anche in questo caso in modo assai poco efficace. Questi fu, pertanto, sostituito dal fratello Aulo Postumio Albino.

Aulo fu sconfitto e l’esercito romano fu costretto a passare sotto le lance incrociate. Questa  pesante umiliazione, che richiamava alla memoria l’episodio delle forche caudine, offrì ai populares nuovi argomenti di lotta politica. Il tribuno Gaio Manilio fece istituire un tribunale speciale, affidato a giudici scelti tra le file degli equites, e riuscì a far processare e condannare molti senatori per corruzione. Una prima svolta si ebbe nel 109 a.C. con il console Quinto Cecilio Metello. Questi conquistò anche la capitale Cirta e sconfisse il re.

 

La svolta decisiva al conflitto fu impressa da Caio Mario. Questi fu eletto console per la prima volta nel 107 ed ottenne dal popolo l’affidamento della direzione della guerra. Mario, aiutato dal suo questore Lucio Cornelio Silla, condusse a buon fine le operazioni militari, anche grazie all’alleanza con Bocco re della Mauritania (odierni Marocco e Algeria occidentale) e catturò Giugurta, conducendolo, nel 105, prigioniero a Roma, dove fu giustiziato l’anno seguente.

 

Sallustio (86 – 35 a.C.), nella sua opera intitolata Bellum Iugurthinum, analizza le cause e le vicende di questo conflitto. Ecco che cosa dice in un passo della sua monografia:

La guerra contro Giugurta: le cause

(5, 1 – 3)

 

Sto per narrare la guerra che il popolo romano ha combattuto con il re dei Numidi Giugurta, in primo luogo perché fu duratura, sanguinosa e con alterne vicende, poi perché allora per la prima volta si combatté contro la superbia della nobiltà. E questo conflitto  destabilizzò le leggi divine ed umane e giunse a tal punto di furore che alle passioni civili seguirono la guerra e la devastazione dell’Italia. Ma prima di iniziare questa narrazione  riprenderò fatti precedenti affinché tutte le cose più importanti risultino sempre più evidenti.

 

Sallustio, in pratica, afferma che le ragioni che lo hanno spinto a raccontare la guerra giugurtina sono due: 1) l’atrocità e la durata del conflitto; 2) la caratterizzazione della guerra come scontro tra nobili e populares.

 

Tuttavia, l’interpretazione di Sallustio, centrata esclusivamente su criteri moralistici,  offre una ricostruzione solo parziale delle ragioni che furono alla base sia della riluttanza dei nobili romani, sia delle pressioni, sul versante politico opposto, dei mercanti e dei populares.

 

La nobilitas senatoria, maggiormente impegnata nella gestione del latifondo e della proprietà terriera, non era interessata ad una ulteriore politica espansionistica in Africa, anche perché, come sappiamo, i confini della Penisola erano minacciati dai Cimbri e dai Teutoni. Pertanto, essa riteneva secondario lo scontro con Giugurta, indipendentemente  degli episodi di corruzione che effettivamente ci furono.

 

Al contrario, i ceti mercantili e finanziari vedevano nell’Africa settentrionale (e soprattutto nella sua posizione strategica sul mare) una regione di straordinaria importanza per la conduzione delle loro attività economiche. Inoltre, i territori africani avrebbero potuto essere sfruttati per la deduzione di nuove colonie e si sarebbe potuto far fronte, in tal modo, sia al problema della eccessiva concentrazione di abitanti nelle città italiche, sia all’esigenza di offrire ai nuovi poveri un possibile sbocco economico attraverso la concessione di nuove terre da coltivare.

 

 

CAIO  MARIO (157 a.C. – 86 a.C.)

 

Nel panorama politico e sociale di Roma, Caio Mario costituì una novità assoluta. Rappresentò, infatti, un esempio emblematico di quello che potremmo definire un homo novus, un “uomo nuovo”, un “self made man”, un plebeo asceso alla massima carica della Res publica senza aver avuto, nella propria famiglia, dei predecessori.

 

La vittoria contro Giugurta fu per Caio Mario un vero e proprio trampolino di lancio per la sua ascesa politica e militare.

 

Mario, inoltre, prima di partire per l’Africa, aveva attuato, forte del consenso popolare, una riforma dell’esercito che aveva sancito la possibilità di arruolarsi su base volontaria, senza alcun limite per il reddito, consentendo, in tal modo, l’accesso anche ai nullatenenti. Si avvalsero di questa riforma soprattutto i cittadini che appartenevano alle ultime classi sociali, che vedevano nell’impegno militare e nei bottini di guerra un modo per risollevare le proprie condizioni economiche.

 

Nasceva, con tale riforma, un vero e proprio esercito di mestiere, costituito da soldati stipendiati da un generale. Un esercito siffatto, però, si sarebbe fondato non più sull’obbedienza dei soldati allo Stato, ma al singolo generale e ciò avrebbe spianato la strada alle future guerre civili.

 

La popolarità di Mario aumentò ulteriormente, in seguito alle vittorie da lui riportate contro i Cimbri ed i Teutoni tra il 102 ed il 101 a.C. .

 

I Cimbri, nel 105 avevano sbaragliato un grosso esercito romano ad Arausio (Orange), nella Gallia Narbonese, infliggendo  ai Romani quella che fu definita la più grande sconfitta militare dopo la battaglia di Canne. I Cimbri avrebbero potuto agevolmente attraversare le Alpi e dilagare in Italia. Tuttavia, essi desistettero da tale proposito temendo che tale percorso potesse rivelarsi irto di ostacoli e che la stessa potenza romana avrebbe potuto mettere a serio rischio la loro avanzata nella Penisola. Così, essi penetrarono nella Spagna e nella Gallia, dove si allearono con i Teutoni.

 

Lo scontro con i Romani fu, in realtà, solo posticipato di qualche anno. I Romani, infatti, ebbero tutto il tempo per riorganizzare le truppe sotto la guida di Mario, che riuscì a ricoprire la carica di console per ben sette volte. Così, nel 102 a.C., il console sconfisse definitivamente i Teutoni ad Acque Sestie, (Aix – en – Provence, a nord di Marsiglia) ed i Cimbri, nel 101 a.C., ai Campi Raudi, presso il luogo in cui il fiume Sesia confluisce nel Po, in territorio vercellese. L’eco di queste due vittorie fu talmente vasta che Mario fu denominato terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e Camillo.

Il Senato, per evitare rischi futuri, decise di consolidare la presenza oltre le Alpi attraverso l’organizzazione della provincia della Gallia Transalpina

Mario e Silla

Il Senato vide nel nobile Lucio Cornelio Silla, che con Mario aveva collaborato nella guerra giugurtina, una valida risposta allo strapotere acquisito dal console.

La prima grande occasione di scontro fu offerta, come vedremo, dalla guerra sociale combattutasi tra il 90 e l’88 a.C. .

Questo conflitto fu chiamato così perché vedeva i socii, cioè gli alleati italici di Roma insorgere contro l’Urbe dopo che il senato romano rifiutò di concedere loro la cittadinanza romana. Essi avevano sperato nel disegno riformatore del tribuno Marco Livio Druso (figlio del Marco Livio Druso che aveva operato contro Caio Gracco nel 121 a. C.), che li aveva appoggiati nella loro richiesta. Nel 91 a. C., Livio Druso aveva proposto la concessione della cittadinanza romana agli italici.

Come al tempo dei Gracchi, la plebe urbana, sobillata dagli abili mestatori dell’aristocrazia, si oppose alla proposta del tribuno. Isolato, Druso fu ucciso da un sicario e ciò provocò la rivolta degli Italici che avevano ormai capito che non avrebbero mai ottenuto la cittadinanza se non attraverso l’uso della forza.

Alla base del conflitto c’erano delle motivazioni molto serie: 1) gli alleati erano stati e continuavano ad essere fondamentali per le conquiste militari romane; 2) nonostante il loro ruolo, venivano costantemente tagliati fuori da ogni processo decisionale e dai vertici militari; 3) gli Italici collaboravano con i Romani nella politica di “sfruttamento” delle province, ma sempre in posizione subordinata; 4) gli Italici erano tagliati fuori dai benefici della redistribuzione dell’agro pubblico.

Gli insorti, organizzati in una vera e propria lega, dettero vita ad uno Stato indipendente (Italia o Viteliu, secondo la forma osca)e stabilirono la capitale nei pressi di Corfinio (provincia di L’Aquila), dando alla città il nome Italica. Lo scontro durò due anni, al termine dei quali il Senato, preoccupato per ragioni economiche e per i disordini che stavano accadendo in Oriente, decise di accogliere le richieste degli alleati, concedendo loro la cittadinanza romana (88 a.C.). Prima che si giungesse a tale risultato, i morti da entrambe le parti furono molto numerosi. Roma riuscì a piegare gli insorti proprio grazie alle concessioni fatte nei confronti di chi avesse posto fine alle ostilità. In tal modo, mano a mano che i socii ponevano fine agli scontri, ottenevano la tanto agognata cittadinanza. Roma, in pratica, vinse la guerra, paradossalmente, cedendo a tutte le richieste avanzate dai rivoltosi.

La guerra mitridatica

Nella guerra sociale e nella campagna militare contro Giugurta si era distinto il nobile Lucio Cornelio Silla. Il giovane Silla sembrava rubare la scena al più anziano Mario, grazie alla sua risolutezza ed alla sua forza militare

L’Oriente, che tanto preoccupava in quegli anni Roma, divenne il terreno di scontro più forte tra Mario e Silla. Nell’88 a.C., Roma dovette occuparsi di quanto stava accadendo nel Ponto, sul Mar Nero. Qui Mitridate VI, re del Ponto, aveva creato un’alleanza delle città greche e di tutti i territori ostili al dominio romano, ordinando anche lo sterminio di tutti i Romani che vivevano in quelle regioni. Mitridate fu considerato come un liberatore in Macedonia e in Grecia. Inizialmente, il Senato affidò il comando militare delle operazioni a Silla. Egli si trovava già verso Nola ed era pronto per guidare l’esercito romano in Oriente, ma l’assemblea della plebe, sollecitata da Mario, tolse a Silla il comando e lo affidò allo stesso Mario. Silla marciò contro la capitale, Mario fu sconfitto alle porte della città e dovette rifugiarsi in Africa. Mitridate fu sconfitto da Silla nell’ 85 a.C. Negli anni dell’impegno di Silla in Oriente, i populares erano riusciti a riportare Mario al potere, ma la sua morte improvvisa nell’86 a.C., durante il settimo consolato, portò i suoi sostenitori allo sbando, esponendoli alla sconfitta, quando Silla fece ritorno a Roma. Dopo la morte di Mario, Silla, infatti, sbaragliò Mariani nella battaglia di Porta Collina dell’82 a.C.. Concentrò i pieni poteri nelle sue mani, accrescendo il ruolo dell’aristocrazia senatoria, svuotando di significato la carica di tribuno della plebe, separando il potere civile da quello militare, ampliando la linea del pomerium e facendo compilare apposite liste di proscrizione, contro gli avversari che potevano essere uccisi come nemici pubblici. Nel 79 a.C. si ritirò a vita privata e morì l’anno successivo.

Le Leggi Cornelie prevedevano:

1) aumento dei senatori da 300 a 600;

2) abolizione della censura per la carica senatoria;

3) approvazione preventiva da parte del Senato delle proposte delle assemblee;

4) forte ridimensionamento del potere degli equites nelle giurie per i processi, con la creazione di tribunali composti da soli senatori;

5) divieto per i tribuni della plebe di convocare il popolo, di parlare alle assemblee e di candidarsi a cariche pubbliche;

6) separazione tra potere civile e militare, di modo che i pretori e i consoli in carica  restassero in Italia per occuparsi, rispettivamente, della giustizia e della politica. Solo in caso di prolungamento del mandato, come proconsoli o propretori, potevano governare le province ed essere a capo di eserciti;

7) ampliamento del pomerio della cinta esterna di Roma fino al Rubicone, per impedire a chiunque di entrare nella città alla guida di un esercito.

Silla precursore dell’impero

Dopo la morte di Silla, nel 78  a.C., la costituzione oligarchica rimase in vigore ed il Senato, formalmente, ebbe nelle sue mani il governo della città. Tuttavia l’evoluzione politica e, soprattutto, militare fu tale che i poteri si sarebbero inevitabilmente concentrati nelle mani di un singolo capo militare, che avrebbe esercitato il dominio assoluto, come era già accaduto con Silla e come sarebbe accaduto da Cesare in poi. Per questo motivo, Silla fu definito un precursore dell’impero.

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