Gli ultimi cento anni dell’Impero

Gli ultimi cento anni dell’Impero                                                  

Il fallimento della spedizione di Giuliano l’Apostata in Persia contribuì ad aggravare ulteriormente la situazione dell’esercito romano, rendendo Roma ancora più debole ed esposta alle incursioni germaniche. Tra il 374 ed il 375 gli Unni si spinsero verso occidente attraversando il fiume Volga e costringendo i Visigoti a spostarsi verso le frontiere romane.

Gli Unni costituivano un gruppo di popolazioni nomadi di origine mongolica. La loro economia si basava sull’allevamento del bestiame e sul nomadismo. Per i loro spostamenti si avvalevano del cavallo. In ambito militare, inoltre, la cavalleria potentissima e temutissima consentiva loro di compiere incursioni rapide ed efficaci nei territori limitrofi. Essi trasmisero l’uso dei cavalli nel combattimento anche ai Germani e ai Goti con i quali erano entrati in contatto a partire dal IV secolo. Nel quinto secolo essi furono capeggiati da Attila, definito il flagello di Dio.

Intorno al 376, i Visigoti (Westgothen o Goti dell’Ovest, così definiti poiché si erano stanziati ad ovest del fiume Dnestr, distinti dagli Ostrogoti, o Ostgothen, o “goti dell’est”, ad est del medesimo fiume) furono spinti dalle incursioni degli Unni ad occupare la Tracia (un territorio dell’impero), chiedendo l’autorizzazione a risiedervi in cambio della difesa della regione. L’accordo fu raggiunto rapidamente, anche perché l’imperatore Valente si rese conto che era preferibile trovare una soluzione pacifica, non essendo l’esercito in grado di affrontare uno scontro militare. Ma la convivenza tra Romani e Goti durò pochi mesi: nel 377, infatti, a causa delle vessazioni a cui i Romani sottoponevano i Visigoti, si giunse ad uno scontro aperto tra le due componenti. Il conflitto culminò nella battaglia di Adrianopoli (oggi Edirne, in Turchia) del 378, in cui l’imperatore Valente (364 – 378) fu sconfitto ed ucciso. Inoltre, la sconfitta di Adrianopoli richiamò alla mente la dolorosa sconfitta che Roma aveva subito a Canne ad opera di Annibale.

Teodosio, il successore di Valente, dovette concedere ai Goti dell’Ovest lo statuto di federati nell’impero, con l’obbligo di militare nell’esercito romano. Fu un ulteriore passo verso la barbarizzazione dell’esercito e verso l’inesorabile declino dell’impero.

Lo storico Ammiano Marcellino definì quella battaglia un disastro, le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato. L’importanza della battaglia di Adrianopoli fu anche di carattere politico: i Visigoti ottennero, come foederati il permesso di risiedere all’interno dei confini imperiali in cambio dell’impegno di combattere al fianco dell’esercito romano. Ma l’idea che dei barbari potessero lealmente difendere lo Stato romano contro altri barbari si sarebbe rivelata illusoria. Anzi, possiamo dire che con la sconfitta romana ad Adrianopoli fu distrutta la frontiera orientale dell’impero romano.

Teodosio (379 – 395)

Teodosio, eletto nel 379, assunse il potere in una situazione molto critica per la stabilità dell’impero, caratterizzata da nuove massicce ondate di barbari: Unni, Visigoti, Ostrogoti e Vandali. Il nuovo imperatore concesse, come si è detto, ai Goti di insediarsi nella regione dell’Illirico come federati all’impero. Tuttavia, nel 390, il popolo di Tessalonica (l’odierna Salonicco), in larga maggioranza cattolico, si ribellò ai Goti (in parte pagani, in parte ariani) e Teodosio ordinò ai soldati romani di punire i cittadini, provocando il famoso massacro di Tessalonica che costò la vita a migliaia di persone. La Chiesa reagì con orrore, ma anche con fermezza ed il vescovo di Milano, Ambrogio, scomunicò Teodosio, costringendolo a pentirsi pubblicamente e a chiedere perdono per quella strage. L’imperatore era un fervente cristiano e, quindi, accettò di chiedere perdono per poter essere riammesso tra i fedeli. Tuttavia, l’episodio fu indicativo dei mutati rapporti tra lo Stato e la Chiesa e segnò, per certi aspetti, anche l’inizio di quello che in seguito sarebbe stato definito potere temporale della Chiesa.

Questa fu la causa della vicenda:A Tessalonica, nel 390, la popolazione si era ribellata per i soprusi ingiuriando il governatore Boterico. Questi in previsione dei giochi annuali, una specie di olimpiade, volle vendicarsi e con il pretesto dell’ordine pubblico non fece scendere in lizza gli atleti della città. Nacquero discussione, poi tumulti, ci furono scontri sempre più incontrollabili, fin quando si passò alle vie di fatto, e messe le mani su Boterico, qualcuno gridò "a morte", gli inferociti gli saltarono addosso e messogli una corda al collo lo impiccarono a un albero e con lui qualche altro malcapitato della milizia. Teodosio informato ordinò una rappresaglia (senza specificare come e in quale misura) e le milizie, forse perchè erano stati uccisi dei loro colleghi , andarono forse sopra le righe di quell’ ordine, che forse riferendosi agli assassini diceva "li voglio tutti morti". Le milizie e i soldati dopo alcuni giorni dal misfatto, con un pretesto di una gara di bighe, fecero entrare nel grande circo quasi tutta la popolazione della città, poi sbarrarono le porte e si misero a fare la strage dei Tessalonicensi. Si narra che le vittime furono 7.000, l’arena trasformata in un lago di sangue”

(dal sito: http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/altro/Teodosio-tessalonica.html) .

Teodosio, che nel 380 aveva proclamato con un editto il cristianesimo religione ufficiale dell’impero, affrontò con grande successo, tra il 5 ed il 6 settembre del 394, l’ultima resistenza pagana, organizzata da Flavio Eugenio, usurpatore del trono dell’impero d’Occidente dopo la morte di Valentiniano II, nella battaglia presso il fiume Frigido (l’attuale fiume Isonzo che scorre tra la Slovenia ed il Friuli Venezia Giulia). Dopo la sua morte, nel 395, l’impero fu diviso tra i figli Arcadio (395 – 408), al quale fu riservato l’Oriente, ed Onorio (395 – 423) che ebbe l’Occidente. Arcadio era appena diciottenne, mentre Onorio, che nel 401 spostò la capitale da Milano a Ravenna, in ragione della vicinanza al mare, utile per i rifornimenti,  non superava gli undici anni. Per questo entrambi furono posti sotto la reggenza del generale Stilicone, di origine vandala.

Tuttavia, Stilicone riuscì ad esercitare la sua influenza solo su Onorio, poiché Arcadio, consigliato dai suoi funzionari, adottò una politica indipendente, dando inizio ad una nuova divisione dell’impero. Pertanto la formula del commune imperium, divisis tantum sedibus, con cui Teodosio aveva affidato il trono imperiale ad entrambi i suoi figli, non funzionò.

Il destino di Stilicone ed il sacco di Roma del 410

Stilicone, di origine vandala, si dedicò con decisione alla difesa dell’impero, riportando importanti successi, nel 402, contro i Visigoti di Alarico a Pollenzo (Piemonte) e presso Verona. Per evitare inutili stragi tra gli sconfitti, Stilicone ne reclutò i sopravvissuti tra le file dell’esercito romano, come avevano già fatto, in passato, altri generali. Tuttavia, complice anche la sua origine barbara, attirò su di sé i sospetti e le ire del Senato di Roma e delle corti imperiali d’Occidente e d’Oriente. Negli anni successivi fu isolato sempre di più e fu privato degli aiuti militari ed economici che gli occorrevano per la lotta contro i barbari. Infine, nel 408, dopo una ribellione dell’esercito, Onorio lo fece arrestare e decapitare, privando l’impero di uno dei più forti ed abili generali della sua storia, non senza conseguenze sul piano della stabilità e della difesa militare. Nel 410, infatti, i Visigoti, guidati dal re Alarico, saccheggiarono la città di Roma. Alarico conquistò anche l’Italia meridionale e mirò all’occupazione dell’Africa. Tuttavia, morì nei pressi di Cosenza. Gli successe Ataulfo che sposò Galla Placidia, sorella di Onorio, e cominciò a porre le premesse per la formazione del primo regno romano – germanico. L’opera fu portata a termine dal suo successore, Vallia, che, con il consenso di Onorio, nel 418, occupò l’Aquitania (Francia sud – occidentale), dando vita al Regno visigoto di Tolosa, che si estendeva da Tolosa (la capitale) fino all’Oceano Atlantico.

Verso la fine dell’impero d’Occidente

Tra il 434 ed il 454 si distinse la figura dell’ultimo grande generale dell’impero romano: Ezio.  Nel 451 Ezio sconfisse ai Campi Catalaunici (odierna Chalons sur Marne, in Francia nord – orientale) gli Unni capeggiati da Attila e provenienti dalle steppe della Russia. Attila si rifugiò in Pannonia, ma l’anno seguente marciò contro l’Italia, saccheggiando Padova, Verona e Milano. Solo l’intervento di papa Leone I riuscì a salvare Roma dall’invasione. Il pontefice, infatti, inviò a Governolo (in provincia di Mantova) un’ambasceria con ricchi doni per persuadere il nemico a recedere dall’idea di attaccare Roma. Leone ebbe buon gioco nel ridurre Attila a più miti consigli, anche perché le forze degli Unni erano state colpite da una peste di grandi proporzioni che li indebolì notevolmente. Il ruolo giocato dal Pontefice fu di grande rilevanza e contribuì a rendere il Papato l’unica istituzione credibile ed in grado di garantire sicurezza.

Il popolo degli Unni era rimasto diviso in clan fino al termine del III secolo d.C. . Attila,  vissuto tra il 400 ed il 453 aveva costituito un grande impero che si estendeva dalla Mongolia all’Europa. La vittoria romana ai Campi Catalaunici del 451 fu l’ultima grande vittoria di un generale romano. Il senato considerò Ezio il difensore della libertà di Roma, ma il fatto che egli, per fermare dei barbari, si fosse servito di altri barbari dimostra che l’impero era ormai privo di una sua propria valida difesa.

 

 

Il nuovo sacco di Roma

Tuttavia, nonostante gli sforzi dei pontefici, Roma non fu risparmiata da una nuova invasione nel 455 d.C.. Nel 454 erano stati uccisi sia Ezio che l’imperatore Valentiniano III. Il territorio fu, così, più facilmente esposto alle invasioni dei Vandali guidati dal re Genserico

Gli ultimi due decenni furono caratterizzati dai cosiddetti “imperatori – fantoccio”: spesso a farla da padroni erano i generali che non di rado eliminavano dal trono il sovrano di turno e vi collocavano una persona di loro fiducia. Nel 475 il generale goto Oreste cacciò dalla penisola l’imperatore Giulio Nepote e pose sul trono il proprio giovanissimo figlio Romolo Augusto (o Augustolo, come soprannome). Oreste aveva potuto ribellarsi a Nepote grazie all’apporto di mercenari germanici. Questi, nel 476, pretesero un terzo delle terre italiche in cambio dell’aiuto concesso. Poiché la richiesta fu rifiutata, essi guidati dal capo degli Eruli Odoacre uccisero Oreste e mandarono in esilio Romolo Augustolo.

Odoacre governò l’Italia con il titolo di “patrizio” ed inviò le insegne militari  Zenone, imperatore dei Bizantini.

I regni romano – barbarici e la situazione in Italia

All’inizio del VI secolo i regni che si crearono in Europa furono i seguenti:

–         Il regno dei Vandali   (Tunisia, Algeria, Sardegna, Corsica, Isole Baleari)

–         Il regno dei Visigoti   (Spagna, Gallia meridionale)

–         Il regno dei Burgundi (valle del Rodano)

–         Il regno dei Franchi    (Gallia centro – settentrionale)

–         Il regno degli Svevi    (area nord – occidentale della Penisola iberica, che

          successivamente insieme ad altre popolazioni occuparono la Baviera)

–         Il regno degli Ostrogoti (in Italia)

–         Il regno degli Alamanni, nella Gallia compresa tra i Franchi e i Burgundi

–         Gli stanziamenti di Angli, Juti e Sassoni in Britannia (le antiche popolazioni 

          britanniche furono costrette a migrare in Gallia, nella regione della Bretagna

          che da loro prese il nome).

 

Questi regni furono definiti romano – barbarici per due ragioni:

1.    i barbari, pur conservando le proprie tradizioni, mantennero le leggi romane vigenti;

2.    questi regni si formarono sui territori occupati dall’Impero romano e nel loro 

       apparato amministrativo non mancarono esponenti del vecchio mondo romano.

 

I nuovi regni mostrarono una stabilità maggiore nelle aree in cui si creò una più forte integrazione tra romani e barbari e in cui si ebbe la conversione dei barbari al cattolicesimo (Visigoti e Franchi). Si registrò, al contrario, una marcata instabilità nei territori in cui perdurò la distinzione tra i barbari e le popolazioni locali (presso i regni dei Vandali, degli Ostrogoti e degli Svevi).

L’impero bizantino

L’impero romano d’Oriente seguì percorsi e vicende politiche del tutto differenti da quelle che caratterizzarono l’impero d’Occidente.

In Occidente, infatti, l’autorità imperiale aveva finito col perdere ogni potere di fronte all’incalzare delle invasioni barbariche. In Oriente, invece, l’unità imperiale non venne mai messa in discussione e la figura dell’imperatore continuò ad essere autorevole. Le ragioni della millenaria sopravvivenza dell’Impero Romano d’Oriente vanno ricercate essenzialmente nella coesione del tessuto sociale ed economico. Tra la classe dei nobili e quella dei poveri si inseriva una folta classe media di ceti produttivi, composta da artigiani, mercanti e piccoli proprietari terrieri.

Oltre a ciò, bisogna considerare altri aspetti non meno importanti:

 

1)     L’impero d’Oriente aveva rafforzato le sue difese sia con la realizzazione di mura possenti, sia con l’adozione di una politica estera prudente sul piano militare.

2)     La coesione della popolazione non era soltanto di natura economica e sociale, ma poggiava anche sul fatto che i Bizantini si ritenevano i diretti continuatori dell’impero romano ed erano consapevoli di rappresentare l’unico impero cristiano al mondo. Pertanto, ritenevano che la loro istituzione fosse stata voluta dallo stesso Dio per la salvezza dell’intero genere umano.

3)     Il mondo bizantino era caratterizzato da città che avevano ereditato la vitalità della tradizione greca ed orientale. La posizione geografica dei territori dell’impero e della stessa Costantinopoli consentiva all’impero di gestire gli snodi commerciali tra Oriente e Occidente e tra Nord e Sud. L’autorità imperiale acquisì col tempo una stabilità ed una solidità senza eguali. L’impero bizantino finì con l’essere, per molto tempo, l’unico vero Stato d’Europa, uno Stato che poteva contare anche su una compagine burocratica molto efficiente. Esso cessò di esistere il 29 maggio del 1453, quando Costantinopoli fu conquistata dai Turchi Ottomani guidati dal sultano Maometto II.

4)     Infine, elemento certamente non trascurabile, i Bizantini riuscirono a rendere invincibili i loro eserciti grazie all’introduzione di una tecnica di combattimento innovativa e micidiale nello stesso tempo: il fuoco greco. Si trattava di un congegno lanciafiamme composto da una caldaia per riscaldare il combustile, da una pompa per inserire aria nella caldaia, necessaria per realizzare la pressione adeguata all’emissione del liquido combustibile, da una valvola che veniva aperta quando la pressione aveva creato le condizioni favorevoli per l’emissione del combustibile, da un tubo orientabile dal quale fuoriusciva il combustibile che, in presenza di una fonte incendiaria, si infiammava e colpiva il bersaglio. Resta, tuttavia, un mistero la natura del liquido utilizzato. Di tale liquido combustibile faceva parte anche il petrolio, ma dovevano esserci anche altre sostanze.

 

 

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