Da Commodo ai Severi

Limes reno – danubiano
 
 
 
Punti nevralgici dell’Impero tra II e III secolo d.C.
 

Commodo (180 – 192)

Con Marco Aurelio si concluse l’era del principato adottivo inaugurato nel 98 d.C. da Nerva. Alla morte di Lucio Vero, infatti, Marco Aurelio aveva associato al trono il figlio Commodo, ripristinando, in tal modo, il principio della successione ereditaria. Salito al potere all’età di diciotto anni, Commodo si dimostrò subito incapace di governare. Strinse in primo luogo una pace affrettata con i Quadi e i Marcomanni. In seguito, si disinteressò totalmente delle vicende politiche dell’impero. Come Nerone, si propose di guadagnarsi il favore della plebe romana con elargizioni e azioni demagogiche. A guisa di un novello Ercole, si esibiva nelle arene e nei circhi con una clava e con la pelle di leone. Incurante dell’aggravarsi della crisi militare, Commodo continuò ad esibirsi in spettacoli e a manifestare atteggiamenti sempre più autoritari che gli procurarono l’avversione dell’aristocrazia senatoria. Con Commodo termina l’età d’oro dell’impero, quel beatissimum saeculum che era iniziato con la nomina di Nerva e con l’avvento degli Antonini.

Commodo fu ucciso nel 192 d.C. dalla sua concubina Marcia.

Si riaprì ancora una volta la questione della successione. Abbiamo visto che nei primi due secoli dell’impero furono sperimentati diversi metodi di successione: l’acclamazione da parte dei soldati di un imperatore che poi veniva ufficialmente riconosciuto dal Senato, la successione ereditaria (con Tito e Domiziano), la designazione da parte del Senato (con Nerva), l’adozione (da Traiano a Marco Aurelio) e, infine, di nuovo la successione ereditaria (con Commodo). Il metodo migliore si è rivelato quello legato al principato adottivo. Ma, probabilmente, la sua affermazione era legata anche al fatto che gli imperatori che si erano avvalsi dell’adozione per scegliere il successore non avevano figli. Questi, infatti, avrebbero preteso il trono o, comunque, avrebbero potuto impugnare  l’adozione e la scelta di un successore estraneo alla famiglia. Fu per questa ragione, forse, che Marco Aurelio volle che fosse il figlio Commodo a subentrare a lui nella gestione del potere. Come si può vedere, nessuno dei metodi di successione utilizzati tra il I ed il II secolo d.C. erano pienamente in grado di allontanare del tutto il pericolo dell’instabilità politica e ad evitare la crisi in cui lo Stato romano piombò nel III secolo d.C. . La crisi si acuì nella fase finale della dominazione dei Severi ed in quella immediatamente successiva.

La dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo, si ebbe un periodo di instabilità che vide la contesa per il potere tra Pertinace (prefetto della guardia pretoriana di Commodo), Pescennio Nigro (comandante delle legioni di Siria), Clodio Albino (comandante delle legioni in Britannia) ed il governatore della Pannonia Lucio Settimio Severo. Quest’ultimo riuscì ad affermarsi nel 193 e governò fino al 211 d.C. . Nativo di Leptis Magna (un po’ più ad est dell’odierna Tripoli), Lucio Settimio Severo cercò, in primo luogo di attuare una riorganizzazione dell’impero, soprattutto nelle zone di confine, attraverso l’estensione del corpo (e dell’influenza) dei legionari, a danno del corpo dei pretoriani,  giudicato come la causa principale dell’instabilità. La riforma militare di Severo si tradusse, però, in una progressiva germanizzazione dei posti – chiave non solo nell’ambito militare, ma anche, più in generale, in quello amministrativo e politico. La cittadinanza scattava automaticamente all’atto stesso dell’arruolamento nell’esercito. Un fattore di impoverimento, soprattutto dell’agricoltura, fu il provvedimento dell’annona militare, cioè l’obbligo per tutti i proprietari di terreni di dare allo Stato una quantità prestabilita del raccolto, al fine di provvedere al vettovagliamento delle truppe. Non si trattava di una percentuale variabile in ragione del raccolto annuale, ma di una quota fissa, da rispettare in ogni caso, anche qualora il raccolto fosse stato più scarso. Ciò provocò un progressivo impoverimento dell’agricoltura, anche perché molti agricoltori si videro costretti ad abbandonare le terre e a trasferirsi in città. Inoltre, sempre sul piano della politica interna, Settimio Severo provvide a designare come suo successore il figlio tredicenne Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, al quale affiancò l’altro figlio Geta. Nell’ottica di indebolire la residua autorità del senato, Settimio favorì il ceto equestre, equiparò all’Italia le altre province dell’impero ed impose una vera e propria monarchia militare, spingendo per la prima volta il senato a riconoscere la sua sconfitta.

Sul piano militare, rafforzò i confini nell’area dei Parti e della Britannia, dove, però, incontrò la morte, ad Eboracum (York), nel tentativo di sedare una rivolta degli stessi Britanni, nel 211 d.C. . Egli aveva precedentemente contenuto le avanzate dei Caledoni al di là del Vallo di Adriano ed aveva provveduto alla realizzazione di una nuova fortificazione più a nord.

A Lucio Settimio Severo successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, che  fece uccidere il fratello Geta.

Molto importante fu, nel 212, la sua Constitutio  Antoniniana, o anche editto di Caracalla, con cui venne estesa la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Il provvedimento, che segnò il compimento del processo di parificazione dell’impero e della sua romanizzazione, nacque da ragioni economiche. Infatti, l’allargamento della cittadinanza comportava l’estensione del pagamento delle imposte di successione e delle tasse sull’affrancamento degli schiavi che Augusto aveva introdotto per i soli Romani. Caracalla morì nel 217 d.C., per mano dei suoi soldati, nel corso di una campagna contro i Parti. A lui, nel 218, succedette il nipote Elagabalo (o Eliogabalo), che governò fino al 222. Questi introdusse il culto del dio – sole El Gabal, venerato in Siria. Dedicò a questa divinità splendidi templi e massimi onori. Un’influenza eccessiva durante il suo impero fu esercitata dalla madre Soemia che, fatto mai accaduto nella storia di Roma, pretese ed ottenne di partecipare alle riunioni del Senato. Questa ed altre stranezze spinsero i pretoriani, nel 222 d.C., ad uccidere l’imperatore e sua madre. L’ultimo della dinastia dei Severi fu Alessandro Severo (222 – 235). Salito al trono all’età di 14 anni circa, Alessandro Severo, cugino di Elagabalo, governò per i primi anni assicurando un periodo di pace. Nel 227, però, il re dei Parti Artabano V venne deposto ed ucciso da Ardashir, rappresentante della dinastia sasanide dei Persiani. Alessandro Severo, che nel nome e nelle imprese intendeva rinnovare la gloria del grande Alessandro Magno, guidò, tra il 230 ed il 233, una spedizione militare contro i Persiani (nel tentativo di emulare la grande impresa di Alessandro Magno contro Dario III nel IV sec. a.C.. Ricordiamo, in proposito, la battaglia presso il fiume Granico, nel 334 a.C, la battaglia di Isso e la fuga di Dario, nel 333 a.C., la battaglia di Gaugamela, nel 331 a.C.). Ma gli esiti furono ben più modesti: Alessandro Severo ottenne qualche pallido successo, ma dovette subire gravi perdite militari ed umane. Nel 234 Alessandro Severo intraprese una campagna militare contro la tribù germanica degli Alamanni (o Alemanni) che avevano attaccato i confini dell’impero, oltrepassando il Reno e il Danubio. Alessandro trovò la morte tra il 18 e il 19 marzo del 235 a Mogontiacum (Magonza) insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che si assicurò il trono.

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