Da Augusto a Caligola

Da Augusto a Domiziano: luci ed ombre della gestione del potere.

Augusto e la disfatta di Teutoburgo

Con Augusto nacque il principato, cioè il governo del princeps. Tale fu Augusto agli occhi dei Romani: non un sovrano, ma un princeps, cioè il “primo” tra i cittadini.

Come abbiamo visto, le vicende storiche dei secoli precedenti avevano di fatto spianato la strada a questo processo politico – amministrativo. Tutto aveva avuto inizio con la riforma dell’esercito attuata da Mario, basata sull’arruolamento volontario. Fu questo il punto di non ritorno: da questo momento in poi i soldati avrebbero mostrato fedeltà al proprio generale, piuttosto che allo Stato, con grave detrimento per la stabilità delle istituzioni repubblicane. I Romani, dunque, si sarebbero divisi tra le varie personalità dominanti, in lotta tra loro. Le tre guerre civili fra Mariani e Sillani (88 – 82 a.C), tra Cesariani e Pompeiani (49 – 45 a.C.) e, infine, tra Antonio e Ottaviano (Modena, 43 a.C.; 36 – 31 a.C.) possono essere considerate come una grave conseguenza del nuovo assetto militare voluto, tra il 107 ed il 105, da Caio Mario.

Tra le prime riforme adottate da Ottaviano, non a caso, possiamo inserire quella dell’esercito. Egli congedò circa 150.000 veterani, riducendo di molto il numero delle forze militari. Ridusse le legioni dei soldati effettivi da 65 a 25. Fondò, a difesa della persona del princeps, nove coorti di pretoriani (per un totale di 9000 uomini) guidate da un prefetto del pretorio. Aggiunse quattro coorti urbane e otto coorti di “vigili” notturni per proteggere la popolazione dagli incendi, dai furti e da ogni forma di turbamento dell’ordine pubblico. Anche la flotta fu riorganizzata e posta sotto il comando di due prefetti della flotta. Furono create, infatti, due basi permanenti (a Miseno, per il controllo del Tirreno, e a Ravenna per il controllo dell’Adriatico).

Più precisamente, Augusto assunse per sé l’imperio proconsolare maius et infinitum (più esteso di quello che generalmente veniva in passato attribuito a un singolo proconsole e non limitato ad una sola provincia) e la tribunicia potestas. Formalmente, Augusto, in quanto tribuno della plebe, aveva le stesse prerogative degli altri tribuni della plebe. Di fatto, però, Augusto non avrebbe mai potuto subire le limitazioni ed il veto che ogni singolo tribuno poteva assumere da un altro tribuno. La fama di Augusto si accrebbe e sfociò, nelle province orientali, in una vera e propria divinizzazione del princeps. In Occidente questo processo fu assai più lento e graduale, in quanto le popolazioni apparivano assai più restie a concedere onori divini ad un imperatore.

Sul piano delle riforme, cui si è accennato sopra, egli ricercò ed ottenne l’accordo tra l’ordine senatorio e quello equestre. Queste due classi sociali, dunque, si trovarono a dividersi le più importanti cariche: all’ordine equestre vennero assegnate le seguenti magistrature: 1) prefettura del pretorio, 2) prefettura dell’annona, prefettura dei vigili, prefettura della flotta, prefettura d’Egitto. All’ordine senatorio vennero concesse: 1) prefettura urbana (coadiuvata dai vigili e preposta all’ordine pubblico), 2) governatori delle province senatorie (le province imperiali erano governate da uomini di fiducia dell’imperatore), comando delle legioni. Questa suddivisione delle cariche di fatto sanciva la preferenza del princeps per l’ordine equestre, a cui aveva tra l’altro affidato la protezione della stessa sua persona.

Sul piano militare, Augusto puntò ad una stabilizzazione dei confini ed alla instaurazione di un duraturo periodo di pace. Compì delle spedizioni in Val d’Aosta, dolve furono sottomessi i Salassi, in Spagna dove, tra il 26 ed il 19 a.C. Augusto riscosse un ampio successo, in Germania e in Pannonia. Subì, però, una pesantissima sconfitta a Teutoburgo (l’odierna Kalkriese, in Germania nord – occidentale), nell’ottobre del 9 d.C. .

La Germania settentrionale era stata da poco conquistata da Druso e da Tiberio, entrambi figliastri di Augusto. Il governatore Publio Quintilio Varo marciava verso il suo quartiere invernale con ventimila uomini, seguendo il tragitto indicatogli da Arminio, capo dei Cherusci. Questi aveva militato per cinque anni nell’esercito romano. Fidandosi delle indicazioni e delle fedeltà di Arminio, Varo condusse i soldati romani lungo strade in cui erano costretti a marciare su file strette, con le armi riposte, senza inviare esploratori per osservare la situazione del luogo e gli eventuali pericoli. In realtà, Arminio stava tendendo un’imboscata ai Romani, in segno di ribellione contro la soffocante presenza romana in quella regione. Giunti in una strettoia ubicata lungo un territorio collinare e costeggiata da entrambi i lati da zone paludose, i Romani furono improvvisamente colpiti da una pioggia di massi e lance. Subito dopo i germanici di Arminio si lanciarono in massa all’assalto dei legionari romani cogliendoli di sorpresa. Quintilio Varo, per sfuggire alla cattura si tolse la vita.

Svetonio (69 d.C. circa – 130 d.C.) così racconta (I – XXIII): Graves ignominias duas omnino nec alibi quam in Germania accepit, Lollianam et Varianam, sed Lollianam maioris infamiae quam detrimenti, Varianam paene exitiabilem tribus legionibus cum duce legatisque et auxiliis omnibus caesis […] . Adeo denique consternatum ferunt, ut per continuos menses barba capilloque summisso caput interdum foribus illideret vociferans: “Quintili Vare, legiones redde!”.

Subì in tutto due sconfitte: quella di Lollio e quella di Varo. Ma mentre nella prima fu maggiore l’infamia, quella di Varo fu quasi esiziale, essendo state distrutte tre legioni con il loro comandante, i luogotenenti e le truppe ausiliarie. […] Dicono inoltre che (Augusto) fosse tanto sconvolto dal dolore da lasciarsi crescere la barba e i capelli per parecchi mesi e che, talvolta, battendo la testa contro lo stipite delle porte gridasse: “Quintilio Varo, rendimi le mie legioni!”.

(La clades Lolliana a cui Svetonio fa riferimento fece seguito alla disfatta subita dal generale, nel 17 a.C., contro i Sigambri o Sugambri, gli Usipeti e i Tencteri in territorio germanico. La clades Lolliana costò la perdita dell’intera V legione).

La sconfitta di Varo fu pesante anche dal punto di vista politico, in quanto segnò il tramonto del sogno di conquistare il territorio germanico a nord del Danubio e ad est del Reno. Questo fiume venne a costituire una sorta di pomerium germanico, cioè un confine invalicabile, un limes oltre il quale nessun legionario avrebbe potuto e dovuto spingersi.

Fu un pomerium anche dal punto di vista culturale: segnò, infatti, il “confine” tra cultura latina (irradiata nella grande area compresa tra Spagna, Francia e Italia) e cultura germanica.

La successione ad Augusto: la dinastia Giulio – Claudia

Negli ultimi anni del suo principato, Augusto si pose il problema della successione.

Dal pluridecennale matrimonio con Livia non aveva avuto figli maschi. I candidati di volta in volta prescelti morirono.

Così, nel 4 d.C., si trovò costretto ad adottare e a designare come suo successore Tiberio, nato da un precedente matrimonio di Livia con l’aristocratico Claudio Nerone, della gens Claudia.

Per effetto di tale adozione, Tiberio, della gens Claudia, si imparentò con la gens Giulia di Ottaviano. Nacque, in tal modo, la dinastia giulio – claudia che avrebbe esercitato il potere dal 14 al 68 d.C. .

I regnanti di questa linea dinastica furono: Tiberio (14 – 37 d.C.), Caligola (37 – 41 d.C.), Claudio (41 – 54 d.C.), Nerone (54 – 68 d.C.).

TIBERIO (14 – 37 d.C.)

Al contrario di Augusto, che era di famiglia equestre, Tiberio apparteneva, come si è detto, ad una gens aristocratica di grande prestigio.

Investito del ruolo di successore al principato, Tiberio si trovò di fronte ad un bivio. In quanto esponente dell’aristocrazia, egli avrebbe voluto che si ripristinassero in qualche modo la res publica e l’autorità del Senato di fatto scardinate da Augusto.

Accettando il ruolo di princeps, invece, si sarebbe reso “autore” della soppressione definitiva, anche “de iure” dell’antico ordinamento repubblicano; non accettando, tuttavia, avrebbe messo in serio pericolo l’ordine, la stabilità e la pace che con grande fatica Augusto aveva ristabilito nel suo lungo principato.

Così, nonostante le perplessità e le titubanze, Tiberio, nel 14 d.C., salì al potere, ma rifiutò sia il titolo di pater patriae, sia quello di imperator.

Nei primi anni di governo, egli mostrò grande rispetto verso il Senato a cui spesso fece ricorso per le sue decisioni.

Sul piano economico, venne istituita per la prima volta una sorta di banca di credito agricolo destinata a concedere prestiti triennali senza interesse ai piccoli proprietari terrieri. Non mancarono rivolte in Italia e nelle province che Tiberio dovette reprimere nel sangue. In particolare dobbiamo registrare l’insurrezione delle legioni romane stanziate in Pannonia, regione conquistata durante il principato di Augusto, e di quelle stanziate lungo il fiume Reno, in Germania.

Per fronteggiare quest’ultima, Tiberio affidò il comando al nipote Germanico, figlio di suo fratello Druso. L’azione di Germanico fu talmente efficace che, dopo aver ristabilito l’ordine fra le truppe romane, riportò anche una serie di successi contro le popolazioni germaniche tra il 14 ed il 16 d.C., vendicando l’umiliazione di Teutoburgo. La sua fama crebbe notevolmente, sia fra le truppe (che ne “adottarono” come mascotte il figlioletto Caio Cesare Germanico, il futuro Caligola), sia tra la stessa popolazione romana. Germanico progettò anche di combattere nei territori germanici al di là del fiume Elba per estendere la presenza romana.

Ma Tiberio, preoccupato dalla crescente gloria militare e politica di Germanico, timoroso anche del fatto che una politica estera eccessivamente espansionistica avrebbe potuto mettere a rischio la difesa dei confini già acquisiti, richiamò Germanico a Roma, nel 17 d.C., per affidargli il comando di una nuova operazione militare in Oriente, dove occorreva pacificare le popolazioni locali degli Armeni, i Parti ed i Siriaci. Proprio in Siria, ad Antiochia, Germanico morì avvelenato dal governatore Pisone.

Tiberio non fu giudicato estraneo al complotto, anche perché, eliminato Germanico (che egli aveva dovuto adottare su esplicita richiesta di Augusto), avrebbe spianato la strada alla successione al proprio figlio Druso. I sospetti influirono sul suo carattere, già per natura cupo e schivo, al punto da indurlo a distaccarsi dall’azione diretta di governo.

Così, dopo il 20 d.C., Tiberio cominciò a vivere sempre di più nella sua villa di Capri, affidandosi per il governo dell’impero a Lucio Elio Seiano, suo prefetto del pretorio.

Seiano, approfittando dell’assenza del princeps, spadroneggiò nell’Urbe, dando inizio ad una lunga fase di dispotismo e di persecuzioni. In tale clima i pretoriani acquisirono un potere sempre più ampio.

Vane furono le resistenze dell’oligarchia senatoria.

Il Senato si vide progressivamente spogliato di tutte le sue prerogative, che vennero sempre più concentrate nelle mani del princeps o, come nel caso di Tiberio, nelle mani di chi a Roma lo rappresentava, cioè Seiano.

Fu questa la fase che segnò il passaggio dal principato al dominato.

Ritiratosi definitivamente a Capri, Tiberio comunicava le sue decisioni a Roma per mezzo di lettere. Seiano, ritenendosi ormai padrone assoluto di Roma, indotto da un’ambizione sempre più grande di potere, fece avvelenare il figlio di Tiberio, Druso, sbarazzandosi del più potente dei suoi rivali al trono. Fu in questa circostanza che Tiberio decise di liberarsi di Seiano e di farlo uccidere nel 31 d.C. .

Nel 37 d.C. morì anche Tiberio con grande gioia dell’oligarchia senatoria, che in quegli anni aveva subito i tragici effetti delle delazioni e delle repressioni imposte da Seiano, ma anche delle classi popolari, cui la politica di rigore di Tiberio aveva tolto le frumentazioni, le costose feste pubbliche e le elargizioni alle quali in passato erano state abituate.

 

Politica amministrativa ed economica di Tiberio

  • eliminazione abusi nella pubblica amministrazione
  • alleviamento delle condizioni degli agricoltori attraverso una sorta di banca di credito agricolo che forniva prestiti triennali ai piccoli proprietari terrieri senza tassi di interesse
  • ricorso a collaboratori diretti per le varie funzioni economiche ed amministrative, con conseguente esautoramento delle magistrature ordinarie, come quelle dei pretori, dei censori, degli edili.
  • graduale esautoramento delle assemblee politiche che non potevano opporsi alla elezione dei cosiddetti candidati commendati, cioè “raccomandati” da Tiberio
  • riduzione delle assemblee alla semplice funzione di formale approvazione degli atti e dei progetti del principe
  • conferma della prerogativa del Senato in materia di emissione di monete, di amministrazione giudiziaria e di introduzione di nuovi culti religiosi
  • progressivo svuotamento dei poteri effettivi del Senato attraverso la cooptazione di uomini di fiducia del principe

Politica estera e militare

  • politica sostanzialmente difensiva: rinuncia ad ogni ulteriore ampliamento dei confini dell’impero
  • difesa dei confini esistenti
  • Riduzione a provincia della Cilicia e della Cappadocia (Turchia)
  • affidamento al nipote Germanico del comando militare in Germania e, successivamente, in Oriente

Caligola (37 – 41 d.C.)

Tiberio aveva designato come suo successore Gaio Cesare, figlio di Germanico. Questi era definito Caligola dalla caliga, la calzatura militare che fin da ragazzo era solito portare. La sua successione al trono, all’età di 24 anni, fu certamente favorita anche dal grande consenso popolare che aveva avuto il padre Germanico. Nei primi otto mesi del suo governo, Caligola fu abbastanza moderato: mostrò lealtà ai valori dell’antica res publica, sospese i processi di lesa maestà e restituì ai comizi le loro antiche prerogative.

Ma, trascorsi questi primi mesi di governo, cominciò a dare segni di squilibrio, instaurando un clima di terrore e di repressione e commettendo una serie di stranezze, come l’elezione a senatore del suo cavallo. Preparò anche una spedizione in Britannia che non fu, però, mai attuata. Impose il culto della sua persona, introducendo una monarchia assoluta e teocratica di stampo orientale, cui anche il Senato, per paura, dovette piegarsi.

Per queste ragioni furono ordite contro di lui tre congiure, l’ultima delle quali, nel 41 d.C., andò a segno.

 

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