Crisi del III secolo – diffusione del Cristianesimo – anarchia militare

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio.Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma. Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione. In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”. La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi cosa che, peraltro, lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani.

Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo. Ciò soprattutto perché il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, non solo rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra, ma tendevano a scardinare quello che era un pilastro fondamentale dell’economia romana, cioè lo schiavismo, in quanto gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, venivano considerati figli di Dio e, come tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione, ben maggiori di quella, ad esempio, soprattutto sul piano temporale, dello stesso impero di Alessandro Magno.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi.

Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)   l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)   Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo tale da determinare una progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)   Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso dedicarsi (finanziandone le attività) all’invenzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)   Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

 A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province.

La nostra penisola, che in passato aveva costituito la spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito. La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendone l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”. Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto venute a trovare a dover subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio. Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero imperatori come Vespasiano ad ampliare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, esclusi i dediticii, cioè le popolazioni rurali.

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

La diffusione del Cristianesimo

diffusione

Cartina dal sito http://www.luzappy.eu/cristianesimantico/nascita_cristianesimo.htm

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo.

Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime. Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

 

Anarchia militare

Un aspetto della crisi del III secolo: le invasioni barbariche

Barbarian_invasions_from_3rd_century

Alle frontiere imperiali, come si è visto, incalzavano diverse popolazioni, tra cui quelle degli Alamanni (lungo il Reno), quelle dominate dalla dinastia dei Sasànidi, o Sassanidi (lungo il territorio dei Parti) e dalla dinastia degli Arsàcidi (nell’area persiana). Alessandro Severo aveva cercato di difendere le aree maggiormente esposte agli attacchi delle popolazioni confinanti, ma la sua abitudine a patteggiare e a mercanteggiare con i nemici gli costarono il risentimento dell’esercito e la stessa sua uccisione.

Nel periodo che va dal 235 al 268 si ebbe un periodo di grave disordine ed instabilità che siamo soliti definire anarchia militare, caratterizzata dallo strapotere dell’esercito in una situazione di vuoto e di instabilità in termini di potere centrale e politico. Diversi furono gli imperatori di questo periodo: il primo fu  Giulio Vero Massimino (detto Massimino il Trace), che governò dal 235 al 238, anno in cui fu assassinato dai suoi legionari. Benché fosse inviso al Senato e a gran parte della popolazione, Massimino il Trace riuscì a governare per qualche anno, grazie alla sua riconosciuta esperienza militare, di cui l’impero in questa fase di grande pericolo aveva certamente bisogno. Massimino ottenne importanti successi lungo il Reno e il Danubio contro le popolazioni germaniche. Tuttavia, i crescenti sforzi militari richiesero un notevole aggravio della pressione fiscale ai danni dei contribuenti. I cittadini, soprattutto gli aristocratici, non furono disposti a finanziare le guerre con le nuove tasse imposte da Massimino. Per questo ci furono diverse rivolte dentro e fuori l’Italia, finché Massimino il Trace non venne ucciso dai suoi legionari presso Aquileia. Con Massimino il Trace si ebbe anche una nuova e più sistematica persecuzione dei Cristiani ai quali lo Stato confiscò anche molti beni che andarono a rimpinguare l’erario pubblico. A lui successe il dodicenne Gordiano III che regnò per alcuni anni, fino al 244 d.C., con il sostegno del suocero, prefetto del pretorio, la cui morte mise poi a repentaglio lo stesso impero di Gordiano. Per cinque anni, dal 244 al 249, governò Filippo l’Arabo. A lui toccò, il 21 aprile 248, celebrare il primo millenario della fondazione di Roma. Questi venne, però, ucciso da Decio, generale delle truppe della Pannonia, che governò dal 249 al 251. Decio dovette fronteggiare i Goti e i Persiani. Morì nel 251, combattendo contro i Goti. Dopo ulteriori avvicendamenti si giunse all’impero di Valeriano (253 – 260). Valeriano, che associò a sé il figlio Gallieno, attaccò i Persiani, ma fu catturato e fatto prigioniero dal loro re Shapur. Mai, fino a questo momento, era successo che un imperatore romano cadesse prigioniero in mano nemica. Morto Valeriano, il figlio Gallieno governò, come imperatore unico, dal 260 al 268. Anche Gallieno, però, morì violentemente, vittima di una congiura. Sotto il suo regno, le tendenze separatistiche delle province si esasperarono. Infatti, l’impero si trovò diviso in tre parti: oltre a quello “ufficiale” guidato da Roma, in Oriente, si costituì, sotto la guida della regina Zenobia, il Regno autonomo di Palmira, attorno alla città omonima, comprendente il territorio della Siria, della Palestina e della Mesopotamia; in Occidente, invece, sorse, sotto la guida del generale Postumo, il Regno autonomo delle Gallie comprendente Gallia, Spagna e Britannia.

Deceduto Gallieno, governò, dal 268 al 270, M. Aurelio Claudio, chiamato Gotico per una sua vittoria sui Goti.

Invasioni_barbariche_occidente_268-271

Invasioni barbariche lungo il Limes danubiano

Cartina tratta da https://it.wikipedia.org/wiki/Aureliano

Questo imperatore morì di peste. Poi fu la volta di Aureliano, dal 270 al 275. Questi restaurò l’unità dell’impero in Asia e nelle Gallie e difese l’Italia da un’invasione di barbari. Per fronteggiare il pericolo di nuovi attacchi, Aureliano fece costruire attorno alla città di Roma delle poderose mura difensive, dette mura aureliane. Oltre ad aver ricostituito l’unità dell’impero, Aureliano riuscì anche a ridare prestigio alla figura del sovrano attraverso la divinizzazione del monarca, considerato come tramite tra uomini e divinità, associando il culto del dio Sole a quello dell’imperatore. Il culto introdotto da Aureliano si ispirava all’analogo tentativo intrapreso, tra il 218 ed il  222, da Elagabalo (per i Romani Eliogabalo) di imporre ai Romani un culto di tipo monoteistico di origine siriaca che, però, gli costò il risentimento dei pretoriani che nel 222 lo uccisero.

eliogabalo testa

Eliogabalo: imperatore dell’eccesso

http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/personaggi/Eliogabalo-imperatore-delleccesso.html

Eliogabalo era successo a Caracalla, in quanto si era fatto credere suo figlio. In realtà, egli era un sacerdote assiro del dio Sole, Elagabal, di cui assunse il nome.  Alla morte di Aureliano, nel 275, seguì un altro decennio di instabilità e di anarchia. La svolta si ebbe nel 285, con l’ascesa al potere dell’imperatore illirico Valerio Diocleziano (285 – 305).

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