Cesare e Pompeo

ASCESA DI CESARE E PRIMO TRIUMVIRATO

Nel 61 a.C. rientrava dalla Spagna, dove aveva esercitato la carica di propretore, Caio Giulio Cesare. Egli apparteneva alla gens Iulia, una delle più antiche e nobili famiglie romane. Aveva militato tra le file dei mariani sia per fare carriera, sia per ostacolare il dominio oligarchico del senato. Tornato a Roma, Cesare fu mosso dall’intenzione di proporsi come candidato per il consolato. Al diniego del Senato, per assicurarsi la vittoria, Cesare si procurò l’appoggio dei due uomini più influenti del tempo: Pompeo e Crasso. A Pompeo garantì che avrebbe dato seguito alle richieste negate l’anno precedente dal Senato, a Crasso promise vantaggi economici per gli equites nella riscossione delle imposte nelle province. Nacque il primo triumvirato: si trattava di un accordo privato, più che di una vera magistratura, fra tre persone per la spartizione del potere. Tale accordo fu formalizzato nel 60 a.C. attorno ai seguenti punti: 1) elezione di Cesare a console nel 59 a.C.; 2) approvazione di una nuova legge per la distribuzione di terre ai veterani di Pompeo e ratifica delle decisione assunte da quest’ultimo in Oriente dopo la vittoria su Mitridate; 3) riduzione di un terzo del canone di appalto per la riscossione delle imposte in Asia, come richiesto da Crasso. Cesare, tuttavia, mirava ad accrescere il suo prestigio militare allo scopo di procurarsi un esercito proprio e di ottenere il favore popolare. Pertanto, chiese ed ottenne l’assegnazione per cinque anni consecutivi, come proconsole, del governo della Gallia Cisalpina e Narbonese e dell’Illirico. Nel 58 a.C., partì alla volta della Gallia, non prima di aver fatto allontanare Marco Porcio Catone (inviato come propretore a Cipro, dove rimase fino al 56 a.C.) Cicerone (condannato all’esilio)[1].

La scelta di Cesare ricadde sulla Gallia Narbonese, in particolare, perché essa confinava con il vasto territorio della Gallia transalpina, che comprendeva la Francia attuale, il Belgio e l’area germanica della riva sinistra del Reno. Altrettanto strategica fu la scelta della Gallia Cisalpina. Su questo versante, infatti, le minacce degli Elvezi ai confini della provincia consentirono a Cesare di intervenire rapidamente. L’intesa tra Cesare, Pompeo e Crasso, infatti, fu rafforzata nel 56 a.C. con l’accordo di Lucca: Pompeo avrebbe ottenuto il comando delle province iberiche, Crasso quello della provincia di Siria, Cesare guadagnò il prolungamento del suo mandato in Gallia per altri cinque anni.

Nel giro di alcuni anni la Gallia fu completamente  sottomessa con la vittoria riportata nel 52 a.C. da Cesare su Vercingetorige nella battaglia di Alesia. [2]

Nei due anni seguenti, Cesare consolidò le sue posizioni sottomettendo totalmente la Gallia. Egli perpetuò il ricordo delle sue imprese e del suo trionfo nell’opera De bello Gallico.[3]

Guerra civile tra Cesare e Pompeo

L’ incontro a Lucca consolidò l’accordo fra Cesare, Pompeo e Crasso, sancendo la divisione delle province per cinque anni fra i tre comprimari della politica romana. Tuttavia, la morte di Crasso in Mesopotamia, a Carre, nel 53 a.C., ma soprattutto la prematura scomparsa di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, ebbero effetti devastanti sull’equilibrio politico. Il triumvirato aveva, infatti, evitato la riproposizione di un nuovo scontro tra due grandi personalità come era già accaduto al tempo di Mario e Silla. Con la scomparsa di Crasso, invece, Cesare e Pompeo si trovarono a condividere il potere e lo scontro tra i due divenne inevitabile. La tensione si acuì inevitabilmente dopo la morte di Giulia che costituiva l’ultimo grande legame tra i due. In un contesto sociale caratterizzato da tumulti e spargimenti di sangue, il Senato affidò, nel 52 a.C., a Pompeo l’incarico di consul sine collega, conferendogli una forma di dittatura denominata, però, con un nome differente. Pompeo si schierò, dunque, con il Senato e ciò mise in allarme Cesare, soprattutto dopo l’approvazione da parte del Senato della revoca a Cesare del comando militare in Gallia e dopo l’intimazione a tornare in patria da privato cittadino, per evitare di essere dichiarato nemico della patria.

Cesare varcò il Rubicone, alla testa del suo esercito, nel 49 a.C., dando inizio alla guerra civile che durò ben quattro anni. Preso alla sprovvista, Pompeo, impaurito, fuggì a Brindisi, insieme a molti senatori ed ai consoli Lucio Cornelio Lentulo Crure e Gaio Claudio Marcello. Da Brindisi Pompeo si diresse in Epiro, dove organizzò un esercito di ben undici legioni ed una flotta di 600 navi, e di lì giunse in Grecia.

 

A Roma, intanto, Cesare divenne padrone assoluto e riuscì a convincere i senatori che non avevano lasciato la città a passare dalla sua parte. Da Roma organizzò una spedizione in Spagna, dove sbaragliò rapidamente le truppe pompeiane ivi stanziate. Subito dopo, mosse alla volta della Grecia. Lo scontro decisivo avvenne a Farsàlo, in Tessaglia, nel 48 a.C. e si risolse con una strepitosa vittoria di Cesare. Pompeo si rifugiò in Egitto, presso Tolomeo  che, tuttavia, lo fece assassinare e decapitare, per ingraziarsi il favore di Cesare. Ma Cesare fece destituire Tolomeo dal trono che affidò alla sorella Cleopatra (marzo del 47 a.C.).  Prima di rientrare in Italia sconfisse Farnace, figlio di Mitridate VI, a Zela (oggi Zile, in Turchia), ottenendo una vittoria così rapida (in soli cinque giorni) che inviò la notizia al Senato con la frase veni, vidi, vici. Farnace aveva cercato di ribellarsi ai Romani che controllavano il Ponto, spinto dalla volontà di ricostituire il regno paterno.

 

I pompeiani superstiti, tra cui Gneo e Sesto Pompeo (figli del generale sconfitto) e Marco Porcio Catone Uticense (pronipote del censore Catone) si erano intanto organizzati in Africa, dove si erano alleati anche con Giuba, re di Numidia, figlio di Iempsale II. In Africa le forze dello schieramento senatoriale, guidate da Quinto Cecilio Metello Scipione e da Giuba si scontrarono con l’esercito di Cesare, che ebbe un nettissimo sopravvento, a Tapso (odierna Ras Dimas, in Tunisia), il 6 febbraio del 46 a.C.

 

 

La tradizione narra che l’esercito di Cesare avesse ucciso circa 10.000 soldati dello schieramento dei Pompeiani che, peraltro, avrebbero voluto arrendersi a lui. Questa notizia contrasta con la fama di Cesare, noto come generoso nel gestire le vittorie, soprattutto nei confronti dei nemici catturati. Si pensa, però, che Cesare avesse avuto un attacco epilettico durante la battaglia e che, pertanto, non avesse il pieno controllo dell’esercito e dei suoi soldati quando fu compiuta la carneficina. Dopo aver assediato ed espugnato Tapso, Cesare conquistò Utica, dove si trovava Catone con le sue truppe. Catone, per non cadere nelle mani dell’avversario, si tolse la vita, morendo da eroe.[4] Secondo Plutarco, Cesare, appresa la notizia della sua morte, avrebbe esclamato: “Catone, ti invidio la tua morte, come tu hai invidiato che io potessi salvarti la vita”.

Le due vittorie a Tapso e ad Utica consegnarono l’Africa a Cesare. Tuttavia i figli di Pompeo ed altri pompeiani si rifugiarono in Spagna. Qui, il 7 marzo del 45 a.C., a Munda, nel sud della Spagna si svolse l’ultima grande battaglia. Morirono il generale Tito Labieno e Gneo Pompeo (il figlio maggiore di Pompeo). Cesare tornò da trionfatore a Roma, dove assunse il titolo di dittatore perpetuo. Dopo la vittoria di Munda, Cesare conquistò alla sua causa altre regioni della Spagna che in precedenza avevano giurato fedeltà ai seguaci di Pompeo e alla causa repubblicana.

Età di Cesare

Con la pacificazione della Spagna, Cesare si ritrovò praticamente senza avversari e a Roma, sempre nel 45 a. C., assunse il titolo di dittatore, come si è già detto. Si fece anche nominare tribuno della plebe, garantendosi le prerogative tribunizie dell’inviolabilità e del diritto di veto, nonché pontefice massimo. Concentrò, di fatto, nelle sue mani tutti i poteri di un re.

L’anno seguente, il 15 marzo, Cesare fu assassinato dai repubblicani guidati da Bruto e Cassio. Ormai, però, la res publica era destinata a tramontare. Ad approfittare della situazione, come vedremo, sarà il nipote di Cesare, Caio Ottavio, poi divenuto Ottaviano Augusto.

Riforme di Cesare

Le riforme di Cesare investirono l’aspetto giuridico, l’aspetto economico, il campo sociale, le colonie.

In campo giuridico: cercò di rafforzare l’autorità dello Stato assecondando gli interessi di tutte le classi sociali. Deliberò che fosse punito il delitto politico e la condanna a morte di un cittadino senza regolare processo.       

In campo economico: promosse le attività agricole, industriali e commerciali e puntò a risanare le finanze dello Stato.

In campo sociale: riprese la politica riformatrice dei Gracchi, distribuendo terre ai soldati veterani e ai cittadini meno abbienti. Protesse la piccola proprietà terriera contro il grande latifondo, impiegò le masse dei disoccupati in grandi opere pubbliche. Razionalizzò il sistema delle distribuzioni pubbliche di grano, facendo in modo che ne usufruisse solo chi ne avesse avuto veramente bisogno, dimezzando, a tal fine, il numero di coloro che potevano disporne. Garantì a molti proletari una dignitosa sistemazione fuori Roma in colonie appositamente fondate.

In campo politico – amministrativo: puntò a rafforzare l’ordine pubblico; inviò  80.000 cittadini nelle colonie anche al fine di ripopolare le campagne, ma soprattutto per romanizzare le province. Promulgò la Lex Iulia municipalis per l’amministrazione dei municipi italici (….); aumentò il numero dei magistrati; portò da 600 a 900 il numero dei senatori, facendo entrare in questo consesso molti uomini di sua fiducia; fece conferire la cittadinanza romana a molti abitanti delle province, nell’ottica di una sempre maggiore integrazione tra Roma e le province. Infine, riformò il calendario (da lui detto giuliano), aggiungendo 10 giorni ai 355 già previsti con l’inserimento di un giorno in più (quello bisestile) ogni quattro anni.

Gravi errori furono, però, commessi da Cesare in campo istituzionale.

Convinto com’era, infatti, dell’esigenza di un forte rinnovamento delle istituzioni e, soprattutto, della necessità di un governo forte ed unitario, concentrò nelle sue mani tutto il potere, trasformando la dittatura decennale, conferitagli dal Senato nel 47 a.C., in dittatura vitalizia e appropriandosi del titolo di imperator, che prima spettava, in ambito militare, solo ai generali e solo nel momento del loro trionfo. Ne scaturì un forte ed esasperato svuotamento delle vecchie istituzioni repubblicane che mise in allarme i sostenitori della tradizione repubblicana. Per questa ragione, fu organizzata una congiura contro il dittatore, guidata da Caio Cassio Longino ed il figliastro di Cesare Marco Giunio Bruto, che avevano sostenuto la causa pompeiana ed erano poi stati perdonati da Cesare.

Il 18 marzo del 44 a.C. Cesare sarebbe dovuto partire per una spedizione contro i Parti per vendicare l’uccisione di Crasso. Per il 15 marzo, tre giorni prima della partenza, era fissata l’ultima seduta pubblica del Senato, a cui Cesare decise di partecipare, nonostante gli fossero giunte voci e premonizioni che facevano ipotizzare una congiura. In quella circostanza Cesare fu colpito da ventitré pugnalate, simbolicamente proprio ai piedi della statua di Pompeo.


[1] Nel 58 a.C. il tribuno della plebe Clodio Pulcro, ostile al grande oratore per un precedente processo intentato contro di lui per sacrilegio, aveva fatto approvare, su sollecitazione di Cesare, una legge con la quale si condannava all’esilio chiunque avesse fatto condannare a morte un cittadino senza il beneficio della provocatio ad populum. Il provvedimento ebbe valore retroattivo e colpì lo stesso Cicerone. In realtà, si trattò di un’abile mossa politica di Cesare, realizzata attraverso Clodio, per allontanare da Roma un potenziale avversario politico, prima della sua partenza per la Gallia.

La provocatio ad populum era una delle istituzioni fondamentali del diritto pubblico romano, in particolare nel periodo repubblicano. Essa fu introdotta dalla Lex Valeria de provocatione del 509 a.C.. La legge prendeva il nome dal console Publio Valerio Publicola (560 – 503 circa a.C). Il soprannome Publicola, talvolta sostituito dalle forme grafiche Poplicola o Poplicula,  significava amico del popolo. La provocatio ad populum ammetteva la possibilità, per chi fosse stato condannato a morte, di ottenere la trasformazione della pena capitale in altra pena mediante il giudizio popolare. Scomparve definitivamente nel periodo dell’impero.

[2] l’attuale Alise Sainte Reine in Borgogna in Francia centro – occidentale.

[3] I Commentarii de bello Gallico descrivevano le operazioni militari in Gallia. Si compongono di otto libri, di cui sette sicuramente attribuibili a Cesare. L’ultimo fu scritto da Aulo Irzio, luogotenente di Cesare in Gallia.

Nei Commentarii de bello civili, invece, Cesare espose, in tre libri, i primi due anni dello scontro con Pompeo, dal passaggio del Rubicone alla sconfitta di Pompeo a Farsalo ed alla sua fuga in Egitto.

[4] La figura di Catone l’ Uticense assunse, fin dall’ antichità le proporzioni di un simbolo universale. La sua azione politica e la sua statura morale vennero esaltate, nel I secolo d.C., dal poeta Marco Anneo Lucano, nell’opera intitolata Pharsalia (o  Bellum civile), dove l’Uticense assurge a simbolo di fedeltà eroica e di libertà politica difese strenuamente, fino al gesto estremo del suicidio.

Nel Medioevo Catone, in quanto uomo giusto, severo, pio e coerente, divenne simbolo della libertà spirituale dell’uomo dalla schiavitù del peccato. Dante lo pose a custodia del Purgatorio, di quel regno, cioè, in cui le anime si liberano della loro condizione di peccato per poi divenire degne di accedere al Paradiso. In virtù della presenza di Catone, il Purgatorio diventa il regno della libertà. Non a caso Virgilio, per propiziare l’assenso di Catone al proseguimento del viaggio di Dante: Or ti piaccia gradir la sua venuta: / libertà va cercando, ch’è sì cara, / come ben sa chi per lei vita rifiuta. / Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara / in Utica la morte … (Purgatorio, I vv. 70 – 74).

Anche Dante, dunque, cercherà, infatti,  quella libertà per la quale Catone aveva sacrificato la sua vita. Una libertà morale che comprende anche la libertà politica e che si esprime attraverso la coerenza dei gesti e delle azioni.

 

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