APPUNTI DI STORIA QUARTA ED ULTIMA PARTE: DAI NORMANNI IN ITALIA AL CONCORDATO DI WORMS

 

 

I Normanni in Italia meridionale

Come si è visto, Ottone I e i suoi due successori cercarono di estendere il potere anche in Italia meridionale. In quest’area, fino ai primi decenni dell’ XI secolo, regnava una certa instabilità politica determinata dalla debolezza della presenza bizantina, messa a dura prova dalle incursioni dei musulmani e dalle intemperanze dei potentati longobardi della Campania.

Una prima svolta si ebbe agli inizi dell’ XI secolo. Nel 1009, le città pugliesi di Bari, Trani e Bitonto insorsero contro la rigida politica fiscale delle autorità bizantine preposte al governo della regione. La rivolta fu appoggiata da alcuni principi longobardi e non fu osteggiata dal papa Sergio IV. In una prima fase sembrava che i rivoltosi fossero destinati a coronare con il successo la loro azione politica. Ma il nuovo governatore bizantino Basilio riconquistò le posizioni perdute. Tra i rivoltosi vi fu Melo di Bari che, nel 1011, riuscì a sfuggire alla repressione bizantina per poi recarsi in Germania, nel 1015, presso l’imperatore Enrico II (di cui, forse, era parente) per chiedergli sostegno contro i Bizantini. Anche in questo caso, però, le autorità bizantine ebbero la meglio, nel 1018, e Melo si rifugiò in Germania dove morì nel 1020. Nel corso di questi avvenimenti, gruppi di mercenari normanni cominciarono ad insediarsi nell’Italia meridionale. Tra il 1027 ed il 1030 uno dei capi dei Normanni, Rainolfo Drengot, ottenne dal duca di Napoli Sergio IV in feudo la Contea di Aversa, come premio della lealtà dimostrata negli anni precedenti. Fu la prima di una serie di concessioni territoriali ad esponenti normanni e, sicuramente, fu il primo possesso statale normanno in Italia.

Negli anni successivi si distinse, tra i Normanni, soprattutto il gruppo familiare degli Altavilla (Hauteville in francese). Nel 1043 Guglielmo Braccio di Ferro occupò la Contea di Melfi. Suo fratello, Roberto il Guiscardo (cioè “l’astuto”), giunto in Italia nel 1047, rafforzò la presenza normanna nella Penisola e sconfisse, presso Civitate del Friuli, le truppe del Papa (Leone IX), catturandolo, nel 1053, e rendendolo suo prigioniero. Il Papa non poté fare altro che riconoscere i territori normanni della Contea di Puglia e del Principato di Capua. Nel 1059 il nuovo Papa Niccolò II concesse a Roberto il Guiscardo, in qualità di suo vassallo, il Ducato di Puglia, Calabria e Sicilia, con il triplice risultato di autorizzare Roberto ad annientare la residua presenza bizantina, ad occupare nuovi territori e ad attaccare la Sicilia occupata dai Musulmani.

Nel giro di alcuni decenni l’Italia meridionale fu occupata dai Normanni e, intorno al 1091, Ruggero d’Altavilla, fratello di Roberto il Guiscardo, completò l’opera sconfiggendo i Musulmani di Sicilia ed occupando, in qualità di conte di Sicilia, l’isola.

Nel XII secolo, Ruggero II, figlio del Ruggero che aveva conquistato la Sicilia, dette vita al Regno di Sicilia, unificando nella sua corona l’isola e l’Italia Meridionale e collocando la sua corte a Palermo. Il regno normanno assunse i tratti di una monarchia feudale dal forte potere centrale. Il regno venne diviso in circoscrizioni a ciascuna delle quali era preposto un giustiziere, al quale spettava l’amministrazione della giustizia, e un camerario, che si occupava delle riscossione dei tributi. Anche se continuarono a resistere delle ampie autonomie territoriali, quali Montecassino, Cava dei Tirreni ecc., l’intera popolazione del nostro Meridione si ritrovò sotto la giurisdizione normanna, soprattutto sul piano tributario e fiscale. Malgrado le autonomie territoriali avessero un ampio margine di libertà sul piano amministrativo, le decisioni più importanti spettarono sempre al sovrano normanno.

Se il regno normanno unificò sotto un’unica corona l’Italia meridionale, occorre anche dire che proprio il centralismo normanno impedì che prendesse piede anche nel Sud l’importante esperienza dei Comuni che, in quegli stessi anni, stava caratterizzando l’Italia centro – settentrionale.    

 

Crisi della Chiesa

Il papato, tra IX e X secolo, visse un periodo di crisi dovuta sia a fattori esterni che interni.

Le cause esterne furono sostanzialmente due:

a)     L’aristocrazia romana aveva ripetutamente interferito nella elezione dei pontefici, condizionandone anche la politica.

b)     Il Privilegio Ottoniano aveva sottoposto l’autorità del Papa a quella dell’Imperatore.

La causa interna era legata all’alto grado di corruzione che aveva da tempo contaminato la Chiesa e che si manifestava essenzialmente, ma non esclusivamente, attraverso la simonia e il concubinato.

La simonia era la vendita delle cariche ecclesiastiche (vescovo – abate o anche semplice parroco) a persone che non erano spinte da una vera e propria vocazione religiosa, ma da meri interessi economici, collegati anche alla possibilità di gestire rendite o feudi. A loro volta, coloro che avevano pagato la carica ecclesiastica si prefissavano di recuperare la somma versata facendo pagare alla gente comune i sacramenti, le funzioni religiose e le indulgenze per i morti.

Il concubinato era, invece, la convivenza degli ecclesiastici con delle donne, che spesso sfociava nella clerogamia, cioè nel matrimonio dei preti, nonostante l’obbligo del celibato imposto dalla Chiesa.

 

La reazione a questo stato di cose non tardò ad arrivare e si manifestò all’interno della stessa istituzione ecclesiastica.

Sorsero, infatti dei movimenti che puntavano, dal basso, ad una profonda riforma della Chiesa, allo scopo di ricondurla alla purezza e semplicità delle origini.

Tra i centri propulsori di questo movimento riformatore vi fu il monastero benedettino di Cluny, in Borgogna. I monaci cluniacensi, pur seguendo la regola benedettina improntata sulla massima “ora et labora”, introdussero un nuovo modello di vita monastica,  privilegiando particolarmente l’aspetto liturgico e la preghiera rispetto al lavoro manuale, al punto da arrivare a celebrare fino a 200 salmi al giorno. I cluniacensi istituirono la celebrazione dei defunti il 2 novembre, poi estesa a tutta la cristianità.

Il monastero di Cluny fu posto direttamente alle dipendenze del Papa, in modo da non sottostare alle autorità ecclesiastiche e laiche locali.

L’iniziativa riformatrice cluniacense riaffermò il ritorno alla purezza e alla semplicità evangelica e fu presa a modello anche da altri ordini religiosi che all’esigenza di un ritorno della Chiesa alla purezza delle origini associavano anche la riaffermazione del valore del lavoro manuale contro i vizi e la corruzione della vita mondana.

Importante fu anche il monachesimo eremitico che ruotava attorno all’ordine dei certosini, fondato a Grenoble con il monastero denominato Grande chartreuse, nel 1084. I certosini vivevano nelle grandi abbazie denominate certose (come quella di Padula), ma conducevano gran parte della loro giornata isolati in preghiera.

Significativa fu anche l’esperienza dei monaci cistercensi, così denominati dall’abbazia di Citeaux, fondata in Borgogna nel 1098. Essi ripresero in pieno l’antica regola di San Benedetto “ora et labora”, ridussero il tempo dedicato alle preghiere, abbracciarono il lavoro agricolo e fecero una scelta di campo a favore di una vita povera e semplice.

I movimenti riformatori sorti all’interno della Chiesa impressero una forte spinta moralizzatrice e favorirono la nascita di altri movimenti riformatori esterni alla Chiesa. Tra questi, ricordiamo il movimento della patarìa, sorto a Milano e diffusosi in altri centri dell’Italia centro – settentrionale tra il 1056 ed il 1075. I seguaci, prevalentemente artigiani e mercanti, vennero definiti, con una denominazione di origine incerta, patarini,  organizzarono una serie di rivolte popolari per contestare l’arcivescovo di Milano, Guido da Velate, accusato di simonia, per aver ottenuto la carica arcivescovile illecitamente dall’imperatore Enrico III, di corruzione e di concubinato.

Questi ed altri movimenti popolari analoghi avevano in comune l’ispirazione pauperistica (da pauper – pauperis = povero), cioè la richiesta che la Chiesa facesse proprio l’ideale evangelico della povertà e dell’umiltà delle origini.

In questo quadro si inserì anche la rottura definitiva tra la Chiesa di Roma (quella d’Occidente) e la Chiesa di Costantinopoli (quella d’Oriente). Quest’ultima non volle accettare la superiorità della Chiesa di Roma e determinò, nel 1054, lo SCISMA d’Oriente, cioè la separazione della Cristianità orientale, i cui rappresentanti si definirono “ortodossi”, cioè seguaci della “vera dottrina”.

 

Dalla crisi della Chiesa alla lotta per le investiture  

La corruzione e la debolezza della Chiesa cattolica culminarono, nel 1045, nella vendita, ad opera del papa Benedetto IX, del seggio pontificio al successore Gregorio VI.

Uno scandalo inaudito, di fronte al quale l’imperatore Enrico III di Franconia decise di intervenire imponendo al soglio pontificio, come pontefice, il vescovo tedesco Clemente II, sostenitore dei movimenti riformatori pauperistici.

Seguendo quanto era stato sancito del “Privilegio di Ottone”, Enrico III cercò di ripristinare l’autorevolezza della Chiesa Cattolica attraverso l’imposizione di un pontefice adatto a questo scopo. Tuttavia, questo intervento ebbe conseguenze pesanti nell’ambito dei rapporti tra impero e papato. Lo stesso pontefice che Enrico aveva imposto sul trono, come anche i suoi successori Damaso II (1047 – 1048) e Leone IX (1049 – 1054), anche costoro di nazionalità tedesca, ritennero che l’unico modo per porre fine alla crisi della Chiesa fosse il recupero della piena autonomia e indipendenza del papato dal potere dell’imperatore, rendendo la Chiesa il più possibile libera da ogni sorta di influenza esterna. Si affermò gradualmente l’idea della libertas Ecclesiae, in base alla quale i laici non potevano assolutamente intervenire nell’assegnazione delle cariche ecclesiastiche. Questo doveva valere sia per i nobili laici sia per l’imperatore. Era il rifiuto più netto del sistema ottoniano dei vescovi – conte.

Lo scontro tra Papato ed Impero si acuì con il Concilio Lateranense del 1059, quando il pontefice Niccolò II, al fine di evitare ogni interferenza esterna nella scelta dei papi, decretò che, da quel momento in poi, i pontefici dovessero essere eletti solo dai cardinali. Fino a quel momento il papa era sempre stato eletto per acclamazione del popolo e del “basso clero” romano che, però, potevano essere facilmente strumentalizzati dalla nobiltà. Niccolò II stabilì anche che nessun ecclesiastico potesse essere nominato da un laico: i nobili, i sovrani e lo stesso imperatore si vedevano così privati della possibilità di attribuire benefici ecclesiastici e fu praticamente abrogato il Privilegio di Ottone.

 

Da questo momento, aspra divenne la cosiddetta lotta per le investiture. Lo scontro più aspro ci fu tra il papa Gregorio VII (Ildebrando di Soana, intransigente sostenitore della riforma e della ripresa del prestigio della Chiesa, 1073 – 1085) e l’imperatore Enrico IV di Franconia (1056 – 1106).

Gregorio VII, nel 1075, promulgò il Dictatus papae, con cui il pontefice affermava la superiorità del Papa sull’imperatore e reclamava, di conseguenza, il diritto di scomunicare e destituire un imperatore o un qualunque altro sovrano, qualora costui si fosse rivelato moralmente indegno ed avesse danneggiato gli interessi della Chiesa e della comunità ecclesiastica.

 

Forte fu la reazione di Enrico IV: egli, nel 1076, convocò a Worms un concilio di vescovi tedeschi in cui dichiarò decaduto il papa. Gregorio VII reagì a sua volta scomunicando l’imperatore, sciogliendo i sudditi dal vincolo di fedeltà nei suoi confronti. La scomunica, pertanto, non avrebbe avuto soltanto conseguenze sul piano religioso, ma anche e soprattutto sul piano politico: di ciò fu consapevole Enrico IV che, per evitare la perdita del suo potere, implorò il perdono del Papa, facendo una dura ed umiliante penitenza all’esterno del castello di Canossa[1], nell’attuale Emilia Romagna, dove il papa era ospitato dalla contessa Matilde. Enrico IV attese per tre giorni al freddo ed in mezzo alla neve, finché non ottenne il perdono del Papa che ritirò la scomunica, anche grazie alla mediazione di Matilde, imparentata con l’imperatore, e dell’abate Ugo di Cluny.

Si trattò, tuttavia, solo di una tregua e le ostilità ripresero subito dopo. Nel 1080, infatti, Enrico discese in Italia, destituì Gregorio VII e nominò pontefice l’arcivescovo di Ravenna, Guilberto, che assunse il nome di Clemente III, dal quale si fece incoronare imperatore. Enrico costrinse Gregorio VII a fuggire presso i Normanni a Salerno, dove morì nel 1085.

Morto anche Enrico IV, nel 1106, lo scontro si attenuò con il suo successore, il figlio Enrico V (1106 – 1125) che, nel 1122, raggiunse un’intesa con il papa Callisto II.

L’accordo fu formalizzato nel Concordato di Worms. Tale accordo prevedeva che la nomina dei vescovi spettasse al Papa, al di fuori di qualsiasi ingerenza laica e imperiale. Poteva esserci, però, per i vescovi una duplice investitura: quella religiosa e quella laico – temporale, poiché l’imperatore poteva conferire loro beni e cariche politiche.

In Italia i vescovi avrebbero, però, dovuto ricevere prima l’investitura religiosa da parte del Papa e poi quella laica dal parte del sovrano o dell’imperatore. In Germania, invece, l’investitura laica avrebbe preceduto quella religiosa. In tal modo, il papato era sciolto da ogni forma di tutela e di interferenza imperiale ma, nello stessi tempo, l’imperatore, in Germania, poteva ancora intervenire, sul piano politico, nella scelta delle gerarchie ecclesiastiche. Formalmente, si trattò di un successo della Chiesa, poiché si sanciva che il potere politico non poteva intervenire nell’investitura dei vescovi e degli abati. Tuttavia, soprattutto in Germania, l’Imperatore avrebbe continuato ad influenzare la scelta dei candidati alla designazione vescovile. L’accordo di Worms ebbe come risultato quello di rafforzare l’autorità pontificia in Italia, dove l’investitura ecclesiastica precedeva per importanza quella laica, e l’autorità imperiale in Germania, dove l’investitura laica prevaleva su quella religiosa. Tuttavia, i contrasti tra Papato ed Impero non cessarono ed influenzarono a lungo anche la lotta politica in Europa e i Italia, con la nascita delle due grandi fazioni dei Ghibellini, così chiamati dai signori del castello di Weibling, in Sassonia, che parteggiavano per l’imperatore, e dei Guelfi, che prendevano la denominazione Welf, il duca di Baviera che si fece sostenitore della “libertà della Chiesa Romana”.

 

 

 


[1]Ancora oggi è usata la locuzione: “andare a Canossa” in riferimento a chi, avendo riconosciuto i propri errori, si umilia o compie un formale atto di contrizione per essere perdonato.

La Grancontessa Matilde di Canossa, o Mathilde (in latino Mathildis, in tedesco Mathilde von Tuszien; Mantova, 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa e marchesa. Matilde fu una potente feudataria. Sostenne con vigore Il Papato nella lotta per le investiture; fu una figura femminile di primissimo piano in un’epoca in cui le donne erano considerate di rango inferiore ed arrivò a dominare tutti i territori italici a nord degli Stati della Chiesa.  Nel 1076 entrò in possesso di un vasto territorio che comprendeva la Lombardia, l’Emilia, la Romagna e la Toscana, e che aveva il suo centro a Canossa, nell’Appennino reggiano. Fu incoronata, nel 1111, presso il Castello di Bianello (Reggio Emilia) dall’imperatore Enrico V, figlio di Enrico IV, con il titolo di Regina d’Italia e vicaria papale.

Dopo la sua morte attorno a Matilde si creò un alone di leggenda. Gli agiografi ecclesiastici ne mitizzarono il personaggio descrivendola come una contessa dedita alla contemplazione e alla fede. Lo stesso Dante Alighieri ne sentì parlare e la inserì nell’XI canto del Paradiso della Divina Commedia, ponendola nella cerchia dei militanti per la fede.

 

 

 

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