Dal principato adottivo a Diocleziano

L’impero romano nel II secolo d.C.

Il principato adottivo

Dopo la morte di Domiziano, nel 96 d.C., il Senato riuscì a riprendere il controllo della situazione e ad imporre un suo candidato che individuò nella figura di Marco Cocceio Nerva, un anziano esponente dell’aristocrazia senatoria. Il Senato stabilì anche che la successione imperiale dovesse avvenire attraverso il sistema dell’adozione e non più attraverso la trasmissione ereditaria del potere. Nerva si dimostrò molto rispettoso degli equilibri politici e governò con moderazione e saggezza, instaurando un clima di maggiore serenità e ponendo fine ai processi contro gli oppositori politici. Nerva, nel 97 d.C., adottò come suo successore un comandante militare: il generale spagnolo Marco Ulpio Traiano, che si era distinto nella guida delle legioni imperiali in Germania. Questa decisione fu determinata anche dall’esigenza di ottenere il favore dell’esercito. La scelta di Traiano fu la prima positiva conseguenza del cambiamento importante che si era avviato nella politica romana con il passaggio dalla successione ereditaria al principato adottivo. Fu una novità di grande rilievo che assicurò almeno un secolo di prosperità, definito dai critici come il beatissimum saeculum, il secolo d’oro dell’impero. Fu una novità significativa soprattutto perché il sistema ereditario non garantiva che il nuovo imperatore fosse realmente capace di ricoprire questo ruolo. Inoltre, l’estinzione della dinastia regnante avrebbe comportato il rischio di una guerra civile perché l’esercito ed il Senato avrebbero cercato di  imporre entrambi un proprio candidato. Al contrario, il metodo dell’adozione, cardine del nuovo principato adottivo, consentiva all’imperatore in carica di scegliere come suo successore il migliore ed il più capace dei suoi collaboratori, non necessariamente dello stesso ambito familiare. Non è un caso se, nel 180 d.C., con il ripristino della successione ereditaria che consentirà a Marco Aurelio di favorire il figlio Commodo, l’impero ripiomberà di nuovo nella buia atmosfera del dispotismo, del caos e dell’inefficienza.

 

L’età degli Antonini: Traiano (98 – 117) , Adriano (117 – 138) e Antonino Pio (138 – 161), Marco Aurelio (161 – 180), Commodo (180 – 192)

Con Traiano, Adriano, Antonino Pio, Marco Aurelio e Commodo abbiamo l’età degli Antonini, che prende il nome da Antonino Pio. Il fatto che questa stagione politica prenda il nome dal terzultimo degli imperatori, anziché dal primo, ci consente di paragonare la “dinastia” degli Antonini ad un’opera drammaturgica costituita da un prologo (Nerva), quattro atti (Traiano, Adriano, Antonino e Marco Aurelio) e da un tragico epilogo (Commodo). Tale definizione è stata, dunque, convenzionalmente coniata dagli storici per indicare un lungo periodo della storia imperiale, quello che va dal 98 al 180 d.C., che fu caratterizzato da alcuni tratti comuni, quali la difesa dei confini, fatta eccezione per Traiano, la lunga stabilità politica, il rapporto più equilibrato tra potere imperiale e Senato, lo sviluppo dei traffici commerciali ed una più marcata diffusione della cultura romana nelle province.

Traiano (98 – 117)

Nel 98 d.C., alla morte naturale di Nerva, Traiano, originario della città di Italica in Spagna, prese dunque il potere. Fu il primo imperatore non originario della nostra Penisola e ciò segnò un ulteriore importante cambiamento nella romanizzazione delle province che ora apparivano in grado di fornire esse stesse i quadri dirigenti dell’impero romano. Traiano evidenziò fin dal principio grande equilibrio e sensibilità politica, introducendo una forma di monarchia illuminata che potremmo definire costituzionale, in quanto l’imperatore governava con la collaborazione di altri poteri, come il Senato ed i comizi, ai quali vennero restituite le specifiche prerogative. Per questo Traiano viene ricordato, anche da Plinio il Giovane, come modello ideale di sovrano e come optimus princeps (1), nonché come l’ultimo grande conquistatore romano. Tra il 101 ed il 106, infatti, conquistò la Dacia, cioè l’attuale Romania (Stato che ancora oggi conserva nella sua denominazione i segni tangibili della civiltà e della cultura di Roma) e l’Arabia nord – occidentale. La conquista della Dacia venne vista come un grande successo dal momento che, nell’89 d.C., sotto Domiziano, i Daci avevano imposto a Roma una pace disonorevole (2). Il loro re Decebalo fu umiliato e tutta la Dacia, peraltro ricca di risorse minerarie, fu ridotta a nuova provincia (3). Testimonianza importante di questo trionfo è, ancora oggi, la Colonna Traiana. Le ricchezze conquistate con la sottomissione della Dacia vennero utilizzate per nuove conquiste militari: in primo luogo, sempre nel 106 d.C., quella dell’Arabia.

Questa regione era chiamata anche Arabia Petrea da Petra, la sua località più importante (4).  Tra il 115 ed il 117, Traiano si dedicò con successo alla conquista dei Parti, campagna che si concluse con la conquista della stessa capitale Ctesifonte e di Babilonia. Furono quindi create due nuove province: quella della Mesopotamia, a sud del fiume Tigri, e quella dell’Assiria a nord dello stesso. Per questo, Traiano fu anche definito Parthicus Maximus. In quello stesso periodo, tuttavia, scoppiò nell’impero una violenta rivolta delle comunità giudaiche di Palestina, Cirene, Cipro e di Alessandria. Traiano morì in Cilicia, nel 117, durante la preparazione di alcune operazioni militari. La rivolta giudaica fu repressa nel sangue, ma presto le conquiste di Traiano in Oriente si sarebbero rivelate insicure ed instabili.

 

Sul piano dell’amministrazione civile, Traiano, che si avvalse della collaborazione di grandi personalità, come ad esempio Plinio il Giovane e Dione di Prusa, controllò con zelo i bilanci cittadini, servendosi dell’ausilio di appositi curatori dei conti, detti loghistai. Accrebbe il numero dei senatori provenienti dalle province, ma fece in modo che almeno un terzo delle loro proprietà e dei loro investimenti fosse concentrato in Italia, affinché reputassero l’Italia e Roma come la loro patria. Rese più efficiente l’istituto degli alimenta, già introdotto da Nerva, grazie al quale gli agricoltori potevano ottenere prestiti con tassi di interesse bassi e lo Stato poteva, con gli interessi riscossi, elargire delle sovvenzioni pubbliche alle famiglie più povere e bisognose. Verso i cristiani fu meno intollerante dei suoi predecessori. Notevole fu l’impegno profuso da Traiano nella realizzazione delle opere pubbliche. Ricordiamo il Foro Traiano e la Basilica Ulpia del 112, la Colonna Traiana (5) del 113 d.C., i porti di Ancona, Civitavecchia ed Ostia, nonché la creazione di strade importanti, come quella dal Ponto Eusino alle Gallie.

 

Publio Elio Adriano (117 – 138)

Con Adriano ( 117 – 138), cugino di Traiano, si chiuse il ciclo delle grandi conquiste e si puntò ad una politica di difesa e di consolidamento dei confini. In Oriente il nuovo imperatore abbandonò, contro le aspettative dell’esercito, le conquiste partiche realizzate da Traiano. Lo stesso avrebbe fatto anche il suo successore, Antonino Pio (138 – 161 d.C.).

In Occidente, invece, Adriano puntò a rafforzare la difesa della Britannia, contro le incursioni delle tribù dei Briganti (nome che potrebbe derivare da quello della dea celtica Briganzia o Brigid) e dei Caledoni attraverso la costruzione del Vallo di Adriano, a cui si aggiunse, nell’area danubiana, un’altra fortificazione innalzata a difesa delle proprietà agricole dei veterani di guerra. Il Vallo di Adriano costituiva un vero e proprio limes. In passato il concetto di limes indicava una linea di confine destinata a spostarsi progressivamente più avanti in ragione delle nuove conquiste territoriali. Con Adriano, invece, questo termine assumeva delle caratteristiche difensive ed indicava che la spinta propulsiva ed espansionistica dell’impero era ormai terminata.

 

  • Sul piano interno, Adriano avviò una politica di capillare burocratizzazione, sostituendo l’apparato fondato sui liberti con funzionari di origine non servile inquadrati in percorsi di carriere ben definiti. In pratica, la burocrazia venne affidata alla sola classe degli equites che, in tal modo, divennero veri e propri “impiegati” statali.
  • Avviò anche una forte politica di decentramento, conferendo alle province una maggiore autonomia amministrativa. Adriano si interessò personalmente delle condizioni di vita nelle province, dove dimorò spesso nel corso dei suoi viaggi che lo tennero lontano da Roma per ben dodici anni sui ventuno anni di regno.
  • Cancellò le ormai vecchie istituzioni repubblicane e ne accentrò le prerogative nel Consilium principis.
  • Realizzò diverse opere pubbliche, come il tempio di Venere (vicino al Colosseo), la Mole Adriana, una tomba monumentale, poi usata nel Medioevo come fortezza, oggi nota con il nome di Castel S.Angelo, e la Villa Adriana a Tivoli.

 

Antonino  Pio (138 – 161)

Nel 138 Adriano prescelse come suo successore Tito Aurelio Fulvio Antonino, in seguito definito Pio per la sua religiosità, per la sua tolleranza e per la sua rettitudine. Come già accaduto per il suo predecessore, anche Antonino Pio, in politica estera, puntò alla difesa dei confini, piuttosto che al loro ampliamento, facendo costruire un altro vallo in Britannia, poco più a Nord di quello di Adriano, in Scozia. Antonino Pio governò mantenendo buoni rapporti con il Senato. Qualche mese prima di morire, nel 161, l’imperatore individuò nel genero Marco Aurelio il proprio successore.

Marco Aurelio Antonino (161 – 180)

Nel periodo di Marco Aurelio l’impero cominciò ad avvertire i primi segni della crisi soprattutto a causa di due fattori fondamentali:

–          la minaccia dei barbari ai confini dell’impero

–          una duratura, terribile epidemia di peste che decimò, secondo gli storici, la metà della popolazione dell’impero.

Consapevole della estrema difficoltà di governare un impero così grande e in circostanze così difficili, Marco Aurelio associò al trono il fratello adottivo Lucio Vero (161 – 169), di nove anni più giovane, introducendo, per la prima volta, una forma di diarchia al vertice dell’impero. Tuttavia, Lucio Vero non si dimostrò all’altezza della situazione e, per giunta, morì prematuramente nel 169 d.C. .

I primi anni del regno di Marco Aurelio furono caratterizzati dallo scontro con i Parti, popolazione asiatica con la quale Roma, dal 53 a.C., aveva instaurato un difficile clima di convivenza oscillante tra momenti di pace e momenti di guerra. I Parti trovarono, tra il 161 ed il 162, una strenua resistenza nelle truppe di Roma. Le forze militari di Marco Aurelio avrebbero inferto la sconfitta definitiva a questa popolazione se l’improvviso evento della peste bubbonica non avesse decimato le truppe romane e, con esse, anche gran parte della popolazione.

Un altro grave fronte di guerra per Roma si era aperto, in quegli stessi anni, lungo il confine danubiano a seguito delle pressioni dei Quadi e dei Marcomanni. Queste tribù germaniche dilagarono nei Balcani per poi penetrare in Italia, dove misero a ferro e a fuoco la città veneta di Aquileia (Verona), mentre altri barbari saccheggiavano le aree dell’Asia Minore e della Grecia. Fu lo stesso Marco Aurelio a guidare la controffensiva romana. Nel 175, dopo lunghe ed estenuanti battaglie, ottenne una grande vittoria che costrinse i popoli germanici a stipulare la pace. Tuttavia, si trattò solo di una tregua di due anni: le ostilità ripresero nel 177 d.C. . Marco Aurelio si accingeva a dare alle tribù dei Quadi e dei Marcomanni il colpo di grazia, ma anche in questo caso un evento imprevisto impedì che l’impero ottenesse un risultato così importante: colpito dalla peste, Marco Aurelio perse la vita nel 180 d.C..

  

Commodo (180 – 192)

Con Marco Aurelio si concluse l’era del principato adottivo inaugurato nel 98 d.C. da Nerva. Alla morte di Lucio Vero, infatti, Marco Aurelio aveva associato al trono il figlio Commodo, ripristinando, in tal modo, il principio della successione ereditaria. Salito al potere all’età di diciotto anni, Commodo si dimostrò subito incapace di governare. Strinse in primo luogo una pace affrettata con i Quadi e i Marcomanni. In seguito, si disinteressò totalmente delle vicende politiche dell’impero. Come Nerone, si propose di guadagnarsi il favore della plebe romana con elargizioni e azioni demagogiche. A guisa di un novello Ercole, si esibiva nelle arene e nei circhi con una clava e con la pelle di leone. Incurante dell’aggravarsi della crisi militare, Commodo continuò ad esibirsi in spettacoli e a manifestare atteggiamenti sempre più autoritari che gli procurarono l’avversione dell’aristocrazia senatoria. Con Commodo termina l’età d’oro dell’impero, quel beatissimum saeculum che era iniziato con la nomina di Nerva e con l’avvento degli Antonini.

Commodo fu ucciso nel 192 d.C. dalla sua concubina Marcia.

Si riaprì ancora una volta la questione della successione. Abbiamo visto che nei primi due secoli dell’impero furono sperimentati diversi metodi di successione: l’acclamazione da parte dei soldati di un imperatore che poi veniva ufficialmente riconosciuto dal Senato, la successione ereditaria (con Tito e Domiziano), la designazione da parte del Senato (con Nerva), l’adozione (da Traiano a Marco Aurelio) e, infine, di nuovo la successione ereditaria (con Commodo). Il metodo migliore si è rivelato quello legato al principato adottivo. Ma, probabilmente, la sua affermazione era legata anche al fatto che gli imperatori che si erano avvalsi dell’adozione per scegliere il successore non avevano figli. Questi, infatti, avrebbero preteso il trono o, comunque, avrebbero potuto impugnare  l’adozione e la scelta di un successore estraneo alla famiglia. Fu per questa ragione, forse, che Marco Aurelio volle che fosse il figlio Commodo a subentrare a lui nella gestione del potere. Come si può vedere, nessuno dei metodi di successione utilizzati tra il I ed il II secolo d.C. erano pienamente in grado di allontanare del tutto il pericolo dell’instabilità politica e ad evitare la crisi in cui lo Stato romano piombò nel III secolo d.C. . La crisi si acuì nella fase finale della dominazione dei Severi ed in quella immediatamente successiva.

La dinastia dei Severi

Dopo la morte di Commodo, si ebbe un periodo di instabilità che vide la contesa per il potere tra Pertinace (prefetto della guardia pretoriana di Commodo), Pescennio Nigro (comandante delle legioni di Siria), Clodio Albino (comandante delle legioni in Britannia) ed il governatore della Pannonia Lucio Settimio Severo. Quest’ultimo riuscì ad affermarsi nel 193 e governò fino al 211 d.C. . Nativo di Leptis Magna (un po’ più ad est dell’odierna Tripoli), Lucio Settimio Severo cercò, in primo luogo di attuare una riorganizzazione dell’impero, soprattutto nelle zone di confine, attraverso l’estensione del corpo (e dell’influenza) dei legionari, a danno del corpo dei pretoriani,  giudicato come la causa principale dell’instabilità. La riforma militare di Severo si tradusse, però, in una progressiva germanizzazione dei posti – chiave non solo nell’ambito militare, ma anche, più in generale, in quello amministrativo e politico. La cittadinanza scattava automaticamente all’atto stesso dell’arruolamento nell’esercito. Un fattore di impoverimento, soprattutto dell’agricoltura, fu il provvedimento dell’annona militare, cioè l’obbligo per tutti i proprietari di terreni di dare allo Stato una quantità prestabilita del raccolto, al fine di provvedere al vettovagliamento delle truppe. Non si trattava di una percentuale variabile in ragione del raccolto annuale, ma di una quota fissa, da rispettare in ogni caso, anche qualora il raccolto fosse stato più scarso. Ciò provocò un progressivo impoverimento dell’agricoltura, anche perché molti agricoltori si videro costretti ad abbandonare le terre e a trasferirsi in città. Inoltre, sempre sul piano della politica interna, Settimio Severo provvide a designare come suo successore il figlio tredicenne Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, al quale affiancò l’altro figlio Geta. Nell’ottica di indebolire la residua autorità del senato, Settimio favorì il ceto equestre, equiparò all’Italia le altre province dell’impero ed impose una vera e propria monarchia militare, spingendo per la prima volta il senato a riconoscere la sua sconfitta.

Sul piano militare, rafforzò i confini nell’area dei Parti e della Britannia, dove, però, incontrò la morte, ad Eboracum (York), nel tentativo di sedare una rivolta degli stessi Britanni, nel 211 d.C. . Egli aveva precedentemente contenuto le avanzate dei Caledoni al di là del Vallo di Adriano ed aveva provveduto alla realizzazione di una nuova fortificazione più a nord.

A Lucio Settimio Severo successe il figlio Marco Aurelio Antonino, detto Caracalla, che  fece uccidere il fratello Geta.

Molto importante fu, nel 212, la sua Constitutio  Antoniniana, o anche editto di Caracalla, con cui venne estesa la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero. Il provvedimento, che segnò il compimento del processo di parificazione dell’impero e della sua romanizzazione, nacque da ragioni economiche. Infatti, l’allargamento della cittadinanza comportava l’estensione del pagamento delle imposte di successione e delle tasse sull’affrancamento degli schiavi che Augusto aveva introdotto per i soli Romani. Caracalla morì nel 217 d.C., per mano dei suoi soldati, nel corso di una campagna contro i Parti. A lui, nel 218, succedette il nipote Elagabalo (o Eliogabalo), che governò fino al 222. Questi introdusse il culto del dio – sole El Gabal, venerato in Siria. Dedicò a questa divinità splendidi templi e massimi onori. Un’influenza eccessiva durante il suo impero fu esercitata dalla madre Soemia che, fatto mai accaduto nella storia di Roma, pretese ed ottenne di partecipare alle riunioni del Senato. Questa ed altre stranezze spinsero i pretoriani, nel 222 d.C., ad uccidere l’imperatore e sua madre. L’ultimo della dinastia dei Severi fu Alessandro Severo (222 – 235). Salito al trono all’età di 14 anni circa, Alessandro Severo, cugino di Elagabalo, governò per i primi anni assicurando un periodo di pace. Nel 227, però, il re dei Parti Artabano V venne deposto ed ucciso da Ardashir, rappresentante della dinastia sasanide dei Persiani. Alessandro Severo, che nel nome e nelle imprese intendeva rinnovare la gloria del grande Alessandro Magno, guidò, tra il 230 ed il 233, una spedizione militare contro i Persiani (nel tentativo di emulare la grande impresa di Alessandro Magno contro Dario III nel IV sec. a.C.. Ricordiamo, in proposito, la battaglia presso il fiume Granico, nel 334 a.C, la battaglia di Isso e la fuga di Dario, nel 333 a.C., la battaglia di Gaugamela, nel 331 a.C.). Ma gli esiti furono ben più modesti: Alessandro Severo ottenne qualche pallido successo, ma dovette subire gravi perdite militari ed umane. Nel 234 Alessandro Severo intraprese una campagna militare contro la tribù germanica degli Alamanni (o Alemanni) che avevano attaccato i confini dell’impero, oltrepassando il Reno e il Danubio. Alessandro trovò la morte tra il 18 e il 19 marzo del 235 a Mogontiacum (Magonza) insieme alla madre, in un ammutinamento probabilmente capeggiato da Massimino Trace, un generale della Tracia, che si assicurò il trono.

La crisi del III secolo d.C.

 Introduzione

Come si è già detto, l’impero romano del II e, soprattutto, del III secolo d.C. propone, come novità principale, l’integrazione di tutti i popoli e di tutti i paesi del Mediterraneo entro un unico grande organismo unitario, secondo un progetto ed una visione politica, definitisi gradualmente, già a partire dal I secolo d.C. con l’imperatore Claudio.

Tuttavia, ciò non contribuì a portare, soprattutto a lungo termine, pace e stabilità nei territori controllati da Roma. Molti segnali di crisi si profilavano all’orizzonte, soprattutto sul piano economico, ambito nel quale le possibilità di un miglioramento venivano fortemente soffocate dalla mancanza di un vero e proprio progresso tecnico. Per comprendere meglio il senso di tale affermazione, è sufficiente prendere in considerazione quanto avveniva nel campo dell’agricoltura, in cui il sistema dello schiavismo determinava un forte ristagno nelle tecniche di lavorazione e di produzione.

In ambito culturale, il diffondersi della filosofia stoica e di altre correnti filosofiche manifestavano un altro aspetto della crisi che attraversava l’impero in questo periodo. La sfiducia nelle “risorse puramente umane” spingeva molti romani ad abbandonare la religione tradizionale per abbracciare culti mistici che implicavano un più intimo contatto con la divinità come speranza di salvezza. Non c’è da stupirsi,  pertanto, che in tale contesto trovasse amplissima diffusione il Cristianesimo che sovvertiva alla radice i valori tradizionali e preannunciava un vero e proprio “rovesciamento delle gerarchie”. La nuova religione lasciava sperare che in una vita ultraterrena i poveri ed i perseguitati sarebbero stati rinfrancati dalla grazia divina, mentre i potenti della terra sarebbero stati puniti per le colpe commesse in vita. Il Cristianesimo, dunque, veniva percepito sempre di più come la religione dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi cosa che, peraltro, lo rendeva, più di altre religioni, esposto alle persecuzioni dei Romani.

Infatti l’impero, che era stato sempre tollerante nei confronti dei popoli e dei loro culti religiosi, ricorse ad una politica sempre più persecutoria nei confronti dei seguaci di Cristo. Ciò soprattutto perché il Cristianesimo, oltre che come religione degli ultimi, si presentava anche come la religione dell’uomo e non dello Stato. I cristiani, pur riconoscendo in pieno l’autorità politica, non solo rifiutavano la venerazione dell’imperatore come dio in terra, ma tendevano a scardinare quello che era un pilastro fondamentale dell’economia romana, cioè lo schiavismo, in quanto gli schiavi, al pari di tutti gli uomini, venivano considerati figli di Dio e, come tali, andavano trattati al pari di tutti gli altri figli di Dio.

L’economia dell’impero

Nei primi tre secoli dopo la nascita di Cristo, come si è già detto, l’impero inquadrò in un organismo unitario tutti i Paesi del Mediterraneo, cercò di promuovere un’amministrazione più giusta nelle province e segnò un record senza precedenti della sua durata e della sua estensione, ben maggiori di quella, ad esempio, soprattutto sul piano temporale, dello stesso impero di Alessandro Magno.

Come oggi parliamo di area del dollaro o dell’euro, allo stesso modo in quei tempi si sarebbe potuto parlare di area del denario (la moneta romana); sul piano linguistico, il latino in Occidente e il greco in oriente avrebbero potuto considerarsi alla stessa stregua dell’inglese di oggi.

Tuttavia, accanto a questi punti di forza, riscontriamo anche degli importanti elementi di debolezza, ravvisabili nei seguenti fattori:

1)   l’eccessiva concentrazione di popolazione, spesso improduttiva, nelle città.

2)   Gli acquisti, sempre più frequenti e consistenti, di merci di lusso dai mercati dell’Estremo Oriente, pagati con moneta pregiata, in modo tale da determinare una progressiva mancanza di oro e di argento, la coniazione di monete con un potere di acquisto sempre più basso e, quindi, un notevole aumento dell’inflazione.

3)   Il forte ristagno, come si è detto, del progresso tecnico e l’insufficienza produttiva, da considerare come effetti negativi dell’economia fondata sul sistema dello schiavismo. Gli schiavi, infatti, tendevano generalmente a lavorare il meno possibile e nel peggiore dei modi, nonostante il timore delle punizioni. In un tale contesto, pertanto, non avrebbe avuto senso dedicarsi (finanziandone le attività) all’invenzione di nuovi e più raffinati attrezzi e strumenti, anche perché l’uso maldestro da parte degli schiavi avrebbe potuto metterli rapidamente fuori combattimento.

4)   Il “parassitismo di massa” che caratterizzava, oltre agli schiavi, un po’ tutti gli strati sociali più poveri della popolazione.

 A questi fattori dobbiamo aggiungerne altri che riguardano più specificamente i mutati rapporti economici tra l’Italia e le province.

La nostra penisola, che in passato aveva costituito la spina dorsale dell’economia imperiale, aveva fin dal I secolo d.C. evidenziato profondi segnali di crisi che investivano soprattutto l’agricoltura, il cui sviluppo era stato frenato dal perdurare del latifondismo a discapito della media e piccola proprietà contadina. Del resto, quello del latifondo era una questione già presa in seria considerazione dai Gracchi. Era stata poi oggetto delle riforme di Cesare, di Augusto e della politica economica di altri imperatori, ma nessun risultato sostanziale e, soprattutto, duraturo era stato conseguito. La stessa distribuzione di appezzamenti di terreno ai veterani non aveva sortito grandi effetti, in quanto i nuovi padroni o rivendevano subito i terreni o, comunque, ne affidavano la lavorazione agli schiavi senza curarsene più di tanto. Il lavoro schiavile, inoltre, metteva in ginocchio i cosiddetti “lavoratori liberi”, favorendone l’aumento della disoccupazione. Lo scrittore Giunio Moderato Columella, vissuto nel I secolo d.C., lamentava che i Romani abbandonavano “l’agricoltura allo schiavo più inetto, come ad un boia per il castigo, mentre i nostri antenati vi impiegavano la gente migliore nel migliore dei modi”. Non bisogna quindi stupirsi se anche per i prodotti agricoli, come più in generale per tutte le merci, in un regime di libera circolazione non caratterizzato da misure protezionistiche, la penisola italica e la stessa Roma si fossero presto venute a trovare a dover subire la concorrenza agguerrita delle province, sia d’Occidente che d’Oriente. Ad esempio, la Gallia era diventata una grande esportatrice di olio. Questi mutati rapporti economici fra l’Italia e le province spinsero imperatori come Vespasiano ad ampliare le maglie della classe dirigente alle classi sociali più ricche della Gallia e della Spagna, oppure imperatori come Nerva e Traiano a promuovere provvedimenti in favore delle famiglie più povere e dei contadini italici, oppure imperatori come Caracalla ad estendere, con la  Costitutio Antoniniana, ricordata anche come Editto di Caracalla, la cittadinanza a tutti gli abitanti dell’impero, esclusi i dediticii, cioè le popolazioni rurali.

Religione nell’impero tra I e III secolo d.C.

Molti imperatori, tra cui principalmente Augusto, avevano cercato di ridare slancio e vitalità alla religione tradizionale. Tuttavia essi dovettero arrendersi di fronte al fatto che un sentimento o una professione religiosa non possono essere promossi o imposti da provvedimenti legislativi se non coinvolgono in pieno la spiritualità degli uomini. E tale spiritualità era talmente lontana dai riti della religione ufficiale da percorrere le strade totalmente diverse dello stoicismo, da un  lato, e delle correnti mistiche (fondate sull’apporto degli “iniziati”) dall’altro.

Lo stoicismo aveva introdotto il concetto di una provvidenza divina che regge l’universo ed aveva vincolato l’uomo al rispetto di precisi canoni etici nelle proprie azioni. I culti misterici orientali, in particolar modo quelli di Cibele, la Grande Madre, di Iside e Osiride e, soprattutto, quello persiano di Mitra, identificato con il dio Sole in lotta contro il male, erano accomunati allo stoicismo e, per certi aspetti, al cristianesimo dal fatto che nascevano dall’esigenza di un più intimo rapporto tra i fedeli e la divinità, nonché da un desiderio di purificazione personale tale da consentire una speranza di salvezza. Gli uomini si rivolgevano al “divino” che era alla base di questi nuovi culti religiosi soprattutto perché avvertivano in pieno l’incapacità di trovare da soli una via di uscita ad una crisi che non era solo economica e politica, ma anche spirituale e culturale.

La diffusione del Cristianesimo

In tale contesto maturò la diffusione del Cristianesimo e del messaggio di Cristo.

Esso si rivolgeva soprattutto ai poveri e agli umili e, come si può evincere dal famoso Discorso della montagna (il discorso delle beatitudini), riportato nel Vangelo di Luca, aveva un valore talmente eversivo, in termini di rovesciamento delle gerarchie sociali, da essere subito visto con diffidenza dalle classi dirigenti romane. Alla diffusione della Buona Novella diede, tra gli altri, un contributo decisivo Paolo di Tarso. Questi, nativo di Tarso in Cilicia, era stato inizialmente ostile ai cristiani, salvo poi convertirsi alla religione cristiana  nel 34 d.C.. Da quel momento si dedicò con passione alla predicazione e alla diffusione della nuova religione. Fu decapitato nei pressi di Roma, lungo la Via Ostiense, al tempo di Nerone.

Le prime comunità di cristiani si formarono tra il I ed il II secolo d.C. e trovarono seguaci soprattutto tra le classi medie e quelle meno abbienti. Ogni comunità era guidata dagli anziani, definiti presbyteroi, e dai “sorveglianti”, chiamati episcopoi. La predicazione e l’applicazione del messaggio di Gesù trovavano piena e concreta realizzazione nell’assistenza ai poveri e ai malati. Cominceranno, ben presto, a crearsi legami tra le diverse comunità dei fedeli, in Oriente e in Occidente e cominciò a costituirsi la Chiesa come struttura organizzata. Il punto di forza e di coesione delle comunità cristiane era dato dal fatto che la loro fede non si offuscava neppure dinanzi alle persecuzioni violente di cui molti furono vittime.

Se al tempo di Nerone la persecuzione anticristiana fu alimentata dal desiderio dell’imperatore di allontanare da sé la rabbia del popolo per l’incendio di Roma, la politica di intolleranza dei successivi imperatori deve essere ricondotta alla netta dicotomia operata dai cristiani tra autorità politica e autorità religiosa, secondo la celebre frase di Gesù Date a Cesare quel che è di Cesare e date a Dio quel che è di Dio.

 

Anarchia militare

Alle frontiere imperiali, come si è visto, incalzavano diverse popolazioni, tra cui quelle degli Alamanni (lungo il Reno), quelle dominate dalla dinastia dei Sasànidi, o Sassanidi (lungo il territorio dei Parti) e dalla dinastia degli Arsàcidi (nell’area persiana). Alessandro Severo aveva cercato di difendere le aree maggiormente esposte agli attacchi delle popolazioni confinanti, ma la sua abitudine a patteggiare e a mercanteggiare con i nemici gli costarono il risentimento dell’esercito e la stessa sua uccisione.

Nel periodo che va dal 235 al 268 si ebbe un periodo di grave disordine ed instabilità che siamo soliti definire anarchia militare, caratterizzata dallo strapotere dell’esercito in una situazione di vuoto e di instabilità in termini di potere centrale e politico. Diversi furono gli imperatori di questo periodo: il primo fu  Giulio Vero Massimino (detto Massimino il Trace), che governò dal 235 al 238, anno in cui fu assassinato dai suoi legionari.

Benché fosse inviso al Senato e a gran parte della popolazione, Massimino il Trace riuscì a governare per qualche anno, grazie alla sua riconosciuta esperienza militare, di cui l’impero in questa fase di grande pericolo aveva certamente bisogno. Massimino ottenne importanti successi lungo il Reno e il Danubio contro le popolazioni germaniche. Tuttavia, i crescenti sforzi militari richiesero un notevole aggravio della pressione fiscale ai danni dei contribuenti. I cittadini, soprattutto gli aristocratici, non furono disposti a finanziare le guerre con le nuove tasse imposte da Massimino. Per questo ci furono diverse rivolte dentro e fuori l’Italia, finché Massimino il Trace non venne ucciso dai suoi legionari presso Aquileia.

Con Massimino il Trace si ebbe anche una nuova e più sistematica persecuzione dei Cristiani ai quali lo Stato confiscò anche molti beni che andarono a rimpinguare l’erario pubblico.

A lui successe il dodicenne Gordiano III che regnò per alcuni anni, fino al 244 d.C., con il sostegno del suocero, prefetto del pretorio, la cui morte mise poi a repentaglio lo stesso impero di Gordiano. Per cinque anni, dal 244 al 249, governò Filippo l’Arabo. A lui toccò, il 21 aprile 248, celebrare il primo millenario della fondazione di Roma. Questi venne, però, ucciso da Decio, generale delle truppe della Pannonia, che governò dal 249 al 251. Decio dovette fronteggiare i Goti e i Persiani. Morì nel 251, combattendo contro i Goti. Dopo ulteriori avvicendamenti si giunse all’impero di Valeriano (253 – 260). Valeriano, che associò a sé il figlio Gallieno, attaccò i Persiani, ma fu catturato e fatto prigioniero dal loro re Shapur. Mai, fino a questo momento, era successo che un imperatore romano cadesse prigioniero in mano nemica. Morto Valeriano, il figlio Gallieno governò, come imperatore unico, dal 260 al 268. Anche Gallieno, però, morì violentemente, vittima di una congiura. Sotto il suo regno, le tendenze separatistiche delle province si esasperarono. Infatti, l’impero si trovò diviso in tre parti: oltre a quello “ufficiale” guidato da Roma, in Oriente, si costituì, sotto la guida della regina Zenobia, il Regno autonomo di Palmira, attorno alla città omonima, comprendente il territorio della Siria, della Palestina e della Mesopotamia; in Occidente, invece, sorse, sotto la guida del generale Postumo, il Regno autonomo delle Gallie comprendente Gallia, Spagna e Britannia.

Deceduto Gallieno, governò, dal 268 al 270, M. Aurelio Claudio, chiamato Gotico per una sua vittoria sui Goti. Questo imperatore morì di peste. Poi fu la volta di Aureliano, dal 270 al 275. Questi restaurò l’unità dell’impero in Asia e nelle Gallie e difese l’Italia da un’invasione di barbari. Per fronteggiare il pericolo di nuovi attacchi, Aureliano fece costruire attorno alla città di Roma delle poderose mura difensive, dette mura aureliane. Oltre ad aver ricostituito l’unità dell’impero, Aureliano riuscì anche a ridare prestigio alla figura del sovrano attraverso la divinizzazione del monarca, considerato come tramite tra uomini e divinità, associando il culto del dio Sole a quello dell’imperatore. Il culto introdotto da Aureliano si ispirava all’analogo tentativo intrapreso, tra il 218 ei 222, da Elagabalo (per i Romani Eliogabalo) di imporre ai Romani un culto di tipo monoteistico di origine siriaca che, però, gli costò il risentimento dei pretoriani che nel 222 lo uccisero. Eliogabalo era successo a Caracalla, in quanto si era fatto credere suo figlio. In realtà, egli era un sacerdote assiro del dio Sole, Elagabal, di cui assunse il nome.  Alla morte di Aureliano, nel 275, seguì un altro decennio di instabilità e di anarchia. La svolta si ebbe nel 285, con l’ascesa al potere dell’imperatore illirico Valerio Diocleziano (285 – 305).

Diocleziano (285 – 305)

Acclamato imperatore dall’esercito nel 284 d.C., Diocleziano ottenne effettivamente il potere nell’estate del 285, dopo aver sconfitto le truppe del generale Carino. Egli, consapevole dell’impossibilità di governare stabilmente l’impero da solo, suddivise in più persone il potere imperiale. Così, scelse in primo luogo un collega, che individuò in Marco Aurelio Massimiano. Tenne per sé l’Oriente e diede all’altro Augusto la parte occidentale dell’impero. Alcuni anni dopo, nel 293, entrambi gli Augusti scelsero due “Cesari” e, cioè, Costanzo I Cloro, come Cesare di Massimiano, Caio Galerio, come Cesare di Diocleziano. In tal modo nacque la tetrarchia che segnava, mutatis mutandis, il ritorno al criterio di successione basato sulla scelta del migliore, come ai tempi di Nerva. Molto importante fu, inoltre, la riforma amministrativa di Diocleziano. Essa prevedeva:

a) il ridimensionamento territoriale delle province ed il loro incremento in termini numerici;

b) il raggruppamento delle novantasei nuove province in 12 diocesi, rette da vicari con compiti di amministrazione della giustizia e di riscossione delle imposte;

c) riforma fiscale, contestuale alla divisione dell’impero in 12 diocesi, caratterizzata dall’introduzione del tributo di capitazione con cui si calcolava, anche in rapporto al patrimonio, quanto dovesse pagare allo Stato ciascun abitante dell’impero.  

c) il raggruppamento delle diocesi in quattro prefetture, corrispondenti alle quattro regioni dell’impero assegnate ai tetrarchi, vale a dire, l’Oriente, con l’Asia, la Tracia e l’Egitto (Diocleziano); la Grecia, la Macedonia e l’Illiria (Galerio, Cesare di Diocleziano); Italia, isole italiche e Africa (Massimiano); Britannia, Gallia, Spagna e una parte della Mauritania (Costanzo I Cloro, Cesare di Massimiano). Ne scaturì anche la suddivisione del potere militare, affidato a un dux, e del potere civile, affidato a un prefetto. Rientravano, come unità più piccole, nella suddivisione territoriale ed amministrativa dell’impero quelle dei Municipia, governati dalle curie, i cui membri, definiti curiales, avevano il compito di riscuotere le imposte previste, rischiando di pagare di tasca propria i proventi non riscossi. Molti cercarono di rifiutare questo incarico così gravoso, ma Diocleziano resa tale carica ereditaria, così come fece per i soldati, per i contadini e per tutti coloro che erano impegnati in mestieri o professioni, creando, in tal modo, delle classi sociali chiuse e, nel caso dei contadini, gettando le premesse per il costituirsi della servitù della gleba. Molto importante fu anche la riforma dell’esercito, di cui venne accresciuto il numero delle legioni e vennero suddivisi i reparti in limitanei (quelli di confine stanziati nelle province, che dovevano anche coltivare i territori occupati) e in comitatensi (quelli dislocati in punti strategici e costituiti dai comitatus, gruppi di manovra in grado di intervenire rapidamente, ovunque fosse stato necessario). Mancando una vera e propria leva volontaria ed essendo insufficienti le risorse della leva militare ereditaria, Diocleziano obbligò i proprietari terrieri a fornire uomini per l’esercito o, in alternativa, a pagare, come forma di “permuta”, una somma di danaro. Ma nell’uno e nell’altro caso l’esercito fu danneggiato: infatti, nel caso di arruolamento di uomini sottratti al lavoro dei campi, non esperti e demotivati, l’esercito vedeva peggiorare notevolmente la qualità dell’addestramento militare. Invece, nel caso della “permuta”, occorreva sopperire alla mancanza di manodopera militare con soldati arruolati tra i barbari. In ogni caso, dunque, l’esercito ne sarebbe uscito indebolito. La trasformazione delle classi sociali in “caste” chiuse rispondeva all’esigenza di conferire maggiore stabilità alle forze produttrici dell’impero. In questa logica, dunque, rientrava anche la nuova definizione dei clarissimi (l’antico ordine senatorio degli optimates), chiamati ad amministrare la burocrazia statale; dei perfectissimi (o cavalieri); dei curiales, cioè coloro che erano costretti a tramandare di padre in figlio la loro professione di esattori.

  

Diocleziano e la crisi economica

L’imperatore affrontò la crisi economica cercando di frenare anche il costante aumento dei prezzi attraverso l’emanazione, nel 301, dell’editto dei prezzi con cui si stabiliva il prezzo massimo delle merci. Tuttavia questo provvedimento, volto a calmierare, cioè a contenere i prezzi, si rivelò, tuttavia, inidoneo, dal momento che tutte le merci incluse nel provvedimento vennero ritirate dal mercato ufficiale per essere immesse successivamente sul mercato nero, cioè su un mercato clandestino con prezzi molto più elevati.

Con Diocleziano si ebbe anche l’ultima delle grandi persecuzioni contro i Cristiani che, tuttavia, pur provocando molte vittime tra i cristiani, non riuscì nell’intento di eliminare la cristianità dall’impero.

 


(1) titolo che gli derivò anche dall’essere considerato rappresentante sulla terra di Giove Ottimo Massimo.

(2) In politica estera Domiziano si era limitato a rafforzare i confini dell’impero. Si segnalano, tuttavia, la campagna militare contro la Britannia, condotta dal generale Gneo Giulio Agricola, quella contro le popolazioni del Reno, nonché la creazione delle nuove province della Germania superiore e della Germania inferiore. La Germania superiore comprendeva i territori dell’attuale Svizzera, Germania e Francia. La Germania inferiore comprendeva Paesi Bassi e Germania occidentale. Gli insediamenti principali della regione erano Bonna (Bonn), Castra Vetera (Xanten), Trajectum ad Rhenum (Utrecht), e Colonia Agrippinensis (Colonia), la capitale della provincia. Altro successo di Domiziano era stato il consolidamento del limes, cioè della cinta muraria fortificata che Vespasiano aveva fatto innalzare, come costruzione difensiva, attorno al territorio compreso tra il Reno e il Danubio. Diversamente erano andate le cose in Europa orientale, dove Domiziano aveva subito una pesante sconfitta in Dacia (attuale Romania). I Daci avevano ottenuto dai Romani l’indipendenza in cambio del sostegno militare nella difesa dei confini dell’impero in quell’area. Questa concessione era stata considerata dagli avversari di Domiziano un compromesso al ribasso e rese piuttosto traballante la posizione politica del principe.

(3) Le campagne militari di Traiano contro i Daci erano state due: la prima, tra il 101 ed il 102 d.C., ebbe come esito la riduzione della Dacia a stato vassallo di Roma. La seconda, tra il 105 ed il 106 d.C., vide la trasformazione di questa regione in provincia romana.

(4) La denominazione di questa località deriva da πέτρα, che in greco significa roccia. Era una città in cui l’uomo, fin dalla preistoria, aveva usato le caverne naturali a scopo abitativo, posta a circa 250 km a Sud di Amman, la capitale della Giordania. Il suo nome semitico era Reqem o Raqmu (« la Variopinta »).

(5)La Colonna Traiana, formidabile mezzo di propaganda politica e militare, fu realizzata per celebrare il trionfo dacico. La narrazione si sviluppa per un’altezza di 38 metri e per una lunghezza complessiva di quasi 200 metri. Alla sommità della colonna troviamo la statua di Traiano, andata perduta nel Medioevo e ricostruita nel 1587 all’epoca di papa Sisto V. Il fusto della colonna è caratterizzato  da un fregio a rilievo che rievoca i momenti più importanti della vittoria di Traiano sui Daci tra il 101 – 102 ed il 105 – 106. Il fregio, nel quale sono state contate circa 2500 figure, pare simile ad un rotolo che si dipana lungo il fusto della colonna.

Un pensiero su “Dal principato adottivo a Diocleziano

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