Età di Cesare. Età di Augusto

Età
di Cesare

 

Il
primo triumvirato era nato nel 60 a.C., in seguito all’accordo tra Cesare,
Pompeo e Crasso. A porne le basi era stato anche l’atteggiamento di chiusura
del Senato nei confronti della richiesta di Pompeo (nel 62 a.C.) di riconoscere
e ratificare le scelte politiche da lui compiute in Oriente dopo la vittoria su
Mitridate. Approfittando di tale circostanza, nel 61 a.C., Cesare, di ritorno
dalla Spagna dove aveva ricoperto l’incarico di propretore, trattò segretamente
con i due generali, assicurando a Pompeo la ratifica delle sue operazioni in
oriente, a Crasso una legislazione più conveniente per la riscossione delle
imposte nelle province e a se stesso il consolato per l’anno in corso.

Nel
58 a.C. ebbe il proconsolato in Gallia.  
 

 

Nel
56 a.C. un nuovo incontro a Lucca consolidò l’accordo fra Cesare, Pompeo e
Crasso,  sancendo la divisione delle
province per cinque anni fra i tre comprimari della politica romana. A Pompeo
sarebbe stata assegnata la Spagna e l’Africa, a Crasso sarebbe spettato il
controllo della Siria, a Cesare il proconsolato delle Gallie per altri cinque
anni.

 

Tuttavia,
la morte di Crasso in Mesopotamia, a Carre, nel 53 a.C., e soprattutto la
prematura scomparsa di Giulia, figlia di Cesare e moglie di Pompeo, ebbero
effetti devastanti sul già precario equilibrio politico stabilitosi tra Cesare
e Pompeo. Con la scomparsa di Crasso, infatti, era venuta meno la figura
“terza” che in qualche modo aveva frenato e rimandato lo scontro tra Cesare e
Pompeo. Tale scontro si riacutizzò dopo la morte di Giulia, che costituiva
l’ultimo grande legame tra i due. In un contesto sociale caratterizzato da tumulti
e spargimenti di sangue, il Senato affidò, nel 52 a.C., a Pompeo l’incarico di consul
sine collega
, vale a dire una forma di dittatura denominata, però, con
un nome differente. Pompeo si schierò, dunque, definitivamente con il Senato e
ciò mise in allarme Cesare, soprattutto dopo che Pompeo fece approvare dal
Senato la revoca a Cesare del comando militare in Gallia, prima della scadenza
dei cinque anni, e l’intimazione a tornare in patria da privato cittadino, per
evitare di essere dichiarato nemico della patria. Ma Cesare varcò il Rubicone,
alla testa del suo esercito, nel 49 a.C., dando inizio alla guerra civile che
durò ben quattro anni.

 

Preso
alla sprovvista dalla decisione di Cesare, Pompeo fuggì impaurito a Brindisi,
insieme a molti senatori ed ai consoli, che in quell’anno erano Lucio
Cornelio Lentulo Crure
e Gaio Claudio Marcello. Da Brindisi
Pompeo fuggì in Grecia e lì organizzò un esercito di ben undici legioni ed una
flotta di 600 navi. A Roma, intanto, Cesare diventò padrone assoluto e riuscì a
convincere i senatori rimasti a passare dalla sua parte. Da Roma organizzò
dapprima una spedizione in Spagna, dove sbaragliò rapidamente le truppe
pompeiane ivi stanziate. Subito dopo mosse alla volta della Grecia. Lo scontro
decisivo avvenne a Farsalo, in Tessaglia, nel 48 a.C. e si risolse con una
strepitosa vittoria di Cesare. Pompeo, allora, si rifugiò in Egitto, presso
Tolomeo XIII a cui lo legavano, per parte paterna, rapporti politici. Tolomeo,
tuttavia, irretito dai suoi consiglieri lo fece assassinare e decapitare, per
ingraziarsi il favore di Cesare. Ma quando Tolomeo fece mostrare a Cesare la
testa del suo acerrimo avversario, questi rimase fortemente inorridito e fece
destituire Tolomeo dal trono che affidò alla sorella Cleopatra (marzo del 47
a.C.). Prima di rientrare in Italia sconfisse Farnace, figlio di Mitridate VI,
a Zela (oggi Zile, in Turchia), ottenendo una vittoria così rapida (in soli
cinque giorni) che inviò la notizia al Senato con la frase veni, vidi, vici. Farnace
aveva cercato di ribellarsi ai Romani che controllavano il Ponto, spinto dalla
volontà di ricostituire il regno paterno.

 

I
pompeiani superstiti, tra cui Gneo e Sesto Pompeo (figli del generale
sconfitto) e Marco Porcio Catone Uticense (pronipote del censore Catone) si
erano intanto organizzati in Africa, dove si erano alleati anche con Giuba, re
di Numidia, figlio di Iempsale II. In Africa le forze dello schieramento
senatoriale, guidate da Quinto Cecilio Metello Scipione e da Giuba si
scontrarono con l’esercito di Cesare, che ebbe un nettissimo sopravvento, a
Tapso (odierna Ras Dimas, in Tunisia), il 6 febbraio del 46 a.C. La tradizione
narra che l’esercito di Cesare avesse ucciso circa 10.000 soldati dello
schieramento dei Pompeiani che, peraltro, avrebbero voluto arrendersi a lui.
Questa notizia contrasta con la fama di Cesare, noto come generoso nel gestire
le vittorie, soprattutto nei confronti dei nemici catturati. Si pensa, però,
che Cesare avesse avuto un attacco epilettico durante la battaglia e che,
pertanto, non avesse il pieno controllo dell’esercito e dei suoi soldati quando
fu compiuta la carneficina. Dopo aver assediato ed espugnato Tapso, Cesare
conquistò Utica, dove si trovava Catone con le sue truppe. Catone, per non
cadere nelle mani dell’avversario, si tolse la vita, morendo da eroe. Secondo
Plutarco, Cesare, appresa la notizia della sua morte, avrebbe esclamato:
“Catone, ti invidio la tua morte, come tu hai invidiato che io potessi salvarti
la vita”.

 

Le
due vittorie a Tapso e ad Utica consegnarono l’Africa a Cesare. Tuttavia i
figli di Pompeo ed altri pompeiani si rifugiarono in Spagna. Qui, il 7 marzo
del 45 a.C., a Munda, nel sud della Spagna si svolse l’ultima grande battaglia.
Morirono il generale Tito Labieno e Gneo Pompeo (il figlio maggiore di Pompeo).
Cesare tornò a Roma da trionfatore, dove assunse il titolo di dittatore
perpetuo. Dopo la vittoria di Munda, Cesare conquistò alla sua causa
altre regioni della Spagna che in precedenza avevano giurato fedeltà ai seguaci
di Pompeo e alla causa repubblicana. Con la pacificazione della Spagna, Cesare
si ritrovò praticamente senza avversari e a Roma, sempre nel 45 a. C., assunse
il titolo di dittatore, come si è già detto. L’anno seguente, il 15 marzo,
Cesare fu assassinato dai repubblicani guidati da Bruto e Cassio. Ormai, però,
la res publica era destinata a tramontare. Ad approfittare della situazione,
come vedremo, sarà il nipote di Cesare, Caio Ottavio, poi divenuto Ottaviano
Augusto.

 

Riforme
di Cesare

Le
riforme di Cesare investirono l’aspetto giuridico, l’aspetto economico, il
campo sociale, le colonie.

 

In
campo
giuridico
: cercò di rafforzare l’autorità dello Stato assecondando gli
interessi di tutte le classi sociali. Deliberò che fosse punito il delitto
politico e la condanna a morte di un cittadino senza regolare processo.        

 

In
campo
economico
: promosse le attività agricole, industriali e commerciali e
puntò a risanare le finanze dello Stato.

 

In
campo
sociale
: riprese la politica riformatrice dei Gracchi, distribuendo
terre ai soldati veterani e ai cittadini meno abbienti. Protesse la piccola
proprietà terriera contro il grande latifondo, impiegò le masse dei disoccupati
in grandi opere pubbliche. Razionalizzò il sistema delle distribuzioni
pubbliche di grano, facendo in modo che ne usufruisse solo chi ne avesse avuto
veramente bisogno, dimezzando, a tal fine, il numero di coloro che potevano
disporne. Garantì a molti proletari una dignitosa sistemazione fuori Roma in
colonie appositamente fondate.

In
campo politico – amministrativo: puntò a rafforzare l’ordine
pubblico; inviò  80.000 cittadini nelle
colonie anche al fine di ripopolare le campagne, ma soprattutto per romanizzare
le province. Promulgò la Lex Iulia municipalis per
l’amministrazione dei municipi italici (….); raddoppiò il numero dei
magistrati; portò da 600 a 900 il numero dei senatori, facendo entrare in
questo consesso molti uomini di sua fiducia; fece conferire la cittadinanza
romana a molti abitanti delle province, nell’ottica di una sempre maggiore
integrazione tra Roma e le province e di una progressiva, ma irreversibile
attenuazione delle differenze tra cittadini romani ed abitanti delle province.

Infine,
riformò il calendario (da lui detto giuliano), aggiungendo 10 giorni a quelli
già previsti (….) e un giorno in più (quello bisestile) ogni quattro anni.

 

Gravi
errori furono, però, commessi da Cesare in campo istituzionale.

Convinto
com’era, infatti, dell’esigenza di un forte rinnovamento delle istituzioni e,
soprattutto, della necessità di un governo forte ed unitario, concentrò nelle
sue mani tutto il potere, trasformando la dittatura decennale, conferitagli dal
Senato nel 47 a.C., in dittatura vitalizia e appropriandosi del titolo di imperator,
che prima spettava, in ambito militare, solo ai generali e solo nel momento del
loro trionfo. Ne scaturì un forte ed esasperato svuotamento delle vecchie
istituzioni repubblicane che mise in allarme i sostenitori della tradizione
repubblicana. Per questa ragione, fu organizzata una congiura contro il
dittatore, guidata da Caio Cassio Longino ed il figliastro di Cesare Marco
Giunio Bruto, che avevano sostenuto la causa pompeiana ed erano poi stati
perdonati da Cesare.

Il
18 marzo del 44 a.C. Cesare sarebbe dovuto partire per una spedizione contro i
Parti per vendicare l’uccisione di Crasso. Per il 15 marzo, tre giorni prima
della partenza, era fissata l’ultima seduta pubblica del Senato, a cui Cesare
decise di partecipare, nonostante gli fossero giunte voci e premonizioni che
facevano ipotizzare una congiura. In quella circostanza Cesare fu colpito da
ventitré pugnalate, simbolicamente proprio ai piedi della statua di Pompeo.

 

 

Il secondo triumvirato

 

Dopo
l’uccisione di Cesare i contrasti politici tra i suoi sostenitori ed i suoi
avversari si accesero notevolmente. I cesaricidi, tra i quali Caio Cassio
Longino e Marco Giunio Bruto, videro deluse le loro aspettative di un appoggio
incondizionato da parte del popolo, mentre tra i sostenitori di Cesare
particolarmente duro sarebbe stato, di lì a poco, lo scontro tra Marco Antonio
e Caio Ottavio, il futuro Ottaviano.

 

Marco Antonio, che nel 44
a.C. era console, si appropriò dei beni di Cesare e fece ampie elargizioni al
popolo, a cui lesse anche le numerose disposizioni favorevoli che Cesare aveva
inserito nel suo testamento. Durante la celebrazione dei funerali, tenutisi il
20 marzo, Antonio impiegò parte del patrimonio di Cesare in elargizioni al
popolo e pronunziò un’orazione tanto appassionata e ricca di elogi per il
dittatore ucciso da sollevare un grande focolaio di protesta del popolo contro
i congiurati che furono costretti a rifugiarsi in Grecia.

 

Intanto
Caio Ottavio, un pronipote di Cesare, adottato come figlio e come erede di
ampia parte del suo patrimonio, pretese da Marco Antonio la restituzione di
quanto gli spettava.

Al
suo rifiuto, Ottavio (che assunse il nome adottivo di Caio Giulio Cesare
Ottaviano) avvicinatosi alle posizioni del senato e di Cicerone, vendette la
restante parte del patrimonio di Cesare, non ancora consumata da Antonio, oltre
che il proprio patrimonio, per assolvere agli obblighi del testamento e
conquistarsi il favore popolare. Antonio, che ambiva a succedere a Cesare si
fece assegnare dai comizi il governo della Gallia Cisalpina che fu tolto al
congiurato Decimo Bruto, al quale quel territorio era stato assegnato da
Cesare. Lo scontro tra Decimo Bruto e Marco Antonio fu aspro, ma breve, e si
concluse a Modena, con la vittoria di Marco Antonio, nel dicembre del 44 a.C. .

Modena,
(Mutina), fu il teatro di un nuovo scontro, nel 43 a.C., tra Ottaviano e Marco
Antonio, terminato, questa volta, con la sconfitta di Antonio e la sua fuga in
Gallia Narbonese, dove si unì alle truppe di Marco Emilio Lepido, governatore
di quella legione.

Alla
seconda battaglia di Modena, del 43 a.C., si era giunti in seguito alla
decisione del senato di inviare Ottaviano contro Marco Antonio, accusato
dall’organismo senatorio di complottare contro lo Stato.

 

Dopo
quel fulmineo successo, Ottaviano, a soli venti anni e senza aver ricoperto
cariche inferiori, decise di candidarsi al consolato, sperando nell’appoggio
del senato. Ma quando quest’ultimo glielo negò, egli, seguendo l’esempio di
Silla, marciò su Roma con otto legioni e si fece attribuire la carica consolare
dal popolo.

Per
suggellare la sua ascesa al potere, si accordò segretamente con Marco Antonio e
con Marco Emilio Lepido, ai quali condonò tutte la accuse ed i provvedimenti
che erano stati assunti a loro carico.

 

Nacque
così, nel 43 a.C., il secondo triumvirato che venne ad assumere,
contrariamente al primo, l’aspetto di una vera e propria magistratura, dal
momento che i triumviri avevano il compito di riorganizzare lo Stato (triumviri
reipublicae costituendae
). Gli accordi che furono alla base della
costituzione del nuovo triumvirato prevedevano l’invio di Ottaviano ed Antonio
in Oriente, con l’incarico di combattere contro Bruto e Cassio in Grecia, e la
permanenza, in qualità di console, di Lepido in Italia.

 

Il
secondo triumvirato si distinse anche per il rinnovo delle proscrizioni di
stampo sillano, di cui cadde vittima, con 300 senatori e 3000 cavalieri, lo
stesso Cicerone. La strage di un così ampio numero di cittadini fu il prezzo
pagato dagli avversari dell’uno o dell’altro triumviro per l’accordo tra uomini
politici che in precedenza avevano accanitamente combattuto in schieramenti
contrapposti. Ottenuto il rinnovo della carica per un quinquennio, i triumviri
si spartirono le province imperiali, assumendo Antonio il comando di quelle
orientali, Ottaviano di quelle occidentali e Lepido dell’Africa.

 

Ottaviano
e Antonio affrontarono i repubblicani guidati da Bruto e Cassio a Filippi (in
Tracia, al confine con la Macedonia, chiamata così in onore di Filippo il
Macedone dal quale era stata ingrandita e fortificata nel 356 a.C.).

 

Lo
scontro terminò con la piena vittoria di Ottaviano e Antonio e con il suicidio
di Bruto e Cassio.

 

A questa battaglia è legata la celeberrima espressione ci
rivedremo a Filippi
, ancora oggi usata per indicare l’imminenza di una
resa dei conti.

Secondo la tradizione, queste parole furono rivolte, in
sogno, a Bruto dallo spettro di Cesare alcune notti prima della battaglia di
Filippi. La frase è citata anche nella celebre tragedia di Shakespeare (1564 –
1616), intitolata Giulio Cesare, in cui Bruto dapprima si oppone alla congiura
contro il dittatore, poi si lascia convincere a partecipare.

 

(La tragedia si conclude con il suicidio di Bruto e
Cassio e con un accenno all’imminente scontro tra Antonio e Ottaviano, che sarà
poi più diffusamente narrato nel dramma Antonio e Cleopatra. In questa
seconda tragedia, Shakespeare rievoca anche l’ascesa al potere di Ottaviano
dopo la sconfitta di Antonio ad Azio, nel 31 a.C.).

 

Stabilitosi
in Egitto, Antonio sposò Cleopatra, prese stabile dimora ad Alessandria e portò
avanti una politica da sovrano orientale, assumendo dei comportamenti che
offrirono ad Ottaviano, a Roma, facile gioco nel metterlo in cattiva luce
presso l’opinione pubblica e presso lo stesso senato.

Fu,
difatti, propagata la voce che Antonio volesse fare di Cleopatra la regina di
un nuovo impero. Erano i primi segnali di una nuova guerra civile, accelerata,
nel 36 a.C., dalla vittoria sui repubblicani guidati da Sesto Pompeo, dalla
rimozione di Lepido dal governo dell’Africa e dalla trasformazione del triumvirato in
un duumvirato
.

Ottaviano
poté così scontrarsi direttamente e frontalmente con Antonio che sconfisse ad
Azio, sulla costa occidentale della Grecia, il 2 settembre del 31 a.C. . Dopo
la sconfitta, Antonio fuggì in Egitto, ma fu inseguito dallo stesso Ottaviano.
Antonio e Cleopatra, per evitare la cattura, si uccisero nel 30 a.C. .
L’Egitto, formidabile risorsa di grano, divenne un possedimento personale di
Ottaviano. Con la morte di Antonio, il duumvirato si trasformò in un principato
e si ebbe la fine irreversibile dell’indipendenza dell’Egitto ed il trionfo
dell’Occidente sull’Oriente.

 

Il
secolo di Augusto

 

Dopo
il 31 a.C., Ottaviano si trovò ad essere l’unico protagonista della politica
romana, nell’ambito della quale venne dunque assumendo la posizione di princeps,
di arbitro indiscusso. Egli, forte dell’esperienza di Cesare, caduto vittima di
una congiura repubblicana, per aver cercato di calcare eccessivamente la mano
nella trasformazione politica della forma di governo, mirò soprattutto a
presentarsi come il garante della pace e dell’ordine. Rifiutò qualunque altro
titolo ad eccezione di quello di imperator. Suo obiettivo principale
fu quello di creare un forte potere personale fondato sul controllo
dell’esercito, realizzandolo, però, nel rispetto formale, anche se non
sostanziale, degli ordinamenti repubblicani che, però svuotò di ogni potere,
facendosi attribuire progressivamente le cariche di tribuno, di principe del
senato, di censore, di console, di proconsole, di pontefice massimo ed, infine,
il titolo di Augusto.

 

Si
affermò, in tal modo, un governo repubblicano nella forma, ma monarchico nella
sostanza che gli storici sono soliti definire principato, distinguendo
questa fase da quella successiva dell’impero. Augusto governò dal 31 a.C. al 14
d. C., anno della sua morte avvenuta a Nola. Nel 4 d.C., scomparsi tutti i suoi
eredi diretti, nominò come suo successore il figliastro Tiberio, figlio della
sua terza moglie Livia, che egli adottò 
e designò a succedergli.

L’età
augustea fu caratterizzata, sul piano politico – militare, da un lungo periodo
di pace, tant’ è che, nel 29 a.C., fu chiuso, per la prima volta dopo la prima
guerra punica, il tempio di Giano e fu costruita, nel Campo Marzio, l’Ara
Pacis. Augusto concluse anche la pace con i Parti, mentre dovette subire una
dura sconfitta, nel 9 d.C., a Teutoburgo, a causa del malgoverno di Publio
Quintilio Varo. Questi, sorpreso in un’imboscata da Arminio, capo dei Cherusci,
fu duramente sconfitto, determinando, così, la fine del sogno di espansione
romana a nord del Danubio.

 

 

 

     Azione istituzionale, economica e sociale
di Augusto

 

       
rispetto formale
della tradizione, sostanziale trasformazione dello Stato

   accentramento
nelle sue mani delle cariche di tribuno (inviolabilità), console (potere
esecutivo), censore (controllo della vigilanza sul censo e sui costumi),
pontefice massimo (supremi poteri religiosi), princeps senatus (diritto di
prendere per primo la parola nel Senato e di influenzarne le decisioni). Accettò
il titolo di “imperator”, non, però, inteso nel senso tradizionale del termine.
In genere, infatti, questo titolo era assegnato ai generali nel giorno del
trionfo e solo in quella circostanza e subito dopo il trionfo doveva essere
deposto.

Per
Augusto il titolo di imperator assunse una
caratterizzazione completamente diversa. Non più di
carattere transitorio e legato alla sola durata del trionfo, diventava una
qualificazionedi
carattere permanente, tanto da entrare a far parte del nome stesso della
persona. Augusto, infatti,
fu  chiamato: Imperator Caesar divi filius
Augustus
, Augusto Cesare imperatorefiglio del
divino (Cesare).

       
Riassetto delle
finanze pubbliche, con imposizione di tre nuove tasse (sulle successioni
notevoli, sulla liberazioni degli schiavi e sulle compravendite) i cui proventi
vennero utilizzati per la creazione di un erario militare per stipendiare i
soldati che venivano congedati, e valorizzazione dell’agricoltura (attraverso
una politica puntata a consentire il ritorno alla vita dei campi delle molte
persone che ne erano state allontanate a causa delle guerre).

       
Riforma
dell’esercito: congedo di oltre 150.000 veterani, riduzione da 60 a 25 legioni,
istituzioni di nove coorti di pretoriani con un prefetto del pretorio,
riorganizzazione della flotta, posta sotto il comando di due prefetti della
flotta e dislocata in diverse basi, tra cui le due permanenti di Miseno e
Ravenna, per il controllo, rispettivamente, del Tirreno e dell’Adriatico.

  
Rafforzamento dei
confini. Divisione dell’impero in province senatorie (affidate ad un proconsole
di nomina senatoria) e imperiali (affidate a governatori individuati da Augusto,
ed in genere, di estrazione equestre, o poste, sotto il comando dello stesso
princeps, al fine di garantirsi un rapporto diretto e, quindi, il controllo
dell’esercito). L’Egitto fu considerato dominio personale di Augusto, che ne
controllava l’amministrazione attraverso la figura del prefetto
dell’Egitto
. Questa decisione era motivata dal fatto che l’Egitto era
un’indispensabile fonte di grano per le frumentationes, con cui
il princeps si assicurava il favore delle plebe romana. Sviluppo delle vie di
comunicazione ed istituzione del cursus publicus.

       
Periodo di pace
offuscato dalla sconfitta di Teutoburgo del 9 d.C.

       
Mecenatismo
culturale come organizzazione del consenso.

 

 

Politica
culturale e religiosa di Augusto

  
Richiamo agli
antichi valori repubblicani. Augusto colpì il lusso eccessivo con la legge
suntuaria (da sumptuarius, derivato a sua volta da sumo, is, sumpsi, sumptum, sumere
= prendere, spendere).

       
Esaltazione
dell’attaccamento alla famiglia e ai valori del matrimonio.

       
Promozione della
riscoperta delle origini di Roma e della sua leggendaria grandezza.

  
Promozione delle
arti, della letteratura e della cultura in generale. Augusto si avvale di
grandi autori come Virgilio, Orazio, Properzio, Tibullo, Ovidio, ecc per la
diffusione della sua politica culturale e di restaurazione morale. Attraverso
il Circolo di Mecenate, il principe offre protezione ai grandi scrittori, dai
quali viene spesso ricambiato con una più o meno esplicita esaltazione della
sua politica di pace e di rinnovamento etico e culturale. Lo storico Tito Livio
celebra nella sua monumentale opera la grandezza della Roma repubblicana
destinata a consolidarsi e a rinnovarsi sotto Augusto. Virgilio, nelle
Georgiche, esalta l’importanza dell’agricoltura e, nell’Eneide, celebra i
valori della pìetas incarnati da Enea e nei quali il popolo romano tutto doveva
identificarsi.  

       
Rilancio dei
culti religiosi tradizionali.


Introduzione di
un culto imperiale in Oriente, con templi e sacerdoti consacrati ad Augusto.

 

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