Pietro da Eboli e le sue opere

Opere
di Pietro da Eboli

Pietro Ansolino da Eboli figura tra le
massime glorie ebolitane dei secoli scorsi. Visse tra la metà del XII secolo e
l’inizio del XIII. L’opera più importante che ci è rimasta di lui è  il Liber ad honorem Augusti, composto
in distici elegiaci  (un tipo di strofa
costituita da una coppia di versi, un esametro e un pentametro) e dedicato ad
Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa) vissuto tra il 1165 ed il 1197), che dal
1191 al 1197 fu imperatore del Sacro Romano Impero di Germania e dal 1194 al
1197 fu anche Re di Sicilia.

Enrico aveva sposato, nel 1185, Costanza
di Altavilla, che era figlia di Ruggero II, re di Sicilia, e in quanto zia dell’ultimo
re normanno Guglielmo II aveva ereditato il trono normanno.

In virtù di questo matrimonio Enrico aveva
aggiunto al suo titolo imperiale quello di Re di Sicilia, dopo uno scontro con
il “partito nazionalista” che gli aveva opposto, come candidato al trono, il
conte Tancredi di Lecce, anch’egli imparentato con Guglielmo II e nipote per
via di padre della stessa Costanza.

Ad Eboli, definita dulce solum, Pietro
rimase sempre legato, al punto da rivendicarne il conferimento del titolo di
città, in segno di gratitudine per la fedeltà osservata dagli abitanti di Eboli
alla causa imperiale, riconoscimento reso da Federico II.

Il Liber di Pietro da Eboli può essere
considerato una pregevole opera di poesia, ma anche come un importante
documento storico, arricchito da preziose miniature. Esso, infatti, è l’unica
opera in versi che descrive il passaggio dalla monarchia normanna a quella
sveva  in Italia meridionale.

Notevole, in Pietro, fu anche la
speranza nell’Impero come unica istituzione in grado di reggere le sorti
dell’umanità. Una fede sincera, quella del nostro illustre concittadino, che
sembra anticipare la visione politica di Dante.

Il Liber ad honorem Augusti (conosciuto
anche con il titolo Petri d’Ebulo carmen de motibus Siculis inter Henricum VI Romanorum
imperatorem et Tancredum seculo XII gestis
, o più semplicemente con
l’atro titolo De rebus Siculis carmen, Liber ad honorem Augusti) fa parte di
una trilogia di opere, composte dal nostro poeta, dedicate alla casa
sveva:  il Liber ad honorem Augusti,
il De
balneis Puteolanis
, e i Gesta Friderici.

Il Liber, diviso in 52 particole e in
miniature che ne illustrano il contenuto, tratta dello scontro avutosi, nel
corso dell’ultima dominazione normanna in Italia meridionale, tra Enrico VI e
Tancredi di Lecce.

A questa situazione si era giunti con la
morte, nel 1189, di Guglielmo II il Buono. Questi, vissuto senza figli fu la
causa involontaria del conflitto. L’eredità spettava alla più diretta
discendenza del re Ruggero II, cioè a Costanza che di Ruggero era figlia. I
potentati locali, dopo aver giurato fedeltà a Costanza, le disconobbero, in
seguito, ogni diritto e le opposero la candidatura di Tancredi, conte di Lecce.
Tancredi, che prevalse anche sull’ altro candidato, Ruggero d’Andria,
inizialmente sostenuto dal partito feudale e baronale, era sostenuto dalla fazione
nazionalista animata dalla borghesia del regno e, in particolare, da Matteo
d’Ajello. Nel poema vengono narrate le vicende di questo scontro e la vittoria
finale di Enrico VI. Viene anche ricordata la nascita di Federico Ruggero, il
futuro Federico II. Il terzo e ultimo libro del carme contiene una sorta di
inno di elogio nei confronti di Enrico VI.

 

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