Nel regno dei Beatles

Nel regno dei Beatles: ad Abbey Road
 
 

    Il musicista ha scelto gli storici studi di registrazione londinesi

per presentare il suo nuovo lavoro realizzato sotto il nome di The Fireman

McCartney ad Abbey Road

con sir Paul nel regno dei Beatles

dal nostro inviato GINO CASTALDO

 

LONDRA – A ciascuno i suoi giochi. Lui ha scelto una brillante maschera, chiamata The fireman, il pompiere, proprio come nei desideri che si coltivano da bambini. Con questa sigla ha inciso due dischi (nel 1993 e nel 1998), bizzarri, sperimentali trance da discoteca senza parole, all’inizio anonimi, prima che si scoprisse che dietro la giocosa sigla c’era proprio lui l’ex beatle Paul McCartney, in compagnia di Youth, il bassista dei Killing Joke. Ora (il 17 novembre) il pompiere ritorna, con Electric arguments, e nemmeno tenta di dissimulare la paternità del lavoro, anche perché a differenza dei primi due, questo è un disco di canzoni, assurde, fantasiose, imprevedibili, ma tutte cantate dall’inconfondibile voce di Paul, che sembra tornato ai giorni felici della esplosiva creatività beatlesiana.

 

"Abbiamo inciso tredici canzoni in tredici giorni, nel mio studio nel Sussex" racconta Paul, "e la cosa straordinaria è che non avevamo nulla in mano, non mi era mai successo prima, quando andavo in studio avevo già le canzoni, i testi, i titoli, anche nelle precedenti esperienze Fireman era diverso, erano musiche trance da club a tarda notte, ma questa volta sono venute fuori canzoni".

 

L’incontro, manco a dirlo, avviene negli studi di Abbey road, praticamente la sua seconda casa, e infatti McCartney bacia con affetto l’anziana vivandiera che porta caffè e biscotti, come una persona di famiglia. Studi che ancora trasudano i suoni dei Beatles e dei Pink Floyd, un luogo che è allo stesso tempo attivo e funzionante e anche un monumento alla musica del Novecento: con le famose strisce pedonali della copertina di Abbey Road costantemente attraversate da turisti che si fotografano e il muretto di ingresso coperto da graffiti, messaggi e firme dei fan provenienti da ogni parte del mondo.

 

In un piccolo studio ("Se non ricordo male venni proprio qui a incidere da solo Why don’t we do it in the road?", ricorda Paul) giusto di fronte alla grande sala dove i Beatles registrarono Sgt. Pepper, ascoltiamo il disco e aspettiamo l’arrivo della star. Sir Paul sembra in ottima forma, asciutto, spiritoso, saluta il piccolo gruppo di giornalisti arrivati da tutta Europa con una minuscola armonica a bocca. "Sono riuscito ad attirare la vostra attenzione?".

 

Ben oltre i 64 anni posti da lui stesso come limite dell’orizzonte pensionistico, Macca si diverte a giocare con la musica, a sperimentare in libertà. "È una bella sensazione arrivare in studio senza avere nulla in mano, avevamo libri di poesie, prendevo un’idea qua e là, avete presente quello che faceva Burroughs? Il cut up. Provavamo una frase finché non ci piaceva, ogni mattina ci incontravamo senza sapere cosa sarebbe successo, e questo è decisamente eccitante, è stata un’improvvisazione totale". È strano che un signore che non ha più nulla da chiedere al successo si metta così a rischio: "Lo dicevo sempre a Youth: potrebbe essere un errore, potrebbe distruggere la mia intera carriera, ma lui mi diceva non preoccuparti, va tutto bene, e così ci siamo divertiti a esplorare zone di fantasia, con una libertà che normalmente non si prova quando si è in studio". È evidente che il vecchio diavoletto della fantasia beatlesiana non si è mai spento del tutto.

 

L’incontro, che doveva risolversi in un semplice saluto, diventa una densa chiacchierata su tanti argomenti. La pace? Su questo Paul McCartney ha molto da dire: "La musica veicola sempre lo stesso messaggio, fa bene all’anima di qualsiasi genere si tratti: canzoni d’amore, classica, rock. Se la gente gridava di cacciare Nixon dalla Casa Bianca forse non aveva un effetto concreto, ma se milioni di persone cantano Give peace a chance questo muove qualcosa. Lo abbiamo fatto in Israele: magari non cambia il mondo, ma è meglio che non fare niente. Prendete We shall overcome: è stato un pezzo fondamentale. Ricordo sempre quello che mi disse mio padre quando ero ragazzo. Io dicevo: forse la gente non vuole davvero la pace. E lui rispondeva: tutti vogliono la pace, dovunque, sono i leader a non volerla. Credo sia vero, l’ho visto in Isreale, sono stato anche in Palestina, è dovunque così. Ho trovato un’ottima organizzazione chiamata "One voice", fatta da israelinai e palestinesi, sono giovani, loro dicono che la maggior parte della gente è moderata, vuole solo una vita migliore per le proprie famiglie". A proposito di Israele, il concerto è stato come sistemare una vecchia questione rimasta aperta. "Da Liverpool a Betlemme. Certo. Sì, ora si sono scusati. All’epoca non vollero che suonassimo in Israele perché dicevano che avremmo corrotto la gioventù israeliana: una bizzarria ragionare in questi termini dei Beatles, ma andò proprio così. Noi eravamo giovani, molto impegnati, andavamo velocissimi, e così ci dicemmo: non si può? Bene, dove suoniamo domani? Per questo ho aperto il concerto dicendo: "Sono qui per corrompervi!"". Squilla il suo cellulare: "Scusa cara, sono davanti a una folla di giornalisti, ti chiamo dopo, è meglio". Ma nessuno ha il coraggio di chiedere chi sia dall’altra parte del telefono: forse una delle figlie, forse la sua nuova fidanzata, chissà.

 

A qualcuno sembra strano che uno come lui si metta in gioco insieme a un tipo come Youth, un brillante ma poco conosciuto membro dei Killing Joke: "Mi fido di lui, e questo è importante quando si lavora in una zona a rischio elevato. Il fatto di lavorare nell’idea di un disco dei Fireman mi ha messo nella condizione di sentirmi più libero, anche dall’immagine che il nome McCartney porta con sé, come se fossi mascherato. Provavo un giro di basso, molto semplice, poi facevo varianti, e piano piano trovavamo il punto. Rispetto al passato questa volta ho aggiunto un accordo qua e là e tutto cambiava, ci piaceva, all’inizio era come la musica indiana, tutto su un solo accordo, poi abbiamo cercato dell’altro, in un pezzo abbiamo addirittura messo quattro accordi, alla fine sono canzoni e quindi questo può essere più facilmente riconoscibile come un disco di McCartney".

 

Il clima dei brani è surreale: strati sovrapposti, fughe sperimentali, suoni, uccelli e campanelli, momenti onirici alla Pink Floyd, ma in fondo non è molto diverso da quello che facevano i Beatles. "È vero. Ma è ancora più vicino a quello che ho fatto nei primi due dischi da solista, anche lì suonavo io tutti gli strumenti. In questo campo posso fare tutto quello che voglio. In realtà non ho bisogno di collaborare con altri, mi piace farlo". Ci sono altri artisti con cui le piacerebbe collaborare? "In giro c’è gente molto interessante. Per esempio Bob Dylan, magari non funzionerebbe, chi può dirlo, non ne abbiamo mai parlato, ma le cose accadono, non devono essere forzate, pensate: magari chiamo Bob è gli dico, vuoi scrivere con me? E lui: no! Potrebbe succedere". Alla fine del disco, una traccia nascosta spinge verso suoni puramente sperimentali, ma alla fine si sente distintamente una frase registrata al rovescio. Cosa dice, Paul? "Oh non so, non ricordo neanche", dice, ma gli occhi lampeggiano di furbizia. Come ai vecchi tempi, McCartney sa perfettamente che ora i fan si accaniranno a cercare il significato recondito della frase. Un nuovo piccolo mistero beatlesiano.

 

(10 ottobre 2008)

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