Dal convento delle Stimmate al mondo – recensione di Stanislao Cuozzo

dalle stimmate

MICHELE CURTO

DAL CONVENTO DELLE STIMMATE AL MONDO

Storia della Congregazione degli Stimmatini fondata da

San Gaspare Bertoni

Edizioni Cantagalli – Siena

E’ molto facile presentare un libro, conoscendone l’autore e avendone seguito la gestazione con vivo interesse, passo, passo? Sì? No? Forse?

Non è mai facile, ma è gradevole e gratificante, perché il lavoro di cui si parla è un inno alla Provvidenza e lodare Dio nelle opere dell’uomo è come aggiungere (se ciò fosse possibile e Dio ne mancasse in pienezza) un pizzico di gloria alla sua infinità. Ogni opera dell’uomo dovrebbe essere sempre e solo diretta alla lode e al ringraziamento. Nessun vanto umano. Nessuna lode rivolta all’autore, se non alla sua umiltà nel compiere un lavoro di ricerca di fonti, di vaglio delle stesse, di testimonianze affidabili e cucire con garbo e con tatto, con esatta intelligenza e scrupolosa coscienza, affinché la verità non sia turbata da nèi o da ambiguità. Il suo scrivere è pienamente evangelico: Sì, sì. No, no.

Lo stile è piano, gradevole e godibile. Non risultano mai pagine di retorica sterile e vuota, pur prestandosi l’argomento a tirate di questo genere. La verità non ama l’enfasi.

Non mi si venga a dire che si tratta di un lavoro per una cerchia ristretta di persone, per una comunità religiosa, la quale abbia inteso registrare le opere del suo fondatore, dei suoi seguaci, ed esaltarne le meraviglie. Essendo questa la storia di persone esemplari sul piano umano e cristiano, il suo valore trascende la particolarità e si estende a tutti e tutti possono sentirsi inclini e disposti a imitare e calcare quelle orme, che segnano la via maestra. Ogni uomo ha il dovere di fare risplendere in sé e davanti ai suoi fratelli l’immagine divina di cui porta il sigillo eterno.

In quest’opera l’autore ci mostra lo scorrere di tanti personaggi sul palcoscenico della vita e la lunga teoria di azioni che compiono con retta intenzione e “dignitosa coscienza e netta”. Un “picciol fallo” diventava sempre “amaro morso” per uomini così bramosi di obbedire al comando divino: “Siate santi, perché io lo sono”. (Lev.,20,7). Essi hanno dato calore e colore alla loro vita, vivendola con intensità e con gioia profonda, anche nelle più dure difficoltà.

Non è bello fare il riassunto dell’opera. Va letta. Ma mi piace invitare il lettore a gustare alcune pagine particolari per densità, carica emotiva per le azioni e la grande forza morale dei protagonisti, che si stagliano come esempi di grazia e di adesione pure in situazioni di gravissimo pericolo.  Il granello di senape, proprio come annuncia il Signore, se curato e custodito, cresce e la virtù che rappresenta, la fede, continua a spostare le montagne. Ma per una più esatta comprensione del senso di ogni pagina e, soprattutto, per intuire la vera intenzione, seminata in ogni pagina  dall’autore e che ne fonda il vero merito, mi piace riandare a quanto scritto sulla santità da un autore francese, Jean Mountanier. Scopriremo in che cosa, realmente, consista l’autentica santità, che tutti dovremmo attingere, perché ogni battezzato è segnato dal sigillo di Dio, entra nel suo gaudio e non può che essere santo.

Ma ascoltiamo il Mountanier.

CIO’ CHE RESTA NELLA PENNA

Jean Mountanier, Come attraverso il fuoco, trad, it. S.E.I.

La vita dei santi, la vera vita, non è stata, non sarà mai pubblicata. Vivo, quanto a me, a distanze incommensurabili dalla santità e, tuttavia, so discernere molto bene ciò che, in queste vite così ben presentate al pubblico, resta nella penna…

Il metodo è conosciuto. Potrebbe essere differente? Bisognerebbe che lo fosse. Si sfogliano documenti. Si raccolgono dei gesti e si fabbrica un santo. E’ necessario che sia mortificato, pio, obbediente. E lo sarà perché, infatti, lo è stato. Ciò non è una menzogna. Tutto prende armoniosamente il suo posto. Si dichiara: “Noi abbiamo ragione! E’ un santo, d’altronde!”

E, richiudendo il libro, il lettore deve riconoscere: “Tutto cammina bene!”.

Tutto ha camminato così che se quel santo ritornasse nel mondo, riderebbe come, a memoria d’un santo, nessun santo ha riso mai! Odo il nostro santo resuscitato! Parlerebbe senza ambagi!

“Come siete ingenui! Vi sentite soddisfatti di un nonnulla! Certo, ho dormito sulle tavole, digiunai un po’ più del normale, ho persino obbedito al mio vescovo, conservando, più di quanto voi date ad intender, la libertà della mia schiettezza nei suoi riguardi. Ho anche pregato molto. La mia santità? Con corde ben solide l’avete legata a questi gesti.

Soltanto vi avverto che quando giunsi dinanzi a Dio, l’immagine si presentò sotto una luce diversa e, prima di giudicarmi, mi si è lasciato tutto il tempo di osservare il mio vero ritratto. Ho cercato di servirmi del vostro libro e gli angeli, passandoselo l’un l’altro, si sono allegramente divertiti. Non contiene troppe, troppe menzogne, nemmeno una scritta con piena consapevolezza, ma come raccontate male e scrivete di traverso! Infine (voi non c’entrate affatto in ciò!) sono stato ammesso, è vero, nella compagnia dei santi.

Trascorrerò la mia eternità a stabilire i veri motivi. Comincio pian pianino a comprendere che fu perché, in un determinato momento della mia esistenza terrestre, in quell’enorme silenzio che si stabiliva in me, quando cercavo la mia anima e quando la prendevo nelle mie due mani, pesante com’era e troppo aderente al mio corpo, ho avuto il coraggio di non mentire Chi lo sapeva? Chi l’avrebbe potuto sapere? Tutto ciò avveniva dentro di me, di giorno e di notte, in questo gorgo di luce e d’ombra che si chiama la mia anima, nei momenti precisi (molto numerosi), in cui spingevo  quest’anima per le spalle e le dicevo: “Eh! Attenzione! In questa direzione!

Un corpo è pesante e opaco e recalcitrante. Si dice che sia lui che guarda tutto. E l’anima?…La credete così malleabile e docile? Mille volte, mille volte ho lanciato la mia anima (ed il mio cuore con essa) verso le stelle. Non vi trovavano la loro orbita! Ricadevano! Li risollevavo! Li rilanciavo! Non si tratta di un gioco! Non si tratta affatto di un riposo! E’ inconcepibile il lavoro e lo sforzo che ciò esige! In certi giorni, questo esercizio mi spossava completamente! Titubavo. Che un uomo titubi, è naturale. Era naturale, dunque, anche in me, ed avete visto un legame tra le mie titubanze ed i miei digiuni, tra la mia stanchezza e le mie notti bianche! Sì! Ve lo ripeto, avete detto la verità. Ma in realtà, quand’io titubavo, era perché quest’anima e questo cuore mi ricadevano sulle spalle e perché li soppesavo come un mugnaio il suo sacco. Far sanguinare la propria pelle è doloroso ed è facile, è spettacolare, lascia delle tracce, attira l’attenzione. Quando mi presentai dinanzi a Dio, gli angeli inquisitori (che cattiva parola!) non hanno scritto un libro su questo argomento. Hanno cercato di sapere (e sono maligni) se il far sanguinare la mia pelle significava sì o no che io lanciavo la mia anima e il mio cuore verso le stelle e che li mantenevo lì, allorché non potevano fare a meno di morire e tremavano di paura.

Un corpo! Un corpo! Insistete solo su questo capitolo! Un corpo, vi si mette del tempo, ma si riesce, con l’amore o con la forza, a disciplinarlo! I tedeschi conoscevano bene il metodo: pane cattivo e secco (centocinquanta grammi al giorno) ed acqua del rubinetto. Dopo una settimana, non c’è più bisogno di sentinelle. Nessuno ha la più piccola velleità di evadere. Ma, per divenire santo, ciò non basta. Per cinque anni milioni di uomini non hanno avuto che qualche centinaio di calorie al giorno, e non tutti i giorni e, alla fine, credetemi, non ce ne fu uno su mille che, a causa della sua magrezza, abbia accettato più facilmente Dio!

La cosa più dura, per divenire un santo, è abituare la propria anima alla vertigine, il proprio cuore alla nausea, a tutto quello che in noi non si vede, al nulla, ascoltate, capìtelo  bene, al nulla, a questo nulla  che si chiama credere. La civiltà cristiana, che si tiene in così gran conto, la conversione degli infedeli, l’acquisizione dei meriti personali (cui si dà molta importanza), sì, tutto ciò esiste, ma non pesa molto nel momento delle scelte, ve lo giuro, son necessari motivi meno chiassosi. Ciò vien dato in sovrappiù. Noi non abbiamo molto a che vedervi. Si realizza da sé, quando un cristiano accetta di essere meno vile”.

Questo il santo dell’opera di P.Michele. Ha inteso spiare nel cuore, sentirne i colpi e tentare di tradurli in parole, affinché qualcuno ne fosse colpito e ne seguisse l’esempio.

Grazie!

         Stanislao Cuozzo                                                                                                                                                                                                                      

D’hier à aujourd’hui : le quartier Ile de Nantes

CARLO MANZIONE - INTERMINATI SPAZI

Nantes, una città che resterà sempre nel mio cuore!

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Nantes, Place Royal

In suo omaggio posto questo articolo dal sito

http://www.nantes.fr/home/dans-votre-quartier/ile-de-nantes/histoire-du-quartier-ile-de-nant.html

D’hier à aujourd’hui : le quartier Ile de Nantes

L’Ile de Nantes est située sur une île de la Loire cernée par le bras de la Madeleine au nord et celui de Pirmil au sud. Ancien archipel formé par la division du fleuve et traversé par des boires, ce territoire témoigne des grandes étapes de l’histoire urbaine nantaise.

La ligne des Ponts

Achevée au 11e siècle, une longue ligne des ponts reliait le sud de la Loire à la ville historique en permettant la traverse de cinq îles grâce aux ponts de la Poissonnerie, de Belle-Croix, de la Madeleine, de Toussaint, des Récollet et de Pirmil. Cette route, bordée d’établissements religieux, forme le noyau urbain de l’île avec l’apparition des faubourgs de Vertais et de Biesse.

La Prairie…

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“Notte di gloria” …. Papa Francesco la notte di Natale

dal sito:

http://it.radiovaticana.va/news/2016/12/24/papa_presiede_in_san_pietro_la_messa_della_notte_di_natale/1281539

Il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa della Notte di Natale. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia:

«È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11). Le parole dell’apostolo Paolo rivelano il mistero di questa notte santa: è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi.

È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi: non è lontano, non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia (cfr 9,1), che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme (cfr Lc 2,9).

I pastori scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» (Is 9,5) e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc2,12). Questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi. Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.

Con questo segno il Vangelo ci svela un paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo, ma Dio non si fa presente lì; non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. E per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta: occorre chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli. Il Bambino che nasce ci interpella: ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita.

Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.

Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (v. 7). Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato.

Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori.

L’hanno capito, in quella notte, i pastori, che erano tra gli emarginati di allora. Ma nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece «andarono, senza indugio» (cfr Lc 2,16). Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me.

La strada giusta!

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Giuda tradisce Gesù per trenta denari. Il suo è un peccato orribile che si ripete ogni volta che, ancora oggi, qualcuno di noi “tradisce” un amico per soldi o, comunque, per un profitto personale o semplicemente per viltà.
Ma, a fronte di questo peccato,  Giuda ha commesso un peccato se possibile ancora più grande: quello di aver dubitato della misericordia e del perdono di Gesù. 

Pietro rinnega tre volte Gesù,  ma poi “si lascia perdonare” da lui.
Noi spesso erriamo e  pecchiamo. Anche noi possiamo seguire due strade: due strade opposte. Una che conduce alla sfiducia in Dio e nel suo perdono; l’altra, invece, che va proprio nella direzione dell’abbandono fiducioso in Lui,  nella Sua bontà e nella Sua misericordia.  Il Signore,  fattosi uomo tra gli uomini,  ha amato i suoi “fino alla fine,  senza fine”.
Seguiamo, dunque, questa seconda strada e non avremo mai a pentircene!
Buona notte a tutti!

I poeti e la guerra: la guerra di Piero

La guerra di Piero, canzone celeberrima dell’inizio degli anni 1960, è il racconto al contempo dolce e triste della contradditorietà e stupidità della guerra, fatto dal punto di vista di chi l’ha vissuta in prima persona, un semplice soldato. Riporto qui di seguito il testo della canzone.

Il video è tratto da Youtube. Il testo e il commento postati sotto il video sono tratti dal sito:http://www.letteratour.it/altro/A01deandF01.htm

 

La guerra di Piero                              La guerra di Piero, rivisitazione di

(Fabrizio De Andrè)                            Adriano Celentano 

La guerra di Piero (Fabrizio De Andrè)

Dormi sepolto in un campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

«Lungo le sponde del mio torrente
Voglio che scendano i lucci argentati,
Non più i cadaveri dei soldati
Portati in braccio dalla corrente».

Così dicevi ed era d’inverno
E come gli altri verso l’inferno
Te ne vai triste come chi deve;
Il vento ti sputa in faccia la neve.

Fermati Piero, fermati adesso,
lascia che il vento ti passi un po’ addosso,
Dei morti in battaglia ti porti la voce:
“Chi diede la vita ebbe in cambio una croce”.

Ma tu non la udisti e il tempo passava
Con le stagioni, a passo di giava,
Ed arrivasti a passar la frontiera
In un bel giorno di primavera.

E mentre marciavi con l’animo in spalla
Vedesti un uomo in fondo alla valle
Che aveva il tuo stesso identico umore
Ma la divisa di un altro colore.

Sparagli Piero, sparagli ora,
E dopo un colpo sparagli ancora,
Fino a che tu non lo vedrai esangue
Cadere a terra a coprire il suo sangue.

«E se gli sparo in fronte o nel cuore,
Soltanto il tempo avrà per morire,
Ma il tempo a me resterà per vedere,
Vedere gli occhi di un uomo che muore».

E mentre gli usi questa premura,
Quello si volta, ti vede, ha paura
Ed imbracciata l’artiglieria
Non ti ricambia la cortesia.

Cadesti a terra senza un lamento
E ti accorgesti in un solo momento
Che la tua vita finiva quel giorno
E non ci sarebbe stato ritorno.

«Ninetta mia, a crepare di maggio
Ci vuole tanto, troppo coraggio,
Ninetta bella, dritto all’inferno
Avrei preferito andarci d’inverno».

E mentre il grano ti stava a sentire
Dentro alle mani stringevi il fucile,
Dentro alla bocca stringevi parole
Troppo gelate per sciogliersi al sole.

Dormi sepolto in campo di grano
Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
Ma sono mille papaveri rossi.

Piccola bozza di analisi

SCHEMA METRICO

Canzone di 13 strofe; ogni strofa è composta da 4 endecasillabi. Rime spesso baciate!

NARRAZIONE

Come un vero e proprio racconto, abbiamo qui essenzialmente due voci: quella del narratore e quella del protagonista.
Il narratore è esterno e parla in terza persona, ma in alcuni momenti entra nella narrazione con le sue esortazioni («Fermati Piero», «Sparagli Piero»), immedesimandosi nella situazione e perciò provocando anche un maggior coinvolgimento nel lettore/ascoltatore. Il discorso riportato di Piero, che si trova in tre strofe (strofa 2, 8 e 11), rende più tangibile la figura di Piero (che altrimenti rimarrebbe un semplice soldato-fantasma in mezzo a molti altri) accentuando così il coinvolgimento del lettore/ascoltatore.

RITMO

Oltre ad essere musicata, questa canzone presenta a livello testuale numerose ripetizioni che le danno un ritmo particolare e che sottolineano nel testo i passaggi più carichi di significato e di emotività.
Così, ad esempio, nella strofa 8, in cui si riporta il discorso centrale di Piero (se sparo a quel soldato io vedrò morire un uomo), si ripetono per due volte le espressioni: “il tempo” e “vedere”. Il tempo infatti è protagonista della situazione: mentre Piero si sofferma a riflettere sul fatto che proprio il tempo darà a lui la possibilità di vedere un uomo che muore, egli perde irrimediabilmente tempo e dà così modo all’altro di agire. Infatti, a differenza della strofa 8 che con le sue ripetizioni scandisce un tempo assai lento, la strofa 9, quella in cui l’altro soldato agisce senza perdere tempo, si muove su un ritmo veloce, spesso per asindeto:
 “si volta, ti vede, ha paura”.

Campi semantici e antitesi

la morte: il dormire sepolto, l’ombra dei fossi, i cadaveri dei soldati, l’inverno, i morti in battaglia, la croce, i colpi da sparare, il vedere un uomo che muore, le parole gelate.
la vita: il grano, i papaveri rossi, i lucci argentati, la primavera, la figura dell’amata (Ninetta).
il tempo: il fermarsi, il tempo che passa, il passare delle stagioni, il tempo che rimane per vedere, il non-ritorno dalla morte.
L’antitesi principale sulla quale si costruisce la poesia è quella tra la morte e la vita, dove ogni elemento appartenente al campo semantico dell’uno si trova in prossimità e in contrasto con gli elementi del campo semantico dell’altro. Tra i due termini, il tempo costituisce il tramite o la separazione, talvolta come mezzo di passaggio dalla vita alla morte (la perdita di tempo di Piero che è causa della sua morte), talatra come confine invalicabile tra i due mondi («ti accorgesti in un solo momento che (…) non ci sarebbe stato ritorno»).

Concorso Scuola docenti: i posti regione per regione

immagine dal sito: http://www.orizzontescuola.it/news/concorso-scuola-docenti-tutti-posti-classe-concorso-ogni-regione-secondaria-primo-e-secondo-gra

Partita la macchina organizzativa (con la speranza che non si inceppi per strada) delle procedure concorsuali per l’arruolamento dei docenti nelle scuole di ogni ordine e grado.

Come si apprende dai siti specializzati,

i posti messi a bando sono 63.712 totali, di cui 57.611 comuni relativi, cioè, alle varie discipline) e 6.101 di sostegno.

Nel dettaglio:

Infanzia 7.237 (6.933 comuni e 304 di sostegno)
Primaria 21.098 (17.299 comuni e 3.799 di sostegno)
Secondaria di I grado 16.616 (15.641 comuni e 975 di sostegno)
Secondaria di II grado 18.255 (17.232 comuni e 1.023 di sostegno)

A questi si aggiungono 506 posti relativi a tutti i gradi di istruzione che saranno banditi sulla nuova classe di concorso A023, quella relativa all’insegnamento dell’italiano come lingua seconda.

(dal sito: http://www.orizzontescuola.it/news/concorso-scuola-docenti-tutti-posti-classe-concorso-ogni-regione-secondaria-primo-e-secondo-gra)

Dal medesimo sito è possibile conoscere il numero di posti disponibili regione per regione e per le diverse classi di concorso

http://www.orizzontescuola.it/news/concorso-scuola-docenti-tutti-posti-classe-concorso-ogni-regione-secondaria-primo-e-secondo-gra

Dal sito

http://www.tecnicadellascuola.it/archivio/item/18508-concorso-come-funzionera-la-prova-scritta.html

possiamo apprendere come sarà strutturata la prova scritta:

Contenuti della prova
Sono indicati per ciascuna classe di concorso o per ciascun ambito disciplinare nell’allegato A del decreto stesso
Durata della prova
150 minuti (aumentabili per i candidati beneficiari delle disposizioni previste dalla legge 104/92
Forma della prova
Otto quesiti, 6 relativi alle competenze metodologiche e disciplinari e 2 relativi alla lingua straniera.

Contenuti
Per i candidati che concorrono ai posti comuni i quesiti prevedono la trattazione articolata di tematiche disciplinari, culturali e professionali volti all’accertamento delle conoscenze e competenze didattico-metodologiche in relazione alle discipline oggetto di insegnamento
Per i posti di sostegno i quesiti si riferiscono alle metodologie didattiche da applicarsi alle diverse tipologie di disabilità e sono altresì finalizzati a valutare le conoscenze dei contenuti e delle procedure volte al’inclusione scolastica degli alunni con disabilità

Tipologia dei quesiti
I 6 quesiti a carattere metodologico-didattico consistono in altrettante domande aperte
I due quesiti di lingua straniera sono formati ciascuno da 5 domande a risposta chiusa.
Per la scuola primaria i quesiti si riferiscono tutti alla lingua inglese.

La prova scritta per le classi di concorso di lingua straniera si svolge interamente in lingua straniera ed è costituita da 8 quesiti a domanda aperta.

In bocca al lupo a tutti coloro che affronteranno le prove concorsuali!

I Farisei esistono ancora… in Italia!

In Italia i Farisei ci sono ancora e sembrano essere più stupidi dei Farisei di evangelica memoria!!

immagine dal sito: http://www.mauriziomarrani.it/wp/?p=336

Praticamente, un’insegnante elementare assunta in ruolo dopo anni di precariato è stata licenziata per una multa presa 21 anni fa quando lavorava, da ragazza, come bracciante agricola! Si sa, in Italia ci distinguiamo sempre.

Così, dopo il licenziamento della docente, viene assunta una supplente!! Fin qui, mi direte, che c’è di strano?

Amici miei, c’è molto di strano!!  Sapete chi è la supplente della maestra licenziata?

Non indovinerete facilmente!!!

La supplente della donna licenziata è proprio la maestra licenziata!

Sostituta e supplente di se stessa!!

Che pensare, dunque?

I Farisei nostrani sono stupidi e, diciamocelo francamente, anche un po’ kafkiani!!

Almeno, però, nel supplire se stessa, la maestra non perderà il lavoro e  lo stipendio …. per quest’anno!!

Per maggiori informazioni, cliccare sul link seguente

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/02/27/scuola-insegnante-licenziata-per-una-multa-di-21-anni-fa-ora-sono-precaria-e-supplente-di-me-stessa/2502469/